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Centro stile Mercedes-Benz Advanced Design Italia – Como

16 Gen

Mercedes-Benz Advanced Design Center di Como - Foto @ Alessandro Bianchi

Era il 1886 quando Karl Benz presentò quella che è considerata la prima automobile al mondo: un veicolo in realtà a tre ruote, ma con un motore a benzina quattro tempi le cui linee per la prima volta si distanziavano in maniera decisa dalle carrozze. Per questo, occuparsi di design in casa Mercedes-Benz significa guardare al futuro, ma senza poter ignorare questa lunga, importante e a volte anche ingombrante tradizione. Una Mercedes, insomma, deve sempre essere una Mercedes. Perche la sua è la storia più lunga tra le Case automobilistiche. E perché un cliente Mercedes se lo aspetta. Quindi, si può dire che finora l’evoluzione del suo design sia stata una concatenazione di piccoli passi, più che un diagramma con dei picchi che indicano grosse rivoluzioni stilistiche. Infatti nello stile di un suo modello rimane sempre riconoscibile il patrimonio genetico: linee nette e semplicità di forma, che via via si uniscono a nuovi elementi che ne migliorano costantemente l’aspetto, senza stravolgerlo.

Nel rispetto di questo Dna, comunque, la Casa di Stoccarda si dimostra molto dinamica e ha piazzato in giro per il mondo ben tre centri di Advanced design, che si aggiungono al centro stile della casa madre, che si trova a Sindelfingen, e al quinto in costruzione a Pechino, Cina. Delle antenne che studiano dove andrà il design nei prossimi anni, cercando di captare in ogni settore le tendenze in atto e quelle prevedibili. I tre studi di advanced design attuali si trovano ai tre angoli del mondo: uno in California, a Carlsbad, uno a Yokohama, in Giappone, e il terzo proprio in Italia, nel pieno centro di Como. In una villa di fine Settecento, Villa Salazar, a due passi da Villa Olmo, con vista sul lago, palme in giardino e soffitti affrescati. L’eleganza del passato che si sposa con la verve dell’attività proiettata nel futuro che vi si svolge all’interno.

pubblicata su Autocar luglio/agosto 2010 - foto @Alessandro Bianchi

Autocar è stato accolto da Michele Jauch-Paganetti, General Manager del Mercedes-Benz Advanced Design Italia, nato a Locarno, dieci anni passati in Volkswagen e altrettanti in Mercedes. Non male per un 42enne che parla correntemente cinque lingue (almeno tante sono quelle che abbiamo sentito parlare durante l’intervista, n.d.r.): italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo. E che si presenta sorridente e in maniche di camicia, vista la stagione. Il che autorizza anche gli altri del gruppo a sentirsi liberi di esprimersi come meglio credono, variando da camicia e pantaloni lunghi a maglietta, bermuda e infradito. A seconda dell’età e della nazionalità.

I 17 dipendenti più la decina di collaboratori, ben distribuiti tra uomini e donne, hanno mediamente 30 anni, anche se la stagista più giovane, una ragazza tedesca, ne ha soli 21.

Michele Jauch Paganetti - Foto @ Alessandro Bianchi

Di cosa vi occupate qui, esattamente?

M.J-P: Siamo l’unico studio satellite a occuparci esclusivamente degli interni, fin dal 1998, l’anno della nostra fondazione. Questo motiva anche la scelta di questa location, vicina alle industrie del mobile e della moda del Nord Italia, ma anche alla cultura del bello che trova espressione nell’arte e nell’architettura italiane, che sono per noi grandi fonti d’ispirazione.

Seguite solo i progetti delle auto in produzione, oppure anche dei concept? Compatibilmente con gli impegni dello studio, cerchiamo di dare un apporto creativo per ognuno dei nuovi modelli che Stoccarda ha in programma. Parallelamente però sviluppiamo anche progetti più complessi sulle show car, sempre e solo per quanto riguarda gli interni, che durano anche un anno.

