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Estate indiana in New England

16 Gen
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Fallen Foliage @Mirko Sciachero

Segnatevi queste parole chiave: Approximate foliage timetables. Ovvero, l’orario del cambio di colore delle foglie in autunno. Approssimativo, si intende. Nel New England esiste anche questo, un calcolo del periodo in cui le foglie sugli alberi cambiano colore, che varia da zona a zona all’interno della forbice di tempo compresa tra settembre e fine ottobre. Periodo in cui questa zona a nord est degli Stati Uniti, affollata fino a fine agosto dai turisti che si accalcano nelle zone di mare signorili a poca distanza da New York e Boston, si fa via via più vivibile e soprattutto si colora delle tipiche tinte dell’Estate Indiana.

Autunno

Autunno @Mirko Sciachero

Il Fall foliage, il fogliame giallo e rosso che si vede solo nella stagione autunnale, da queste parti è un’attrazione turistica più che i monumenti. E chi può permettersi il lusso di ritagliarsi una o due settimane di vacanza a ottobre, può decidere a occhi chiusi di prendere un aereo per Boston o New York, affittare una macchina e lasciarsi trasportare tra le dolci colline del Berkshire, a 200 chilometri da Boston. Tanto più che, durante la stagione dell’estate indiana, che si diffonde da ovest a est, è disponibile persino una linea telefonica gratuita, la Foliage Phone che, insieme alle previsioni meteo, fornisce informazioni circa il cambiamento di colore e i luoghi di maggiore bellezza da andare a visitare.

Allora prenotate subito l’auto, per evitare di rimanere a piedi, e prenotate gli alberghi se decidete di spostarvi soprattutto durante i fine settimana, perché anche se non siamo in alta stagione, l’affluenza di visitatori aumenta di anno in anno.

Tra le colline del Berkshire

In questo itinerario, che evita di proposito le località costiere più famose ma anche più in autentiche intonro a Cape Cod, si parte da Boston e si ritorno dopo un tour che può durare una o due settimane. Per iniziare bene, dall’aeroporto è bello raggiungere la città con il Water Shuttle: Boston e Venezia sono infatti le uniche due città al mondo che godono di un sistema di trasferimento via acqua dall’aeroporto al centro città. In soli 10 minuti, approderete nel porto, sentendovi novelli Padri Pellegrini…

Boston è conosciuta come la città americana “che si visita a piedi”. Dai negozi ai ristoranti tipici, dalle attrazioni storiche ai musei culturali, dalla Back Bay a Beacon Hill, da Newbury Street al North End, il quartiere più antico, anche conosciuto come “Little Italy” di Boston, la città è tutta a portata di mano. In città due o tre giorni sono sufficienti per respirarne l’atmosfera, dopo di che si può partire verso ovest, allontanandosi dalla costa e attraversando la regione situata nel bacino del grande Connecticut River, lungo le valli dove si insediarono i pionieri, i primi coloni giunti dalla vecchia Europa.

Pubblicato su Autocar di ottobre 2010

Val la pena di sostare per una tappa a Worcester, a circa 60 km da Boston, per ammirare il Worcester Art Museum (www.worcesterart.org), uno dei principali musei d’arte americani che possiede un’importante collezione di maestri italiani e olandesi. Chi fosse interessato alla storia e all’etnologia, vada all’Old Sturbridge Village (www.osv.org) nell’entroterra: un museo vivente all’aria aperta in cui si vedono le attività quotidiane e tradizionali del paese, da ammirare o a cui prendere parte. E poi case antiche, la tipica chiesetta bianca con il campanile a punta, le botteghe artigiane del cardatore della lana o del fabbro, ponti coperti, stalle e fattorie, tutti originali, che formano questo villaggio-museo. Gli abitanti del borgo in questa stagione sono molto impegnati, perché viene effettuato il raccolto e vengono accumulate le riserve di cibo per l’inverno. Si pernotta nel villaggio, in dimore storiche, assai preferibili agli hotel delle grandi catene di Worcester.

Verso Springlfield

Il viaggio prosegue la mattina successiva, verso Springfield, nota soprattutto a chi vede i Simpson (ma di Springlfield negli Usa ne esistono decine…) e a chi ama la pallacanestro: la città ne è la patria e ha una Hall of Fame che fa impazzire gli amanti di questo sport. A nord della città, eccoci nella Pioneer Valley, dove si trova anche il bacino idrico più grande del Massachusetts, il Quabbin Reservoir, paradiso di pescatori e appassionati di attività sportive in acqua. Qui fate un pit stop nella piccolissima cittadina di Deerfield, per un tuffo nella storia americana: nell’Historic Deerfield, che conta 11 case d’epoca che sembrano uscite da un libro antico illustrato, sono conservati oltre 20mila pezzi originali del periodo tra il 1650 e il 1850, tra mobili, suppellettili, stoviglie, tessuti, quadri, vetri e argenteria.

Tutto intorno, il caratteristico paesaggio di campagna, con campi, prati e laghi, sarà un colpo d’occhio sull’Estate indiana che non saprete dimenticare, soprattutto se si sa cavalcare e si vuole fare una galoppata nelle zone circostanti, scenario del film Piccole Donne con Sudan Sarandon e Wynona Rider. Nel vicino Deerfield River è possibile pescare e praticare rafting e, una volta terminate le attività ludiche, ci si può buttare sulle bancarelle delle fattorie che offrono prodotti tipici freschi, tra i quali spicca il sidro di mele, specialità locale. Si pernotta a Deerfield.

Abbandonando la Pioneer Valley e recandosi verso Ovest, si arriva finalmente nelle idilliache colline del Berkshire, culla e idillio di poeti, scrittori e artisti. A Nord-est si snoda il Mohawk Trail, un sentiero indiano originale lungo quasi 100 km (State Route 2, da Orange fino a Williamstown), incluso nelle 50 strade più panoramiche degli USA secondo il National Geographic Traveler. Qui si trovano piccoli villaggi, ponti coperti, laghi balneabili (ma un po’ freddi in autunno) e torrenti di montagna. Nel villaggio di Charlemont si vede la statua indiana commemorativa Hail to the Sunrise, il Saluto al Sole che Sorge.

Cime tempestose

E se si fosse patiti delle vedute panoramiche spettacolari, rotta verso l’unica vetta del Massachusetts, il Monte Greylock (1.047 m), il punto più elevato dello Stato. Vi si arriva imboccando la North Road. Per poi fare ritorno alla meta di questo viaggio, le colline del Berkshire, dove si rifugiano gli stressati abitanti delle città che in questa tranquilla regione trovano bellezza paesaggistica e arte raffinata, oltre al gusto della vecchia aristocrazia americana che dalla fine dell’800 ha lasciato grandiosi cottage di vacanza, seconda o terza residenza con ampi parchi e giardini (per esempio l’ex Belfontaine Cottage, oggi Canyon Ranch Resort, una Spa a cinque stelle).

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Foglie autunnali @Mirko Sciachero

Tre di questi cottage sono stati trasformati in musei aperti al pubblico: The Mount, ovvero la casa di Edith Wharton, scrittrice e prima donna vincitrice del Premio Pulitzer; Chesterwood, casa e studio dello scultore Daniel Chester French, tra le cui opere si ricorda la celeberrima statua di Lincoln seduto a Washington DC. Oppure il Naumkeag Cottage & Gardens, costruito da un ex ambasciatore statunitense e affacciato su incantevoli prati. Altri villaggi che rappresentano bene il fascino del New England sono Lenox, Stockbridge e Williamstown, ognuno con la splendente chiesetta bianca, vecchie case coloniali, locande tradizionali e numerosi negozi d’antiquariato, altro punto di merito di questa zona degli Stati Uniti.

Da bambini avete amato il romanzo Moby Dick? Dirigetevi a Pittsfield, per visitare la casa di Herman Melville, dove è stato scritto. Vi affascinano usi e costumi delle comunità religiose? Puntate sull’Hancock Shaker Village, ora museo ma un tempo culla degli Shaker, una setta il cui stile di vita austero si riflette nelle belle e pulite forme del loro mobilio e degli oggetti che tanto hanno forgiato la storia del design e dell’architettura, oggi ricercatissimi.

Cuore artistico? A Williamstown si trova lo Sterling and Francine Clark Art Museum, che espone una straordinaria collezione privata di 35 tele di Renoir, la maggiore dopo Parigi. Se invece siete qui solo per studiare le foglie in ogni loro minima nervatura e sfumatura, allora non perdete l’Appalachian Trail, il percorso che attraversa tutta questa regione dagli incantevoli paesaggi, per diventare veri leafpeeper. Si pernotta negli Inn di Williamstown e Lenox. E se ancora non siete soddisfatti, approfittatene per includere nel vostro tragitto una tappa misteriosa: a Salem, cittadina che organizza una delle più belle feste di Halloween al mondo, il Fall foliage va dal 13 ottobre fino al 31, la notte delle streghe. Quale meta migliore per terminare il tour del New England?

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sull’Indian Summer in New England, pubblicato su Autocar di ottobre 2010: New England

Shutter Island

16 Gen

Pubblicato su ON di ottobre 2010

Scorsese racconta che è stata la prima lettura della sceneggiatura di Shutter Island ad averlo convinto. “Non sapevo nulla della storia e ho cominciato a leggerla alle 10.30 di sera. Avevo deciso di non andare a letto tardi perché l’indomani dovevo svegliarmi piuttosto presto, ma non riuscivo a smettere di leggere, perché ero costantemente sorpreso dai diversi livelli della storia”. E prosegue: “è il genere di film che mi piace vedere come spettatore, il genere di storia che mi piace leggere. La cosa più interessante per me è la maniera in cui la storia cambia in continuazione, e anche la realtà di quello che accade continua a cambiare, fino all’ultima scena; il cuore del film è la maniera in cui viene percepita la verità.

Ma più che il modo di raccontare la storia o l’ambientazione, la cosa che mi interessa è quello che succede al personaggio di Teddy, che a mio avviso è molto commovente. è questo il mio collegamento emotivo”. Parlando poi del protagonista della vicenda, Leonardo DiCaprio, suo attore feticcio, Scorsese commenta “Avendo lavorato con Leo per Gangs of New York, The Aviator e The Departed, ho pensato subito che doveva essere lui il protagonista di questo film. Ormai abbiamo messo a punto un metodo di lavoro e io ho piena fiducia in lui come artista, perché sapevo che sarebbe stato in grado di interpretare i diversi stati emotivi e psicologici di Teddy, e di trasformarsi lungo la strada. Se lo avevo mai visto fare una cosa simile prima d’ora? Non a questi livelli, credo. A mano a mano che cresce va sempre più in profondità”.

La scenografia

I realizzatori hanno trovato un manicomio abbandonato, perfetto per i loro scopi: il Medfield State Hospital di Medfield, Massachusetts, chiuso negli anni 60. Sono stati ridisegnati tutti gli interni ed è stato creato un prato lussureggiante all’interno del complesso, con aiuole fiorite. Il direttore della fotografia è Robert Richardson,
lo scenografo Dante Ferretti.

Mark Ruffalo

Ruffalo si sta imponendo tra gli attori più interessanti e versatili del momento. Negli anni ha spaziato da film quali Conta su di me di Kenneth Lonergan, a Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, passando per Collateral di Michael Mann. “Quando lavori con Mark sai di poter disporre di una vasta gamma di emozioni”, dice di lui Martin Scorsese.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’approfondimento sul film di Martin Scorsese Shutter Island pubblicato su ON di ottobre: ott_Closeup

Intervista a Sofia Milos

16 Gen

La star di CSI: Miami, The Border e I Sopranos

Sofia Milos è nota soprattutto al pubblico maschile, che ama le storie poliziesche e quelle che parlano di malavita in generale.

pubblicata su ON di ottobre 2010

Deve avere il phisique du rôle del tutore dell’ordine, perché da anni la vediamo in Csi: Miami, ne I Sopranos e ora anche in The Border, la serie per la tv che racconta le vicende di una sezione speciale della polizia che lavora al confine tra Canada e Stati Uniti. E fuori dal set? Guardiamola un po’ più da vicino in questa intervista in esclusiva rilasciata a ON.

Parli sei lingue, sei nata in Svizzera, hai abitato a lungo in Italia, dove vive ancora la tua famiglia, ma anche in molti altri luoghi del mondo… Dove ti senti a casa? Mi sento assolutamente italiana. Certo, avendo vissuto per 18 anni in America, certe influenze hanno sicuramente rimodellato le mie abitudini. Ma i miei valori e i miei gusti sono italiani e il mio cuore batte per l’Italia.

Poliziotta israeliana nel film The Order, killer di professione nella fiction Thieves, assassina ne
I tre moschettieri, detective in CSI: Miami, agente federale in The Border, detective nell’ultimo telefilm girato, Tatort… Tutti ruoli da donna forte. Tu però hai dichiarato di essere molto orgogliosa del film Passionada, in cui interpreti una cantante di fado sensuale e romantica. In quale ruolo ti senti più a tuo agio e quale ruolo vorresti interpretare in futuro? In generale mi piace interpretare il ruolo di una donna forte perché so che le donne sono forti. Magari piangiamo quando ci arrabbiamo come espressione ulteriore, ma non per debolezza. Le donne hanno tante sfumature e bellezze per cui dimostrare la forza che una donna ha, attraverso i miei ruoli, diventa naturale. Per me è stata anche una scelta personale, mentre scoprivo chi ero e di cosa sono capace.
L’arte imita la vita e la vita imita l’arte, non per niente. Così in questo tragitto e nella bellissima avventura che il
mio lavoro mi offre ho imparato molto di me stessa. Oggi mi farebbe piacere anche interpretare di nuovo dei ruoli
comici, fare una commedia romantica. Ma in fondo, comico o drammatico, è il bel ruolo che mi affascina e mi attira.

Cosa ricordi del periodo in cui interpretavi l’agente speciale Bianca La Garda in The Border? Questo dramma poliziesco di produzione canadese per la CBC mi è stato proposto all’aeroporto di Toronto mentre facevo scalo per venire in Italia. Vennero i produttori e il regista alla vip lounge, come il mio agente di Los Angeles aveva organizzato, e per due ore parlammo della serie e del mio futuro ruolo di Agente speciale Bianca La Garda, una italo-cubana immigrata in America e oggi donna forte e di potere. Accettai il ruolo una settimana dopo e un mese più tardi iniziai a girare e a vivere a Toronto 6 mesi l’anno, pur avendo casa a Los Angeles. Ho fatto due anni e i primi episodi della terza stagione in Canada e poi sono tornata a Los Angeles a girare qualche puntata della serie Csi: Miami, sempre nei panni di Det Yelina Salas, ruolo che interpreto da sette anni oramai. E torno sul set di Csi Miami proprio questo ottobre.

Anche durante le riprese di The Border avevate ritmi americani, da 16 ore al giorno? Peggio! Anche 18 ore. Spesso si iniziava la settimana di lavoro alle 5 di mattina, quindi sveglia alle 4, cosa che ritengo estremamente scioccante per il mio metabolismo, per poi terminare le settimane con uno start a mezzogiorno e la fine delle riprese alle 5 di mattina. Ora che ti struccavi e andavi a letto era l’alba. Per poi ricominciare il lunedì mattina di nuovo alle 5. Follie che si fanno. Insomma, non mi stupisco che tuttora spesso io sostenga orari pazzeschi: fa parte del mio lavoro e il mio lavoro lo amo per tutte le soddisfazioni che mi porta.

Dicono che tu sia una donna, oltre che bellissima, spiritosa e intelligente. Ma avrai anche tu qualche difetto… Certo! Sarei noiosa se non fosse così. Faccio mille cose al giorno, tante ma anche bene, e in modo preciso e veloce. Mi piace essere professionale. Non lascio mai nulla a metà. E questo sicuramente ha innervosito alcuni, sul mio cammino, che magari non fanno come me. O cosi velocemente come me, o in modo altrettanto preciso. Non siamo tutti uguali. Ma meno male che nell’umorismo ci si ritrova sempre. Ridere è il solvente di tutti i mali. E poi, mi dice il mio fidanzato, fin quando rompo le scatole ogni giorno un pochetto, il paradiso non mi vuole, quindi per campare a lungo dovrò continuare a rompere le scatole, in maniera buona (ride, n.d.r).

Quando non lavori, ti alleni. Che sport pratichi, o come ti tieni in forma (splendida)? Intanto grazie per il complimento. Amo allenarmi perche mi dà energia, quindi pratico attività fisica regolarmente credo da quando avevo 17 anni. Amo lo sport in generale, forse oggi preferisco però Pilates, power walking (camminate veloci) sul lungo mare di Santa Monica, bicicletta e un po’ di jogging. Mi piace anche lavorare sul power plate, a casa o in qualsiasi hotel mi trovi quando sto girando. Se ti piace lo sport, trovi sempre qualcosa da fare.

Cosa ti piace al cinema? Quando vado al cinema è più per divertirmi che per piangere, o urlare. Quindi commedie, o film d’azione, o thriller. Ammiro molto Sergio Castellitto, i film di Gabriele Salvatores, o Bernardo Bertolucci. Tra i registi americani, invece, Martin Scorsese, Woody Allen, Quentin Tarantino, per citarne alcuni. Con loro farei qualsiasi genere di film.

Hai una fede, o segui qualche maestro spirituale? Sono cresciuta cattolica e sono una donna spirituale. Amo tutto ciò che ci rende più forti, abili, consapevoli e, soprattutto, capaci di aiutare gli altri.

La poesia di Vincenzo Cardarelli che hai pubblicato sul tuo sito è legata a qualche ricordo particolare? Il testo è questo: Non so dove i gabbiani abbiano il nido,/Dove trovino pace./Io son come loro,/in perpetuo volo./
La vita la sfioro/com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo./E come forse anch’essi amo la quiete, la grande quiete marina, ma il mio destino è vivere/balenando in burrasca. Mi è stata inviata da un fan e mi è molto piaciuta, perché mi sono identificata in essa, da cittadina del mondo, gitana di cuore. Anche se ho sempre desiderato una famiglia e una dimora fissa, ciò ha tardato un po’ nella mia vita. Ma arriverà.

Sei innamorata? Sono innamorata della vita, di mia mamma, dei miei amici e di un Gitano che mi ha rubato il cuore. Ma non ne faccio un atto pubblico.