Quali sono le fasi di progettazione per un modello in produzione e come avvengono i rapporti con la Casa madre? Da Stoccarda arriva la comunicazione delle auto in fase di restyling. Il nostro studio decide di dare il suo contributo presentando un progetto nel giro di due mesi. Noi siamo gli unici tra i centri satellite nel mondo a occuparci degli interni, ma siamo in concorrenza con Stoccarda stessa, il che ci dà più stimoli per fare del nostro meglio. Se la nostra idea viene accettata, il progetto viene finanziato e poi viene deciso il kick off, ovvero il momento in cui si incontrano varie figure, dai designer agli ingegneri, dagli uomini del marketing ai vertici aziendali, per far emergere tutte le idee possibili immaginabili intorno a quel progetto.

Per le show car invece come avviene il processo? Mentre per le auto di serie non si possono fare rivoluzioni, ma solo evoluzioni, nelle show car possiamo spingerci un po’ oltre, per cercare di ispirare i nostri colleghi in Germania su quelle che potrebbero essere le nuove idee da introdurre nel futuro. Ci sono periodi in cui lo stile predilige linee rigide, dure, tese, poi a cicli si passa al morbido, alle linee curve. Il segreto del successo è arrivare con la proposta giusta al momento giusto. Questo avviene grazie all’esperienza maturata negli anni e rimanendo sempre in contatto con Stoccarda, per stare al passo con le loro esigenze.

Con la F800 Style avete stupito per la carica innovativa, infatti. La F800 rappresenta il presente attualissimo: così com’è, non può essere messa in produzione domani. Però contiene tante idee che la Casa è seriamente intenzionata a portare in produzione. Forse è arrivato il momento per fare un passo leggermente più lungo di quelli fatti finora. Forse perché finora avevamo fatto solo dei passettini.

Quanto c’è ancora di manuale nel vostro lavoro e quanto si realizza invece sul computer? Si inizia sempre prima a disegnare a mano. Ci piace sempre la manualità del lavoro: il digitale è bello, ma bisogna saperlo utilizzare e introdurlo quando è il momento giusto. Una volta che i disegni sono fatti, si passa alla creazione dei rendering, che consentono di definire tutti i dettagli del modello da realizzare, per far sì che chi decide, in Germania, abbia un’idea chiara di come verrà il risultato finale. Una volta scelto il modello in due dimensioni, viene realizzato quello in 3 D, in scala 1:1: lavoriamo molto con il clay, la plastilina, e i sedili dei nostri progetti sono come quelli veri, schiumati e sellati da professionisti, perché il modo migliore per capire se un sedile è comodo, è sedendocisi sopra.

Lo scorso mese di maggio è nato un nuovo marchio: Mercedes-Benz Style. Ci spiega di cosa si tratta? Pensiamo di poter offrire il nostro know how in materia di design anche al di fuori del settore automotive. Però non intendiamo rubare il lavoro ai bravi architetti e designer nostri concorrenti: noi veniamo dal mondo dell’automobile e il nostro scopo è quello di esportare il know how automotive, che nel mondo del design è il più avanzato, in altri settori, ma sempre legati principalmente ai trasporti. D’altronde, forse non tutti sanno che il primo motore che Daimler aveva costruito è stato montato su una barca, non su un’automobile. E che la stella a tre punte del marchio Mercedes significa cielo, mare e terra, i tre settori per cui inizialmente l’azienda costruiva motori.

Quindi stiamo entrando nel mondo dell’aeronautica, come già abbiamo fatto con l’elicottero Eurocopter Ec 145, e della nautica. Ma anche del mobile, anche se su questo tema non posso specificare nulla perché si tratta di progetti ancora in fase di definizione.