Quante volte all’anno vieni in Italia, di solito? Vengo spesso e volentieri, l’Italia rimarrà sempre la
mia seconda casa. È l’ossigeno di cui ho bisogno. C’è chi scappa dall’Italia proprio per trovare “aria fresca”. Io
invece vengo a fare il pieno qui.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’intervista a Sofia Milos pubblicata su ON di ottobre: ON ott_Milos

In Australia, lungo la Great Ocean Road

16 Gen

Da Melbourne ad Adelaide, alla scoperta del fascino discreto dell’Australia del Sud

pubblicato su Autocar di marzo 2010

Il Campionato di Formula 1 inizia con il Gran Prix d’Australia che si corre a Melbourne il 28 marzo. Il 3 marzo scorso è anche uscito uno dei film di cui si parlerà di più in questo periodo, Alice in Wonderland di Tim Burton, che ha come protagonista proprio l’esordiente Mia Wasikowska, Australiana doc. È forse troppo tardi per prenotare un volo e organizzarsi un viaggio nella terra dei canguri per vedere il GP, ma nel caso in cui le immagini dei dintorni del tracciato vi facessero venire un’incontrollabile voglia di partire, sappiate che questo è il momento giusto per organizzare un tour in questo Paese dove ciascuno può trovare il suo stile di viaggio, grazie alla varietà dei suoi panorami e del suo clima a seconda della regione che si visita. Oltre agli infiniti viaggi naturalistici e culturali che i maggiori tour operator propongono, infatti, l’Australia è anche ricca di stimoli per chi insegue le quattro ruote, più che i canguri. E proprio il territorio intorno a Melbourne e ad Adelaide, che si trova più a ovest nello stato del Southern Australia, e il più ricco di eventi legati all’automobile, oltre a essere attraversato dalla Great Ocean Road, una delle strade più panoramiche del mondo.

Da Melbourne al point break di Torquay

Il viaggio può partire proprio da Melbourne, la seconda città australiana dopo Sydney, capitale dello stato di Victoria e dall’aria molto europea, con i suoi viali alberati percorsi dai tram, gli ampi parchi e il fiume Yarra che la attraversa. A proposito dei tram, occhio alla Hook turn, regola stradale tutta melbournese: in gran parte della città per svoltare a destra a un semaforo dovrete accostarvi a sinistra per non intralciare le rotaie dei mezzi pubblici e attendere che venga verde nella strada in cui volete immettervi per completare la svolta. Meglio non dimenticarlo, ma è segnalato con cartelli che recitano “right turn from left only”. Qui lasciatevi deliziare dall’aroma di un caffè in uno dei vicoli in stile gotico europeo, o provate un tè in un hotel del XIX secolo, di sabato perdetevi tra le bancarelle del Queen Victoria Market, animato dagli artisti di strada. Per mangiare, scegliete uno dei ristoranti o dei bistrò del SouthBank, o di Federation Square, dall’altro lato del fiume Yarra. Risalite quindi in macchina per intraprendere questo spettacolare viaggio sulla Great Ocean Road, circa 243 chilometri serpeggianti tra Torquay, il paradiso dei surfisti, resa famosa dal film Point Break con Keanu Reeves, e Warrnambool.

Prima però chi ha la passione per il vino può fare un piccolo fuoriprogramma nella Bellarine Peninsula, vicino a Geelong, zona specializzata nella produzione di Chardonnay, Pinot Nero e Shiraz, un vitigno pregiato coltivato soprattutto nella Valle del Rodano e proprio qui, in Australia. Da provare con il Bellarine Taste Trail, un percorso di degustazione dei prodotti tipici locali, non solo vino ma anche olio e cioccolata, nelle tenute della zona. Per esempio al McGlashans Wallington Estate, dove si degustano i vini di Russell and Jan McGlashan mentre si dà un’occhiata all’esposizione di auto d’epoca. Oppure all’Oakdene, vigneto e ristorante realizzati in una struttura del 1920 completamente rinnovata con possibilità di alloggio in camere eclettiche (da 220 $ a notte).

Imboccate la Great Ocean Road

Anche Melbourne è una città ricca di acqua, del fiume e della baia su cui si affaccia. Però quando si arriva a vedere l’oceano, a Torquay, la sensazione cambia decisamente. Per prima cosa, tirate giù il finestrino e riempitevi i polmoni del profumo di bush e spiaggia, eucalipti e acqua di mare. Ora siete pronti per la vostra corsa sulla Great Ocean Road. Senza esagerare: i limiti sono di 100 km/h fuori dai centri abitati, ma per godervi la vista rallentate un po’. Dopo Anglesea arriverete a Lorne, con i suoi numerosi baretti e negozi di questa popolare località di villeggiatura immersa nel verde di un grande parco nazionale dove potete, con po’ di fortuna, avvistare anche dei koala. Avvistamenti quasi garantiti se proseguite per Kennet River e prendete una strada secondaria che si chiama Grey River Road.

Proseguite lungo la strada panoramica lasciandovi incantare dalle frastagliate scogliere che si immergono nell’oceano fino ad Apollo Bay, un tempo città di pescatori, oggi più turistica, ma comodo punto di appoggio per esplorare la foresta pluviale del Great Otway National Park, con le sue caratteristiche cascate. Rivolgetevi alle cooperative di pescatori per mangiare del pesce freschissimo, questo è il luogo giusto.

12 Apostoli_Australia - @Artorusrex

Se volete esagerare con l’avventura, provate una delle escursioni di Otway Expeditions (tel 0061 3 52376341) con fuoristrada o anfibi a 8 ruote Argo. Se prendete la deviazione verso l’oceano arrivate al faro di Capo Otway, che ha più di 150 anni ed è il più antico dell’Australia. Siete ora pronti per la zona più spettacolare di tutto il percorso. Superata Princeton, alte scogliere di pietra calcarea dominano il mare tumultuoso su cui si sono infranti moltissime navi e velieri, si dice almeno 700 nel corso della storia. E all’improvviso, ecco i Dodici Apostoli: altissimi picchi di roccia (in realtà se ne possono vedere solo sei) che si sono creati per effetto dell’erosione del mare burrascoso di queste zone. Arriverete così alla città di Warrnambool, dove formalmente si conclude la Great Ocean road e dove, a Logan’s Beach, si possono osservare le balene tra giugno e settembre. Una sosta a Tower Hill, un cratere di un vulcano estinto che ora protegge varie specie di fauna, prima di arrivare a Port Fairy per un viaggio a ritroso nel tempo, esplorando i candidi cottage imbiancati con la calce, i negozi d’altri tempi e i piccoli pub. Per una sosta culinaria: Portofino on Bank, a metà tra la cucina modern Australian e mediterranea, uno dei migliori ristoranti del Victoria occidentale. Una nota curiosa: qui si può ammirare la più grande colonia di foche da pelliccia dell’Australia, e osservare da vicino i delfini, le balene e gli squali da una barca.

Ora che avete fatto il pieno di panorami marini, potete addentrarvi un po’ nell’entroterra, verso il Parco nazionale dei Grampians, tra Melbourne e Adelaide, ricco oltre che di flora e fauna incredibili, anche di pitture rupestri aborigene. Godetevi la guida fino ad Adelaide attraverso Horsham, Bordertown e fate una sosta per tentare l’avvistamento di un canguro nel Mt Rescue Conservation Park. Per il meritato riposo, si consiglia l’appena rinnovato The Stirling Hotel, appena fuori Adelaide, con vista sui vigneti e un’atmosfera elegante.

Adelaide, città dei motori

Eccovi finalmente nella piacevole Adelaide, frizzante città che ospita artisti ed eventi sportivi di primo piano, con una ordinata planimetria a scacchiera e le sue ampie strade che la rendono terreno ideale per gare automobilistiche di ogni tipo. Ogni anno in febbraio/marzo roboanti supercar V8 gareggiano sul circuito di fama internazionale realizzato nelle vie della città, per il principale evento automobilistico d’Australia, la Clipsal 500, che richiama oltre 250mila spettatori.. Mentre a settembre l’appuntamento è con le auto storiche pre-1990: il Classic Adelaide Rally, che ha come patron l’ex campione di Formula uno, australiano, Jack Brabham.

Da non perdere anche la Bay to Birdwood, una competizione tra auto d’epoca pre-1955 che si tiene ogni anno a settembre e che catalizza intere famiglie sul ciglio della strada, con cestino da picnic in mano in attesa di vedere sfilare questo magnifico serpentone di cimeli storici che parte da West Beach Road, la spiaggia di Adelaide, e dopo 72 km arriva al National Motor Museum, il museo nazionale che raccoglie una collezione di 400 automobili e motociclette conservate in perfetto stato, con sede a Birdwood, nell’entroterra della città punteggiato da vigneti. Tra le auto della collezione, molte Holden, la macchina simbolo dell’Australia, Ford e la Talbot 25 hp del 1908 che per prima attraversò da sud a nord il paese, da Adelaide a Darwin.