Dove andrà il design Mercedes dei prossimi anni? Per i progetti in serie è molto importante seguire le indicazioni del marketing. Per esempio, una cosa che viene spesso richiesta è quella di abbassare l’età media dei nostri clienti, perché chi compra Mercedes ha generalmente una certa età e un certo prestigio sociale raggiunto. Noi come designer, insieme a tutto il nostro dipartimento, cerchiamo di intuire quali sono i trend e dobbiamo capire se possono avere un futuro, oppure se saranno solo mode passeggere. La nostra filosofia progettuale nasce dal sapere prevedere quale strada prenderà il design e nel saper sfruttare tutti gli input che provengono dal mondo esterno nella maniera migliore, sempre tenendo presente che il marchio ha i suoi valori.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul Centro di Advanced Design Mercedes di Como pubblicato su Autocar di luglio/agosto 2010: Autocar lugAgo 2010_centro stile Mercedes

Oman in 4×4

16 Gen

@Giulio Badini/I viaggi di Maurizio Levi

Magari siete tra quelli a cui è capitato di imbattersi in un documentario su un viaggio nel deserto e vi siete detti che la macchina in garage vi fa fare bella figura in giro, ma vuoi mettere una vacanza scapicollandosi su e giù dalle dune in 4×4? Oppure avete sempre voluto provare l’emozione del deserto, ma poi l’idea di giorni e giorni passati mangiando sabbia, con acqua razionata e splendide nottate sui materassini, sotto una tenda, vi ha fatto convenire che forse la vacanza non era quella dei vostri sogni. Di sicuro, quando pensate “deserto”, il grande Sahara balena alla vostra mente.

Ce n’è però un altro che vi ammalierà così come le dune dorate del Maghreb sanno fare, e che potete prendere in considerazione se desiderate un approccio light al fuoristrada duro e puro, perché in poche ore potete essere a fare il bagno in mare, o a visitare una città storica. Poco conosciuto dai più, ma già noto a chi le 4×4 le ha nel sangue: è il deserto multicolore dell’Oman. Il Sultanato è un luogo magico, crocevia tra la cultura araba e quella indiana, tanto che molti ristoranti sono gestiti da indiani, anche se, intorno a voi, potrete vedere uomini che indossano le tradizionali tuniche di cotone o lana chiara e donne velate.

Non solo dune

Aggrappato alla punta sud orientale della penisola arabica, vanta una storia millenaria dato che qui l’uomo si insediò già all’Età della Pietra, come provano i reperti archeologici che si possono visitare in varie zone del Paese. E ha una ricchezza naturale, oltre che culturale, ignota a molti, ma affascinante da scoprire: si va dal mare, bello, più bello di quello degli Emirati, e caldo, dove si fa il bagno quasi tutto l’anno, alle montagne alte tremila metri, attraversando vaste aree desertiche e oasi verdeggianti. Chi c’è stato, racconta di una proverbiale accoglienza fatta di sorrisi, lunghi racconti e inviti a fare due chiacchiere davanti a un caffè o a un tè. Ma non immaginatevi villaggi di beduini arretrati, o pericolosi assalti alla diligenza se deciderete di avventurarvi da soli in un tour su quattro ruote. Nel deserto non si va da soli per sicurezza, non per il pericolo dei furfanti. Non in Oman, almeno.

Dal 1970, infatti, il Sultanato è guidato dal Qabus Bin Said, figlio del precedente sultano oscurantista, ma soprattutto figlio intellettuale dei suoi studi in college britannici. Se vi siete mai domandati se potrebbe esistere un monarca assoluto illuminato, avete trovato la risposta. Sì, lui lo è e in patria è amatissimo. Perché? In 40 anni ha rivoluzionato il paese, facendone uno dei più progrediti ed equilibrati del Medioriente. Anche i villaggi sperduti tra le montagne hanno acqua, luce e scuole, le ragazze frequentano l’università e l’assistenza sanitaria è di alto livello. I monumenti sono stati restaurati, i parchi naturali curati, le strade della capitale Muscat sono più pulite di quelle di Zurigo e i beduini del deserto non rubano, perché viaggiano in Toyota.