Se si passa di qua in un altro periodo o non si ha voglia di portarsi il cesto da picnic, per pranzo fate una deviazione per la tenuta The Lane, a Hahndorf, per piatti ricercati ma legati al territorio, naturalmente innaffiati con il vino della casa e una vista spettacolare sulle colline coltivate. Oppure mettete una coperta tra i vigneti di una delle cantine più rinomate d’Australia, Bird in Hand, che vi venderà cibo e vino per il vostro pregiato déjeuner sul l’herbe.

Per chi non sa resistere alla terra rossa

Siete in Australia e non potete tornare a casa senza esservi sporcati con la terra rossa dell’outback, il caratteristico territorio semi desertico al centro del continente australiano? Allora da Adelaide imboccate la Great Explorer’s Way (Stuart Highway) fino al Alice Springs. Sono 1500 km, quindi prendetevi del tempo. E noleggiate un fuoristrada, a questo punto necessario per non perdervi nulla, soprattutto il divertimento.

La prima tappa è Clare Valley, con i suoi vigneti, e si passa per Port Augusta, la porta di accesso alla frastagliata catena dei Flinders Ranges e all’outback. Dormite al Prairie Hotel, a Parachilna, che offre stanze di qualità e soprattutto un premiato ristorante specializzato nella cucina “feral food”, a base di cammello, bisonte, canguro ed emu. Da qui, non potete mancare la capitale dell’opale, pietra preziosa icona del Paese: a Coober Pedy si estrae il 95% di questa pietra e si può anche dormire in un hotel sotterraneo, come facevano i minatori per ripararsi dal caldo torrido. Fatelo anche voi al Desert Cave Hotel, dove lasciarsi andare naturalmente anche per uno shopping prezioso.

Fate una deviazione fino al Deserto dipinto (Painted Desert), con le sue scenografiche colline colorate formatesi grazie a un processo di erosione durato 80 milioni di anni. I colori giallo ocra, il rosso del ferro ossidato e un intenso marrone brillano alla luce del sole. In direzione nord, attraverso distese d’erba, tra regioni granitiche da un lato e il fiume Finke dall’altro, arriverete alla vostra meta, Alice Springs, il vero cuore dell’Australia, nato come stazione del telegrafo e oggi centro di cultura e arte aborigena. Dove termina il vostro viaggio, a meno che non vogliate trasferirvi qui. E la tentazione verrà.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul viaggio in Australia pubblicato su Autocar di marzo 2010: Autocar marzo 2010_Australia

Intervista a Michela Cescon

16 Gen

“Se tornassi indietro, rifarei l’incidente”.

Architetto Michela Cescon. Doveva esserci scritto questo sul suo biglietto da visita. Invece, una notte di tanti anni fa, quando lei di anni non ne aveva neanche venti, un ubriaco investe lei e un suo amico in Vespa, lei si frantuma un femore e rimane ferma per mesi. Il giorno dopo avrebbe dovuto dare il suo primo esame alla Facoltà di architettura.
Invece questo evento le fece trovare il coraggio di dire alla sua bella famiglia trevigiana doc che la sua strada non era a Treviso, come da generazioni tutti in casa Cescon avevano fatto. Ma a teatro.

Pubblicata su ON di settembre 2010

E dopo due anni era sul palco, come protagonista in uno spettacolo di Luca Ronconi. Segno del destino? Dopo il successo al teatro è passata al cinema e ora
porta avanti entrambe le carriere. Ma ecco per esteso il suo racconto.

Lei ha debuttato al cinema nel 2004 con Matteo Garrone, nel film Primo Amore: un’interpretazione impegnativa, in cui è dovuta dimagrire da 60 a 45 kg in quattro mesi. Come è avvenuto l’incontro col regista? Avevo 28 anni, venivo da dieci anni di palcoscenico e stavo recitando un testo “off off”, Bedbound, in un teatrino romano, per il quale ho vinto il premio Ubu e il premio Eleonora Duse. Facevo la parte di una ragazza poliomelitica grave, ero tutta storta, il corpo molto segnato. Venne a vedermi Matteo Garrone, al quale piacque lo spettacolo, tanto che venne in camerino per conoscermi. Per combinazione io avevo visto due dei suoi primi film, Estate romana e Terre di mezzo. Ci fu un scambio di stima reciproca. Dopo un anno e mezzo mi chiamò chiedendomi “quanto pesi”? Risposi: circa 60 kg. E lui: “ah no, la mia protagonista è molto magra”. Tre giorni dopo mi richiamò: “Ci ho pensato: ti va di fare un film dove devi dimagrire un bel po’? E io dissi “ci sto”. Fu per me un’esperienza unica.

Qui conobbe anche Vitaliano Trevisan, scrittore e attore vicentino, che ha ritrovato sul set diretto da Alex Infascelli, Nel nome del male. Come si è preparata per questo ruolo che parla di satanismo? Nel film sono la madre di questo personaggio che sparisce. Quando ho letto la prima volta la sceneggiatura ci rimasi male, perché non capivo come mai la madre non potesse fare come il padre, partire alla ricerca di questo figlio scomparso. Col tempo, anche con la mia maternità, ho capito che la cosa più difficile ai nostri giorni è quella di fermarsi un attimo e osservare i nostri figli, per come sono. E questa è una madre che non si ferma a osservare.

Come è iniziata la sua carriera a teatro? Alle superiori ho frequentato dei corsi di teatro che mi piacevano tantissimo, ma non avrei mai pensato di farne una professione. Dopo l’incidente che ebbi al primo anno di università, e nei mesi che ci sono voluti per rimettermi in piedi, l’anima, o l’inconscio, chiamatela come volete, credo che abbia lavorato tanto. Sentendomi una sopravvissuta, ho detto ai miei genitori che volevo fare teatro. Dopo due anni e mezzo sono salita sul palco come protagonista in uno spettacolo di Ronconi. Nella vita spesso non ti accorgi di essere seduto. I lutti, o gli incidenti, ti aprono gli occhi. E se tornassi indietro, rifarei l’incidente: è stato lo choc che mi
ha dato il coraggio di cambiare.

Quando è arrivato il successo, quale regalo si è fatta? La mia prima entrata maggiore è stata per Primo Amore.
Con quei soldi mi sono prodotta Giulietta (degli Spiriti), l’ultimo spettacolo che ho fatto con Valter Malosti, che per me ha significato un grande punto di svolta. Ancora oggi, comunque, molto di quello che guadagno va a finanziare gli spettacoli a teatro.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’intervista a Michela Cescon pubblicata su ON, il magazine della FastwebTv: ON_sett_CESCON

A Villa d’Este, tra auto d’epoca e atmosfere esclusive

16 Gen

Portare da Tokyo a Milano un gioiello come l’Alfa Romeo Giulia 1600 TZ2 del 1965, che ha ricevuto la menzione d’onore nella sua classe (Classe H: Progetti di stile 1952-1965), il Trofeo del Presidente della Fiva per la vettura meglio conservata e il Trofeo Auto & Design per lo stile più emozionante? “Questa volta non abbiamo pagato molto, 50mila euro. Andata e ritorno”, racconta come parlasse di un biglietto sulla Frecciarossa il giapponese Tadeo Uchida, amico del proprietario Shiro Kosaka, uno dei più grandi collezionisti del mondo, assente per nube islandese.

Pubblicato su Autocar di maggio 2010

Per un volo così lungo anche le persone pagano un prezzo elevato, figurarsi un’automobile di valore inestimabile come questa, che solo di assicurazione… Assicurazione? “Ci prendiamo il rischio”, dicono i proprietari in un coro greco (che si spera non si trasformi in pianto), “perché dopo un certo numero di anni costerebbe più l’assicurazione furto e incendio che la macchina stessa. Spesso le compagnie non accettano neanche di assicurare valori di questo tipo”, spiega Mr Tadeo.

E lo conferma anche l’imprenditore Francesco Gandolfi, marito di Mietta Pasquali Gandolfi, che al concorso è arrivato da Montagnana, in provincia di Padova, guidando in prima persona il camion con sopra la loro affascinante Bmw 328 del 1938. “Assicurare queste vetture contro la perdita è onerosissimo e fonte di litigio con le compagnie, perché è estremamente difficile darne una valutazione. Quindi le nostre auto hanno solo la Rc obbligatoria per girare su strada”. L’aereo è il mezzo più veloce e sicuro, perché, spiega sempre Tadeo Uchida, “via mare l’aria salina rovina la carrozzeria”. Esistono compagnie di cargo specializzate in trasporti delicati, ma per evitare il colpo al cuore di fronte a una riga sulla carrozzeria, si arriva a vette di mania: “fotografiamo tutti i passaggi dell’imballaggio, vite per vite, in modo da rifare il percorso a ritroso una volta giunti a destinazione, per non rovinare nulla”.

Ovviamente, volare è il modo più costoso per trasportare le macchine. Più economica invece la nave, come spiega Gandolfi, che per la sua attività di imprenditore dell’industria alimentare ha molti contatti con l’estero. “Ho spedizionieri di fiducia, che mi fanno pagare 10mila euro per un container da 20 piedi, all’interno del quale lego la macchina, ben protetta, contro i 20mila richiesti di solito da spedizionieri accreditati a Pebble Beach”. Per gli Stati Uniti, andata e ritorno.