Affidarsi a tour operator esperti

La macchina è dunque l’ideale per visitare questo paese grandi quasi come l’Italia. Se però è la prima volta o quasi che prendete in mano il volante di una 4×4 non per salire sui marciapiedi di Roma o Milano, ma per metterla davvero alla prova, o se semplicemente volete affinare la vostra tecnica di guida nel deserto, c’è un viaggio che fa per voi. E che non vi costringe a tour de force da 500 km al giorno, né a ritornare giovani marmotte, sempre che lo siate mai stati, nel tentativo di far stare in piedi una tenda nella sabbia. I Viaggi di Maurizio Levi (tel 02 34934528) è un operatore specializzato in tour di scoperta ed è stato tra i primi a proporre l’Oman.

Oman - da Autocar novembre 2010

Nel catalogo di quest’anno ha inserito Terra incognita, un itinerario di 9 giorni al volante di una Toyota Land Cruiser 4.200 cc a benzina ultimo modello, tra montagne, dune e oceano, con incluso un corso di guida fuoristrada. Il periodo migliore per andare in Oman va proprio da ottobre a maggio, evitando dunque i mesi più caldi. E questo programma mixa piacevolmente momenti di relax e visite culturali, a momenti più avventurosi, ma sempre assistiti, di guida nel deserto.

Da Muscat alle Wahiba Sands

Il primo giorno si vola fino a Muscat, la moderna capitale dell’Oman, si pernotta in un quattro stelle e il giorno successivo si ritirano le 4×4 per iniziare in tranquillità con una visita alla città, compresa la Grande Moschea, in marmo bianco con archi e minareti, l’unica in Oman accessibile anche ai non musulmani. Si imbocca quindi la spettacolare strada che porta all’interno del paese, attraverso le montagne dell’Hajar, con vette che toccano i 3000 metri. Qui inizia una tortuosa pista in salita che raggiunge un passo a 2050 metri sul livello del mare, dal quale si gode di una vista straordinaria.

Ridiscendendo, si passa per il villaggio di Al Hamra, con i suoi quartieri vecchi in cui ammirare l’architettura tradizionale delle case costruite in “banco”, argilla impastata con paglia. E si raggiunge in serata Nizwa, la città più spirituale dell’Oman, attraversando le ultimi propaggini delle montagne, dove si cena e si pernotta in hotel. Ristorati, si è pronti per ripartire il mattino successivo per un giro nel suo Forte e nel caratteristico souk, ristrutturato e molto ordinato rispetto ai souk del nord Africa. È il punto d’incontro degli abitanti delle montagne e qui è ancora facile incontrare uomini vestiti con la tradizionale tunica di cotone o lana grezza, il turbante e un appariscente coltello a lama ricurva (khanjar) alla vita.

Ma il pezzo forte arriva ora: si riparte in direzione Est per raggiungere le Wahiba Sands, la grande distesa di deserto sabbioso che occupa la parte orientale del paese, fino alla costa dell’oceano Indiano. Ci si inoltra poi per 40 km tra le dune rosse, per fermarsi a cenare e dormire sotto le stelle. O meglio, in campi mobili, con tende igloo e materassini in gommapiuma forniti dall’organizzazione. La cena sarà preparata da un cuoco locale, dunque dopo il tramonto si potrà pensare solo a godersi la pace.

E’ l’ora del deserto!

Giunti al quarto giorno si hanno davanti 140 km di deserto, caratterizzato da enormi dune di sabbia rossa, punteggiate da radi cespugli, che delimitano corridoi lungo i quali si viaggia. A volte i corridoi si chiudono ed è necessario scavalcare le creste sabbiose e, avvicinandosi alla costa, la sabbia diventa più gialla e le dune più alte. Il momento è propizio per il corso di guida in fuoristrada: un esperto accompagnatore italiano salirà a turno a bordo delle vetture e affiancherà il guidatore spiegando gli accorgimenti per affrontare le dune. Se ci si insabbia, si imparano i trucchi per uscirne sani e salvi, con le piastre, il traino con il cavo o la tecnica dello strappo, quando la situazione è proprio critica. Al tramonto, si rimonta il campo per cenare e dormire di nuovo en plein air, con altre spiegazioni sulle tecniche di guida.

Il quinto giorno ci si accontenta di 130 km, tra il deserto e la spiaggia con le sue distese di sale bianco, valloni e scarpate ricche di conchiglie, resti di antichi bacini marini, dove si metteranno alla prova le nozioni imparate il giorno precedente, ma in un ambiente differente: per capire meglio come si affronta una scarpata in salita e in discesa, l’avanzamento in un percorso roccioso, lo scavalcamento di colline. In pochi chilometri si arriverà poi nella splendida baia di Al Khaluf, con le sue dune di sabbia caraibica che si perdono nelle acque verdi-blu, maldiviane, dove si passerà la notte.

Il giorno dopo, tornando verso Nord, seguendo la costa dell’Oceano Indiano, si percorrono ancora decine di chilometri lungo spiagge deserte, in mezzo a miriadi di uccelli che si alzano in volo, piccoli villaggi di pescatori, rocce, dune, lagune, spiagge rosa per i frammenti delle conchiglie. E il penultimo giorno si affrontano altri 270 km di asfalto per raggiungere Sur, una cittadina dove visitare il quartiere dei pescatori di Ayala, ancora costruito in stile arabo con le piccole case bianche e i caratteristici portali in legno massiccio intarsiato e decorati con borchie. Vale la pena anche di soffermarsi per una visita alla fabbrica dei dhow, tipiche imbarcazioni in legno, senza l’uso di chiodi metallici, ancora oggi utilizzate dai pescatori e per piccoli commerci con i vicini Iran e Pakistan. A questo punto, sazi delle nuove capacità acquisite, siete pronti per il rientro in Italia, probabilmente con la voglia di prenotare subito un altro viaggio in 4×4 per testare le vostre abilità da fuoristradista.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Clicca qui per vedere il viaggio in Oman pubblicato su Autocar di novembre 2010: Autocar Viaggio Oman

Intervista a Luca Zingaretti

16 Gen

pubblicata su ON - dicembre 2010

E’ uno dei volti più amati dal pubblico televisivo e apprezzati da quello cinematografico, che lo ricorda per esempio nel ruolo del prete antimafia in Alla luce del sole e dello spacciatore disabile in La nostra vita. Di lui i fan, e le accanite fan, sanno tutto. In questa intervista, però, lo scopriremo molto ironico, profondo d’animo e… giardiniere.
In questo momento è sul set? Sto lavorando a molte cose insieme. Ma mi sono preso un semestre di riflessione dopo tanti anni pienissimi in cui avevo poco tempo per me. Credo sia bene per un attore fermarsi ogni tanto e ascoltare quello che gli succede intorno. Una citazione che le torna spesso in mente? “Le aquile volano sole, i corvi volano in schiera”. È una battuta che Visconti fa dire a Helmut Berger dal professor Burt Lancaster. Mi piace perché è un invito a non massificarsi, a non cercare a tutti i costi di conformarsi alla maggioranza, e a riflettere sulle proprie scelte, costi quel che costi, anche la solitudine.

Cosa ricorda di Perlasca. Un eroe italiano? La storia di Perlasca era così straordinaria da sembrare non vera e la sceneggiatura era scritta da Rulli e Petraglia, due talenti unici. Incontrare le persone che erano state salvate da Perlasca, parlare con chi lo aveva intimamente conosciuto, è stata un’esperienza umana e professionale incredibile.
Qualche anno fa dichiarò “Mi piacciono valori come la patria, la bandiera, l’inno”. Pensa che oggi siano in declino? Credo di sì. Quando vado all’estero mi fa rabbia sentire come gli stranieri siano orgogliosi delle loro origini, della loro appartenenza a una nazione. Noi invece… Anche quelli che si riempiono e si riempivano la bocca con
queste parole si sono poi dimostrati i meno attenti ai valori fondamentali a cui si richiamavano. Ma anche per questo
Patria, bandiera, inno, e parole come identità e appartenenza, mi piacciono di più: non bisogna credere alle cose
perché sono di “moda”, ma pensare con la propria testa e affermare le idee in cui si crede anche se non tutti sono d’accordo.