Con la solita sintesi ed efficacia americana, Mark Gessler, membro della Fiva, in concorso con una Alfa Romeo 6C 1500 GS carrozzata Zagato del 1933, definisce il trasporto di questi gioielli: “crazy”. La sua perla quest’anno è volata dagli Usa a Cernobbio.

Quanto ci vuole per iscriversi?

In confronto a queste cifre, i 3500 euro chiesti per l’iscrizione e il soggiorno full board per due persone nell’Hotel Villa D’Este (premiato come miglior hotel del mondo nel 2009 dalla rivista Forbes Traveler), da venerdì a lunedì mattina, sono davvero un bicchiere d’acqua fresca. Soprattutto se si considera che una notte in Hotel con la sola colazione parte normalmente da 690 euro.

Chi organizza il concorso?

Ma che tipo di organizzazione si nasconde (bene) dietro un evento di questa portata? I primi passi organizzativi del concorso iniziano subito dopo la conclusione dell’edizione precedente. Ma è a partire dalle due settimane precedenti che inizia il lavoro duro della logistica, che coinvolge circa 200 persone di Villa d’Este (tutti i reparti: dalla reservation, al food & beverage) e altrettante da parte di Bmw, che arriva con sei o sette tir carichi di ogni tipo di attrezzatura per montare le luci, l’impianto audio, tutto.

“Villa D’Este ha una tradizione nell’organizzare eventi prestigiosi”, spiega Jean-Marc Droulers, presidente e amministratore delegato di Villa D’Este Spa, fautore del rilancio del Concorso insieme a Bmw. “Sa accogliere a un buon livello un alto numero di persone. L’albergo è riservato esclusivamente ai partecipanti al concorso, in modo che non ci siano malintesi con ospiti in viaggio romantico che non gradirebbero di essere svegliati alle 7 del mattino dal rombo di una Ferrari. Già dal venerdì l’hotel è completo, ci sono circa 400 persone per cena. Il sabato, per la giornata a inviti nei giardini monumentali di Villa D’Este, ci sono circa 6/800 persone, non di più per non snaturare l’ambientazione. La domenica si trascorre a Villa Erba, per la giornata aperta al pubblico. Quest’anno avevamo 5000 persone, per cui preparare tutti i servizi, compresi panini e sandwich per il pranzo”.

Diamo i numeri

Durante la giornata di sabato si consumano circa 600 pasti al ristorante e almeno altri 250 snack all’esterno, e champagne Henriot e cocktail Bellini sono i drink preferiti e i club sandwich Villa d’Este i più richiesti. Per la cena di gala della domenica (300 persone), è richiesto l’abito da sera e nel menù si trovano astice, fois gras e insalata di ovuli. Da consumare in un paio d’ore al massimo, perché poi si scopre l’auto vincitrice “Best of Show by the Jury” e il “BMW Group Trophy” e partono i tradizionali fuochi d’artificio sul lago.

Numeri di questo tipo porteranno all’esaurimento chef e camerieri. E invece no. Siamo entrati in cucina alle 12.30 del sabato e al posto di un girone dei golosi abbiamo trovato un’orchestra che suonava la sua sinfonia diretta dalla bacchetta gentile dello chef Luciano Parolari, da oltre 40 anni a Villa D’Este. “Oggi siamo a ranghi completi, 40 in cucina e altrettanti a servire. Iniziamo alle 5 del mattino per fare le briosche e terminiamo intorno alle 22, lavorando su turni, ovviamente. La cosa più difficile di questo evento sono i tempi, sempre abbastanza stretti. Per il buffet all’italiana da 600 persone di oggi abbiamo cotto 50 kg di pasta”. Ma ci sono anche prosciutto crudo, roast beef, arrosti e una sfilata di appetitosi dolci, babà giganti, Sacher Torte, tiramisù e macedonia in cui vien voglia di tuffarsi. Richieste speciali dagli ospiti? “In tanti anni di esperienza posso dire che le persone più importanti sono le meno difficili, le più semplici. Chiedono le solite cose, niente aglio, poco sale, niente di straordinario”.

Perché Villa D’Este è Villa D’Este

Qual è invece la formula vincente che ha riportato questo concorso, caduto nel dimenticatoio per quasi 40 anni, a essere il più importante d’Europa? Una serie di fattori, tra cui sicuramente una selezione dei modelli seria e rigorosa. “Tutti gli anni riceviamo richieste di iscrizioni abbondantemente superiori agli spazi disponibili, che sono 50, 52 circa. Un numero sostenibile che il pubblico può vedere con tranquillità, senza che il concorso soffra di gigantismo”, spiega l’ingegnere Lorenzo Ramaciotti, presidente della giuria. Sono due le persone chiave che fanno l’importante scrematura iniziale delle iscrizioni spontanee: Urs Paul Ramseier e Dominik Fischlin. Delle circa 250 richieste ne tengono 80, che poi sottopongono al Comitato Esecutivo del quale fanno parte il presidente della giuria, Horst Brüning, presidente della Fiva, Karl Baumer, presidente del Concorso d’Eleganza Villa d’Este, capo di Bmw classic e del Museo Bmw e Bmw Welt, e Jean-Marc Droulers.

“Teniamo conto dell’autenticità e dell’originalità delle automobili, che ci sia un corretto bilanciamento tra le marche di diverse nazionalità in modo che sia un concorso il più possibile internazionale e che non sia monopolizzato da determinati collezionisti a discapito di altri”, spiega Droulers. “Le auto devono possedere un passaporto Fiva, senza il quale non sono prese in considerazione. Non accettiamo la stessa vettura, né vetture dello stesso tipo per più anni consecutivi, per non annoiare il pubblico”, continua Ramaciotti.

“Poi cerchiamo di avere una varietà anche in funzione del tempo, senza trascurare nessun decennio, dalle pre guerra a quelle degli anni 70. Quest’anno se c’erano vetture in dubbio abbiamo privilegiato Alfa e Pininfarina, perché si celebrano i 100 anni dell’Alfa Romeo e gli 80 di Pininfarina”, conclude Ramaciotti. E Droulers va nel dettaglio di alcuni passaggi: “domandiamo all’organizzazione di accertarsi dell’autenticità dell’automobile, con la richiesta ai proprietari dei certificati necessari, in modo che non si infiltri qualcuno che non dovrebbe. La verifica dei requisiti è importante e dura fino a gennaio. La lista finale delle vetture d’epoca di solito si ha in febbraio. Le concept car seguono filone diverso, la loro selezione inizia verso novembre/dicembre, Bmw scrive a tutti i colleghi del mondo automobilistico, chiedendo se vogliono partecipare al concorso, con vetture che non siano già state esposte a saloni automobilistici nell’anno precedente. Devono avere dunque caratteristiche di novità e di originalità ed essere prototipi o concept car, piccole tirature, o macchina unica, non macchine di serie. All’inizio di febbraio con le liste dei modelli selezionati in mano iniziamo quindi a contattare i proprietari e a presentare loro il programma, invitandoli a iscriversi”.

E voi lo sposereste?

Il weekend di Villa d’Este è anche un luogo di ritrovo tra amici che condividono la stessa passione. E può poi diventare occasione di formidabili proposte di matrimonio cui difficilmente si potrebbe dire di no: un cuore di petali di rosa trovato sul letto con in mezzo le chiavi di una di queste macchine d’epoca al posto di un anello. È successo l’anno scorso. Quest’anno, invece, “solo” 101 rose rosse recapitate in camera per un compleanno. Non di una centenaria.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul Concorso d’Eleganza di Villa d’Este, pubblicato su Autocar di maggio 2010: Autocar maggio 2010_villa este

Uno stile Infiniti

16 Gen

 

Per i suoi primi 20 anni il marchio Infiniti si è regalato una concept car che unisce tecnologia sofisticata e prestazioni elevatissime a un design che mostra le linee verso cui la Casa si dirigerà in futuro: la Essence. La coupé ibrida con propulsione benzina/elettrica da 600 Cv e trazione posteriore è stata presentata al Salone di Ginevra del 2009 ed è proprio lei la protagonista di questo servizio fotografico che ha ricreato alcune scene di un vecchio film con Steve McQueen: Il caso Thomas Crown (1968).

 

pubblicato su Autocar maggio 2010

L’idea originale è venuta al fotografo Jean-Daniel Lorieux, molto noto nell’ambiente della moda per una ventennale collaborazione con Vogue, che ha sostituito la Rolls-Royce blu di McQueen con la Infiniti Essence, che oggi rappresenta il futuro dell’automobile, come lui stesso ha dichiarato.

Ma come è nata l’idea di fotografare la coupé in questo modo? “Ho avuto il piacere di guidare questa Infiniti grazie a Claude Hugot, direttore della comunicazione di Infiniti France”, spiega il fotografo, “che è anche colui che mi ha dato l’incarico di realizzare il servizio fotografico. Il mandato è stato semplicemente: “facci quello che vuoi”. Il caso Thomas Crown è un film cult per me. La visione della Rolls blu nel film ci faceva sognare. E Infiniti è la dream car di oggi. Steve McQueen era un grande attore ma anche un pilota, un mito per quelli della mia generazione. E in quel film, in particolare, era elegante come non si era mai visto. Da questa intuizione mi è venuta voglia di ricreare un set che riprendesse le atmosfere del film. Il casting non è stato un problema. Conoscevo già Pierre Jacob, il protagonista maschile, che era perfetto per il ruolo. È un tipo alla James Bond, un pilota, un campione di sci, un personaggio da film, insomma. Mentre la bella bionda è una modella con cui lavoro spesso, si chiama Ingwild.