Nel suo ultimo film, Noi Credevamo di Mario Martone (uscito il 12 novembre scorso), interpreta lo statista Francesco Crispi. Cosa ha scoperto di lui? Mi sono dovuto documentare su un periodo storico che conoscevo appena. A scuola il Risorgimento viene affrontato sempre male. Studiando, ne ho scoperto l’importanza per interpretare il presente: molti dei mali e dei problemi che ci affliggono oggi originano da questioni che, non risolte allora, ci portiamo ancora dietro. Anche Crispi è un prototipo del politico italiano: ambiguo, invischiato in vicende poco chiare, trasformista e spregiudicato. Ho cercato di rendere questo aspetto di “liquidità” del personaggio.
Digitando su You Tube “Luca Zingaretti”, dei primi quattro video che compaiono, tre riguardano lei come sex symbol. Cosa ne pensa? Che è una ficata! Ma non è una questione di vanità, è che mi piace pensare che questo significhi aver conquistato il pubblico femminile. C’è poco da fare: le donne sono più intelligenti e sensibili. Loro
prima di vedere e ascoltare,“sentono” le cose e le persone. Non le puoi fregare! Il pubblico femminile è molto più attento, esigente, competente e si fa conquistare con molta più difficoltà. Una volta però che lo hai preso, non ti tradisce. Se non lo tradisci tu, ti resta vicino.

Di quale regista/i non perde un film? Sono molto contento di come stia andando il cinema italiano. All’estero, morto Kubrick, il più grande di tutti, il migliore per me resta Milos Forman.

copertina di ON - dicembre 2010

Dove comprerebbe casa domani? A Parigi, città meravigliosa, e Barcellona, perché è altrettanto meravigliosa con in più il mare.

In molte interviste si definisce un tipo istintivo, a volte collerico. Come trova, invece, il relax? Sono una persona normalissima, solo che ogni tanto mi inc… Mi piacciono tante cose: andare a vela, giocare a pallone, leggere, scrivere, provare a disegnare, conoscere la gente. Ultimamente ho scoperto una cosa che mi dà una pace interiore incredibile: occuparmi delle piante. L’avevo sempre considerato una perdita di tempo, poi ho provato a Pantelleria a potare dei piccoli ulivi che avevo piantato qualche anno prima: è stata una grande scoperta.
Il più bel complimento? Se fatti con sincerità, fanno tutti piacere. Per me i più significativi, però, sono quelli che vengono dalle persone delle troupe. È gente che passa la vita sui set e ne vede di tutti i colori. Mi ricordo quello di un assistente ai fuochi (è la persona che fa sì che le cose filmate restino a fuoco). A un certo punto il regista dette lo stop perché il mio volto in primo piano appariva sfocato. Si voltò a guardare l’assistente ai fuochi e lui di rimando: “Ahò, e che ve devo dì, me so distratto! Me so messo a sentì che stava a dì!”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Clicca qui per vedere l’intervista a Luca Zingaretti pubblicata su ON di dicembre 2010: ON dicembre_Zingaretti

Summer Jamboree

16 Gen

A Senigallia, il più grande raduno di cultura americana anni 40 e 50

pubblicato su Autocar settembre 2010 - Le bellissime foto sono di @Alessandro Bianchi

Chevrolet Bel Air, Cadillac con le fiamme sulle portiere, Buick varie e una Ford Mustang bianca del 1964. Brillantina, scarpe bicolore e camicie hawaiane. Cucina cajun originale della Louisiana. Rock’n’Roll, Swing, Rockabilly, Jive e Boogie come colonna sonora e base per balli sfrenati. Benvenuti nell’America anni 40 e 50. Intorno però non c’è la sabbia del deserto degli Stati Uniti del sud dove è nata questa musica, ma la sabbia fine della spiaggia di Senigallia. Comandante Kirk a Enterprise: riportateci a casa!