Ho ricreato il set in pieno centro a Parigi, in Place de la Concorde, e nel vicino aeroporto di Bourget. Abbiamo trovato un aereo di alluminio e abbiamo fatto preparare dei sacchi che sembrassero pieni di soldi, su cui abbiamo dipinto il simbolo del dollaro di Andy Warhol”. Il resto lo si può giudicare dalla bellezza di queste immagini.

Jean-Daniel Lorieux è uno dei maestri della fotografia e ha collaborato per più di vent’anni con le maggiori testate di moda internazionali, tra cui Vogue, ed è considerato un artista della fotografia di moda. “Ma ho anche una vera passione per le automobili”, racconta ancora Lorieux. “Mi elettrizzano e mi piace spingerle oltre il limite, cosa oggi severamente proibita. È per questo che vado a correre a Le Mans. A Parigi guido una Golf GTI 16 valvole, ma per divertirmi uso una limousine Bentley comprata nel 1970 o la mia Porsche 356 degli anni 60. Questa mia passione per i motori è diventata anche lavoro: ho spesso ritratto auto di lusso, per Mercedes, Bmw e, di recente, ho realizzato degli scatti per Rolls-Royce a Mosca. E questo lavoro per Infiniti mi ha dato molta soddisfazione”.

Lo stile prima di tutto

Abbiamo chiesto a Claude Hugot, Responsabile Comunicazione Lifestyle di Infiniti, chi ha avuto la bella idea di realizzare questo servizio fotografico per la Essence e perché. Ecco cosa ci ha risposto.

Chi ha avuto l’idea di affidare il servizio fotografico a uno dei fotografi di moda più famosi del mondo? Come responsabile della comunicazione Lifestyle per Infiniti in Europa occidentale, avevo l’obiettivo di realizzare un servizio molto diverso, visivamente molto più vicino al mondo della moda che non all’universo dei motori. Così ho suggerito JD Lorieux per la sua nota passione per le belle auto, la moda, i modelli e le modelle più affascinanti, oltre che per il suo notevole umorismo.

Avete vagliato anche altri nomi? No, Lorieux era la persona giusta e infatti ha avuto la geniale idea del remake del Il caso Thomas Crowne per il servizio fotografico.

Gli avete dato carta bianca? Abbiamo sposato appieno la sua idea, ma gli abbiamo chiesto di rimanere quanto più possibile fedele al film originale, con l’esplosiva e sexy coppia Faye Dunaway – Steve McQueen.

Quale è stata la vostra prima reazione di fronte alle foto? Siamo rimasti estasiati nel vedere la Essence circondata da tanta bellezza.

Avete in programma altre collaborazioni di questo tipo? Sì, soprattutto per modelli come M ed FX ci auguriamo di poter ripetere l’esperienza.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul servizio fotografico di Jean-Daniel Lorieux alla Infiniti Essence, pubblicato su Autocar di maggio 2010: Autocar maggio 2010_Infiniti
Per i suoi primi 20 anni il marchio Infiniti si è regalato una concept car che unisce tecnologia sofisticata e prestazioni elevatissime a un design che mostra le linee verso cui la Casa si dirigerà in futuro: la Essence. La coupé ibrida con propulsione benzina/elettrica da 600 Cv e trazione posteriore è stata presentata al Salone di Ginevra del 2009 ed è proprio lei la protagonista di questo servizio fotografico che ha ricreato alcune scene di un vecchio film con Steve McQueen: Il caso Thomas Crown (1968).

Ditelo coi fiordi: viaggio in Norvegia

16 Gen

Atlantic Road_Norvegia @Jamie Pérez

La Norvegia è uno degli stati più verdi e con un alto senso dell’ecologia al mondo e quindi l’automobile non è il mezzo di trasporto più utilizzato e incentivato. Nonostante questo, l’auto è sempre il mezzo migliore di godere dei meravigliosi paesaggi dei fiordi e per poter viaggiare in libertà, fermandosi ogni volta che verrete catturati da una delle mille attrazioni, naturalistiche ma non solo. Prendendo come punto di partenza la capitale Oslo, dunque, ben collegata alle principali città italiane, potete in breve tempo ritrovarvi nel bel mezzo del sistema di strade della Adventure Road, che collega la città alla bellissima Bergen, che si trova sulla costa occidentale dello stato, a circa 480 km di distanza da Oslo. L’Adventure road non è una sola strada, bensì un reticolo di percorsi che si sviluppa in un territorio di 15mila km² di vallate, montagne e morene formatesi durante l’Era Glaciale. Un saliscendi tra le foreste e l’acqua dei fiordi, che si addentrano come lingue nella terra, tra ghiacciai e cascate spettacolari, fino ad arrivare all’Hardangervidda, l’altopiano più esteso d’Europa, con un clima, una flora e una fauna artici.

La Adventure Road è anche il miglior modo per visitare alcuni dei siti dichiarati Patrimonio Universale dall’Unesco nella zona tra Oslo e Bergen, tra cui la chiesa Urnes, costruita intorno al 1130, la più antica in stile cristiano-vichingo, che coniuga crocifissi e decorazioni iconografiche a tema animale, visibile nel portone in legno e negli altri dettagli della facciata settentrionale. Un altro sito patrimonio dell’umanità è il Nærøyfjord, un braccio del più grande Sognefjord, considerato uno dei più belli del mondo perché nel tratto più stretto le sponde si trovano a soli 250 metri di distanza e sopra di esse si stagliano picchi che arrivano a 1500 metri. Un paesaggio che i Romantici avrebbero descritto come Sublime. E infine Bryggen, il quartiere più antico di Bergen, che si distende lungo il mare ed è caratterizzato da casette in legno dipinte con colori vivaci, costruite in linea, ricordo dell’appartenenza della città alla Lega Anseatica dal XIV al XVI secolo.

Dalla capitale alla valle Hallingdal

Partendo da Oslo e prendendo come destinazione Bergen, il modo più veloce per arrivarci in macchina è l’autostrada E16, che vi farà attraversare il tunnel più lungo del mondo. Emozione che, a parte verificare se soffrite di claustrofobia o meno, vi eviterete volentieri per lasciare spazio a un bellissimo viaggio panoramico tra le montagne e i fiordi. Tenendo conto che sulle strade secondarie terrete una velocità media di circa 50/60 all’ora (il limite è di 80 km/h sulle extraurbane,  nei centri abitati) e che vi verrà voglia di fare delle pause nei paesi più grandi, per ammirare qualche panorama e per provare qualcuna delle attività adrenaliniche che si possono scegliere in questa zona, il viaggio durerà circa una settimana.

pubblicato su Autocar lug/ago 2010

Da Oslo si parte prendendo l’autostrada E18 e, a Sandvika, si prende la E16, in direzione Hønefoss. Guidando in direzione nord, ben presto inizierete ad arrampicarvi sul passo Solihøgda dove, una volta oltrepassato, vi si aprirà una vista sui campi coltivati della piana di Ringerike, circondata dalle montagne. Arrivati a Hønefoss, lasciate finalmente l’autostrada per iniziare l’esplorazione da vicino di questi magnifici luoghi. Gol sarà la vostra prima meta. È la città principale della valle Hallingdal e si raggiunge prendendo la strada numero 7, indicata da cartelli quadrati a fondo bianco. Prima passerete però attraverso altri paesini, tra questi Flå, soli 1000 abitanti ma famoso per il suo Vassfaret Bear Park, uno zoo che mostra la fauna norvegese inserita nel suo ambiente naturale, compresi gli orsi, che qui sono protagonisti. Un’altra cinquantina di chilometri e sarete a Gol, un paesone di 4500 abitanti dove, per fare un piccola variazione sul tema “natura”, vi suggeriamo di farvi un giro sui quad o sulle moto del Gol Motorpark, oppure sui go-kart del Fuglehaugen Carting & Motorsenter, sempre vicino a Gol, per correre con vista sulle cime innevate.

Da qui partono diverse diramazioni della Adventure Road. Si può optare per esempio per quella che va verso nord e passa da Hemsedal, che arriva a Lærdalsøyri, un borgo affacciato sullo splendido Nærøyfjord e che, attraverso un tunnel, si ricollega a Flåm. Sul fiume Laerdal chi ha la passione per la pesca non può perdersi il Norsk Villakssenter, un centro che rende omaggio a due pesci-simbolo di questa terra, il salmone e la trota di mare, con un premiato documentario sulla loro vita e vasche per l’osservazione dei pesci da vicino. A Hemsedal potete persino nuotare con le trote con il Trout Safari, che vi fornisce muta, pinne e maschera e vi accompagna in un tour di due o tre ore nelle “fresche” acque dell’Hemsila. Qui val la pena fermarsi anche per provare la cucina del Fossheim Hotel, un ristorante tipico gestito dalla stessa famiglia da tre generazioni, che serve piatti della tradizione norvegese.

Evitando il tunnel che conduce a Flåm e prendendo la Aurland Road (n. 243), una stradina di montagna che conduce ad Aurland, passerete dal livello del mare a un’altitudine di 1.333 metri, dove troverete la neve anche in estate, motivo per cui la 243 è chiamata “Snow Road”. Fate una sosta nel punto panoramico di Stegastein, con una vista strepitosa sul fiordo dell’Aurland. È questa anche la strada delle cascate: tra Gol, Borgund e Lærdal (Rv52/E16) ne incontrerete ben quattro importanti: Hydnefossen, Rjukandefossen, Bergstølfossen e Sjurhaugfossen. Giunti a Flåm il paesino il cui nome significa “piccola distesa fra ripide montagne”, fate un giro sul Flåmsbana, il trenino che percorre un tratto tra pareti montagnose con un dislivello di ben 900 metri, passando attraverso una galleria a spirale nel cuore della montagna, che fa una fermata anche sotto scroscianti cascate.

Hardanger, un fiordo a frutti e fiori

Una seconda opzione, da Gol, è quella di raggiungere Flåm imboccando la strada che attraversa la Hallingsdal, passando per il parco nazionale Hallingskarvet, verso Al, che da Oslo dista 218 km. Da Flåm partono anche divertenti safari in gommone alla scoperta del Nærøyfjord da un altro punto di vista, quello marino, in cui potrete incontrare foche e aquile di mare (FjordSafari).

Da Al si dirama una terza opzione, la strada più a sud, quella che passa da Geilo e arriva a Eidfjord, che attraversa una zona con le meravigliose insenature dell’Hardangerfjorden. Indugiate in una breve deviazione verso l’aeroporto di Dagali per saggiare il Motor Center, il posto che fa per voi, perché vi farà provare tutte le emozioni su quattro ruote che volete: dai corsi su neve e ghiaccio, al fuoristrada, al go-kart. Fermatevi per una sosta culinaria con piatti del posto all’Hallingstuene di Geilo, che in estate serve solo insalata coltivata in loco, o al Sofia Cafès & Bar, specializzato in cucina tradizionale di ottima qualità. E poi tornate sulla via maestra, per fare conoscenza con il fiordo Hardanger.

Chi si aspetterebbe di trovare nel paese dei ghiacciai perenni, frutteti e vegetazione degni di un paradiso tropicale? Eppure capita anche questo, perché per le magie che la natura sa regalare agli uomini, la Corrente del Golfo, dal lontano Messico, arriva a mitigare anche questo lembo di Norvegia. E qui in maggio godrete delle fioriture degli alberi da frutta, mentre da luglio potrete mangiare deliziose mele, susine, ciliegie e pere. Qui è fortemente consigliata una sosta nelle aziende agricole, dove provare e comprare questi prodotti locali, come nella Steinstø Fruit Farm, dotata anche di ristorante, che produce tonnellate di questa frutta deliziosa. Per poi traghettarsi verso Bergen, la nostra tappa finale.

Se capitate a Lofthus, sull’Hardangerfjorden, dal 22 al 25 luglio, ci sarà la festa delle ciliegie. Per finire la giornata in bellezza, prenotate una cena al ristorante à la carte Zanoni, all’interno dell’Hotel Ullensvang, che prepara piatti norvegesi e altri con ispirazione italiana, di altissima qualità, serviti in un ambiente di rara bellezza, con vista sui fiordi e sui ghiacciai. E per restare in tema di fattorie, pernottate all’Utne Hotel, una delle più antiche affacciate sul fiordo Hardanger, da cui è stato ricavato questo hotel. Quando infine arriverete a Bergen, perla della costa occidentale, sarete nella città che per molto tempo è stata il cuore pulsante del commercio di merluzzo essiccato o salato, l’oro del Medioevo, il cui traffico si concentrava proprio qui. La seconda città della Norvegia, dopo Oslo, è piena di vita, a partire dal Fisketorvet, il mercato del pesce all’aperto, per arrivare alla classica birra in terrazza sul porto, di notte, o a uno dei numerosi concerti che nella stagione estiva ravvivano la città. Tutti da gustare, prima di fare ritorno a casa.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul viaggio in Norvegia, pubblicato su Autocar luglio/agosto 2010: Autocar lugAgo 2010_Norvegia

Il calendario Pirelli compie 45 anni

16 Gen

pubblicato su Autocar - gennaio 2009

Così come Elle McPherson per la moda è “The Body”, per il popolato mondo dei calendari quello Pirelli è semplicemente: “The Cal”. Nati quasi nello stesso anno, 1963 lei, 1964 “lui”, hanno molte caratteristiche in comune: sono il punto di riferimento nel loro settore, hanno un’eleganza indiscussa, molti farebbero carte false per averli e,
soprattutto, non risentono dei segni dell’età. Già, perché il calendario, lo strumento di promozione di immagine principe del Gruppo Pirelli, è un oggetto di culto da 45 anni ed è testimone dell’evoluzione del costume e del cambiamento dei canoni di bellezza, come Autocar vi mostra in queste pagine lasciando che siano le immagini a parlare da sé. Infatti dai muri dei garage delle autorimesse, dove lo si trovava inizialmente, è passato in poco tempo e di diritto
nei musei di arte e fotografia.
Per l’edizione 2009 è tornato per la terza volta a posare il suo set in Africa, merito del fotografo Peter Beard che ha una smisurata passione per questo Paese e che ha portato sette modelle di fama internazionale in Botswana, tra elefanti, serpenti, fango e insetti. Una scelta artistica che vuole anche lanciare un messaggio ecologico: in questo mondo devastato da logiche di sviluppo senza regole, l’uomo per salvarsi deve ritornare all’armonia della natura.

Il mercato dei collezionisti

Il calendario, però, non è solo un oggetto del desiderio intellettual-voyeuristico, ma ha anche un valore collezionistico. Nonostante non abbia un prezzo di vendita, vi sono alcune edizioni molto ricercate tra i collezionisti. Chi ne trova una del primo decennio trova un tesoro. In particolare, i calendari del 1973 e del ‘74 sono ricercatissimi e quindi più quotati, anche se non hanno un prezzo di partenza ben definibile. Nel 1975 una serie completa di calendari del primo decennio è stata battuta da Christies per 2mila sterline (per beneficenza), una quotazione superiore a quella di un’opera di Warhol aggiudicata nella stessa asta.

In seguito, una copia del 1973 di Allen Jones è stata battuta per la cifra record di 20 milioni di lire. Da qualche anno tutto il mercato del collezionismo si è spostato su e-Bay, dove una copia del calendario 2003 autografata dal fotografo Bruce Weber e dal presidente Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha raccolto 13mila euro destinati a opere di bene. Anche oggi, se si cerca su e-Bay (soprattutto sulla versione tedesca), si trovano copie dell’ultima edizione a prezzi intorno ai 2/400 euro e una copia autografata dal fotografo Peter Beard a 999 euro.

Come regola generale, le prime mille copie di ogni edizione sono numerate e dunque più prestigiose. Ma come è diventato “cult”? Il primo (1964), realizzato da Robert Freeman, noto come “il fotografo dei Beatles”, trasforma il calendario da gadget natalizio per i propri clienti in: The Cal. Per varie ragioni. Perché da questo momento si ricercano
i fotografi di maggior successo, le location più trendy, le modelle più famose, ma anche perché il calendario è a tiratura limitata, 35.000 copie nei primi anni, 20/25.000 dal 2004 e, soprattutto, perché non si può comprare.

A chi vanno le copie?

Non essendo in vendita, le varie direzioni delle filiali internazionali del Gruppo Pirelli stilano ogni anno un elenco di personaggi famosi dell’industria, dello spettacolo, della cultura e delle istituzioni che lo ricevono in dono. Per l’edizione 2009, per esempio, l’ha ricevuto anche Barack Obama in campagna elettorale (e non McCain) e ogni anno arriva a Buckingham Palace, al Re del Marocco e di Spagna.

Negli anni 60 le modelle sono per lo più giovani esordienti. Il ’69 è l’anno della California, con ragazze in bikini tra surfisti e spiagge dorate, bocche in primo piano che leccano un ghiacciolo o appoggiano sulle loro labbra socchiuse il collo di una bottiglia di Coca-Cola. È l’inizio delle allusioni al mondo dell’hardcore, che prende piede in quegli anni proprio in California, quando in Italia ci si scandalizza ancora per l’ombelico scoperto di Raffaella Carrà nel suo Tuca Tuca. Nel 1971 appare il primo nudo integrale, anche se sfumato dalle tinte di un raffinato controluce.

Nel ’72 arriva la prima fotografa donna, Sarah Moon, che realizza quasi dei quadri impressionisti. Il 1973 e ’74 segnano il ritorno alle forme femminili più esplosive che, arte o non arte, sono sempre state il tratto più amato dei calendari Pirelli. Dal 1975 al 1983, invece, c’è un vuoto, il calendario non esce a causa, si dice, della crisi economica
dovuta al petrolio. Superata l’Austerity si arriva agli anni 80, con la loro voglia di divertimento e trasgressione, naturale erede del castrante periodo precedente. Riappare traccia del prodotto Pirelli sotto forma dell’impronta dei pneumatici che si stampa su spiagge esotiche e su corpi scultorei.

Dall’edizione olimpica alle top model

Per le Olimpiadi del 1990 Arthur Elgort realizza il primo calendario in bianco e nero e nel 1994 inizia una nuova era, quella delle top model. Tutti ricordano Cindy Crawford, EvaHerzigova, Kate Moss, Inès Sastre,
Gisèle Bündchen. è strepitoso il calendario di Richard Avedon del ’95, che ritorna al sensuale immortalando, tra le altre, una statuaria Naomi Campbell nuda, di spalle, con l’impronta della sabbia dorata sulla pelle. Che, insieme alla Monica Bellucci ritratta sempre da lui 2 anni più tardi, fanno a gara per la foto più sexy di tutti i tempi. Nel 2000 il calendario è affidato ad Annie Leibovitz, storica ritrattista di Rolling Stone prima e di Vanity Fair oggi e per tutti gli anni 2000 attrici e modelle molto famose saranno splendide portavoce della magia del Calendario Pirelli.

I fotografi del Calendario Pirelli che hanno fatto storia

Robert Freeman, che ha firmato il primo calendario nel 1964

Sarah Moon è la prima fotografa donna (1972)

Uwe Ommer rilancia le impronte del pneumatico su corpi e spiagge (1984)

Terence Donovan fotografa le prime modelle di colore, tra cui una Naomi Campbell sedicenne (1987)

Barry Lategan introduce gli uomini (1988)

Arthur Elgort realizza il primo calendario in bianco e nero (1990)

Herb Ritts inaugura l’era delle top model (1994)

Bruce Weber scatta anche alcune star maschili del cinema e della musica (1998)

Annie Leibovitz, una delle migliori ritrattiste al mondo (2000)

Patrick Demarchelier, fotografo di Lady Diana e il primo non British a fotografare la Famiglia Reale inglese (2005, 2008)

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sui 45 anni del calendario Pirelli, pubblicato su Autocar di gennaio 2009: Autocar gennaio 2009_PIRELLI ALBUM

Carlo Cracco, chef a km zero

16 Gen

Superyacht 2009 - foto @Giovanni Malgarini

Con un menù raffinato e fantasioso come solo lui sa inventare, Carlo Cracco ha dimostrato che si può organizzare una cena a basse emissioni tutt’altro che povera. L’occasione è stata offerta da BMW lo scorso ottobre, la scena è quella milanese e l’ospite d’eccezione il regista Francis Ford Coppola, in città per il World Business Forum. La Casa automobilistica tedesca, molto impegnata sul fronte delle basse emissioni di CO2, vuole una cena di gala low emission. Dopo breve riflessione risulta evidente che lo chef migliore è certamente Cracco, non tanto per le formali due stelle Michelin di cui si fregia il Ristorante Cracco, che pur certificano l’altissima qualità della sua cucina, quanto per la sua innata e caratteristica capacità inventiva nel combinare gli ingredienti.

Intanto va detto che una cena a impatto zero, come è stata battezzata, significa che le materie prime devono provenire da una distanza inferiore ai 50 km. Facile, per chi cucina in zone limitrofe ai campi. Considerando però che il Ristorante Cracco si trova a due passi dal Duomo di Milano, fare la spesa da produttori che si trovino a meno di 50 km ha richiesto un po’ di ricerca. Lo chef di uno tra i 50 migliori ristoranti al mondo ha selezionato tra varie cascine la Gaggioli, nella periferia Sud milanese, e qui ha trovato praticamente tutti gli ingredienti per la sua cena. Iniziata con Crema di zucca con Raspadura (un formaggio) e Sfoglie di polenta croccante con crescenza alle erbe e terminata con un Semifreddo al mascarpone con pere e cachi, il tutto innaffiato con vini dell’azienda agricola Nettare dei Santi di San Colombano al Lambro, anche lei a circa 47 km dal ristorante. Un capolavoro che ha stupito i commensali. La cucina di Carlo Cracco, 44enne originario di Vicenza, rivisita i piatti tradizionali milanesi, e non solo, proponendoli in una chiave contemporanea, combinando i sapori e giocando sui contrasti. Invitato al Festival della Mente di Sarzana l’aveva definita “cucina cerebrale”, nel senso che si gusta con il palato, ma anche con l’immaginazione.

È una definizione che la soddisfa ancora? In realtà dare definizioni della cucina è molto limitante. La cucina si differenzia soprattutto per la qualità. Quando è di grande qualità, è di qualità, punto. Quando non lo è, è una “presa per i fornelli”.

Il suo è un lavoro da privilegiato? Questo ristorante ha aperto nel 2001 ma io l’ho acquistato nel 2007 e ora è tutto mio. Qui lavorano 25 persone e lo considero un lavoro da privilegiati, sì. Perché sei in mezzo al cibo, al vino e a tutto quello che c’è di più buono al mondo. Poi però bisogna anche lavorare. Bisogna pensare a molte cose. Non c’è solo la spesa, ma devi avere ottimi camerieri, sapere le lingue… è un lavoro che non finisce mai.

Quante ore al giorno lavora? Non lo so, non ho mai fatto il conto (ride). Diciamo che il ristorante chiude dalle 2 di notte fino alle 8. Nel resto del giorno è sempre in attività.

Mangiare nel suo ristorante è un lusso? La nostra cucina ha dei prezzi che sono proporzionati al costo della vita milanese. Se paragoniamo Milano a grandi città come Londra o Parigi (anche se Milano è più piccola), come livello di prezzo noi siamo molto meno cari rispetto a quanto costano i grandi ristoranti di Londra, dove hanno prezzi che sono il doppio rispetto a noi.

Che effetto ha la crisi sulla vostra attività? Alla sera i nostri 50/60 posti sono sempre occupati. A pranzo, invece, in questo periodo c’è un po’ di calma. La crisi c’è e bisogna fare attenzione, non sottovalutarla. Però la trovo un ottimo momento per decidere del proprio futuro e per darsi degli obiettivi ancora più ambiziosi, perché la crisi rimette tutto in discussione. Ho due o tre idee in mente che non posso ancora svelare, progetti futuri che si sono sviluppati proprio in questo periodo.

In Italia o all’estero? All’estero credo, perché è un bel mercato. Però a me piace Milano e vorrei rimanere qui. Milano è sempre stata il mio sogno. Non so spiegare perché, ho sempre visto Milano come una città dove si può lavorare, dove ci si può affermare, dove ti offrono tante possibilità.

Che cos’è il vero lusso, in campo gastronomico? Il lusso è poter avere la possibilità di scegliere di avere cuochi speciali, che sanno realizzare una cucina originale legata al proprio carattere, alla propria esperienza, alla propria formazione, che cucinano per te. La materia prima incide, ma non così tanto. È il fattore umano che fa la differenza. Considero ogni mio collaboratore come un artigiano. Perché costa il lavoro dell’artigiano? Perché è unico, fa 10 pezzi, 15 pezzi, non si sa, perché non lo sa neanche lui, quindi ovviamente quei pezzi hanno un valore molto alto.

E a cosa non sa rinunciare Carlo Cracco? Al viaggio, perché è la più grande forma di rigenerazione mentale e anche del corpo. Quest’anno, per esempio, sono stato per la prima volta in Australia. Un altro “lusso” che mi concedo è il cibo. Nel senso che quando vado in giro e vedo qualcosa che mi piace la compro, l’assaggio. Soprattutto il vino perché, da buon veneto, l’adoro. In Australia, per esempio, ho trovato un sale fantastico, delle conchiglie incredibili, rare anche là. E poi una burrata eccezionale, fatta da italiani emigrati lì tantissimi anni fa e che la fanno proprio bene.

Cosa pensa dei suoi illustri colleghi che sono stati suoi maestri, Gualtiero Marchesi, Alain Ducasse, Alain Senderens e Ferran Adrià? Ho cominciato con Marchesi e forse lui è quello che mi porto dentro di più, anche se lui è poi cambiato moltissimo. I francesi Ducasse e Senderens mi hanno dato la parte tecnica e di formazione che mi mancava, mentre di Ferran Adrià ammiro il fatto che ha rivoluzionato il modo di fare cucina. Ha proprio cambiato il mondo.

Nella rubrica “Fame Chimica” del programma Victor Victoria, che va in onda su La 7, l’abbiamo vista mangiare pavesini con il lardo e panettone con il gorgonzola… Guardi che il panettone col gorgonzola non è male.

Mi prende in giro… È buono, davvero. A me sembrava una delle ricette meno forti. L’idea è quella di scrivere ricette che possano essere realizzate in tempi rapidissimi quando si torna a casa, magari tardi, e si ha una fame nera. Ci si deve arrangiare con quello che si trova in frigo o negli armadietti. In questa condizione, sono gli abbinamenti che fanno la differenza. Il gorgonzola è verde e richiama il dolce. C’è la frutta secca e quindi il panettone col gorgonzola ci sta. So che sembra strano, ma io sono abituato a mischiare: in cucina magari capita che debba assaggiare un primo, poi provo un dessert, quindi mi chiedono di sentire se un formaggio è buono, nel giro di qualche minuto. Ci vuole apertura mentale, è solo questione di abitudine.

Chissà perché, detto da lui, vien quasi voglia di provarci.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’intervista a Carlo Cracco pubblicata su Superyacht del 2009 vedi qua: SuperYacht09_CARLO CRACCO
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