Niente paura, non è un varco spazio-temporale. Questo è il Summer Jamboree, un angolo di America del dopoguerra trapiantato nelle Marche. Più che un evento, un vero e proprio fenomeno culturale che ha portato in città oltre 150mila persone, da tutto il mondo. Il suo nome ufficiale è più formale: Festival Internazionale di Musica e Cultura dell’America anni 40 e 50, e quest’anno per nove giorni ha trascinato tutti a ritmo di rock and roll, rockabilly, hillbilly, western swing, jive, boogie cantato, suonato, ballato, vissuto dalla mattina a notte fonda in ogni angolo della spiaggia di velluto marchigiana.

Oltre ai concerti, gratuiti al 90%, ciò che compone il mosaico di questa manifestazione sono i balli, con una approfondita ricerca che porta qui maestri da tutto il mondo, la cucina, tipica degli Stati Uniti del sud, il mercatino di memorabilia e gli stand dove ci si può far pettinare e si possono acquistare abiti in stile anni 40 e 50, per immergersi corpo e anima in quest’atmosfera unica. Il livello di autenticità del tutto e la qualità artistica dei musicisti sono assolutamente elevati, tanto da avere conquistato anche Renzo Arbore. Come lui stesso ha confermato agli inviati di Autocar: “Gli anni scorsi non ero riuscito a partecipare, perché le date del festival coincidevano con quelle dei miei concerti. Quest’anno invece ho un intervallo che mi permette di tornare a vivere l’atmosfera elettrizzante del Jamboree e di omaggiare gli amici Angelo, Alessandro, Andrea, ideatori e organizzatori del festival, e la cricca di Senigallia”.

Concerti unici al mondo

Basti pensare che il “concertone” di quest’anno, uno dei pochi appuntamenti a pagamento, ha visto sul main stage del Foro Annonario (il 6 agosto) nientemeno che The King and The Queen del rock’n’roll: l’86enne Chuck Berry, “Mr Johnny B. Goode”, in esclusiva europea, che ha suonato per più di un’ora, da dio, nella sua scintillante camicia di paillettes rosse; e la regina del Rockabilly, la luminosa Wanda Jackson, una musa per tante cantanti di oggi, a partire da Amy Winehouse. Il Summer Jamboree 2010 è stato inaugurato il 31 luglio scorso con un grandioso tributo a Elvis Presley nel 75° anno dalla nascita, affidato al chitarrista che lo affiancò dagli anni 60 fino alla morte: James Burton. “Elvis è la punta dell’iceberg”, spiega il direttore artistico del festival Angelo Di Liberto. “Il Festival è un’occasione per far scoprire tutte le straordinarie e varie sfaccettature del rock and roll, ma quest’anno l’omaggio è doveroso”.

Alta pressione con il Burlesque

Il Summer Jamboree però non è fatto di soli concerti. Da anni gli appuntamenti must sono diventati il Big Hawaiian Party in spiaggia e il Burlesque Show notturno, che ha fatto smascellare più di un uomo anche se sul palco non c’era la meravigliosa Dita von Teese, che è venuta al festival (e per la prima volta in Italia) nel 2007. Il sogno anni 50 è stato esaltato anche dal Rockin’ Village, il villaggio che contiene il più grande mercatino vintage d’Europa di modernariato, memorabilia e parrucchiere in stile.

Una splendida auto storica al Summer Jamboree 2010 - Foto@Alessandro Bianchi

In più, dj set in spiaggia, corsi di ballo gratuiti, e lo strepitoso Travel Ink Tatooes, lo studio mobile del tatuatore britannico Greg Gregory che è situato all’interno di un magnifico Airstream d’epoca. E l’ultimo sabato della manifestazione c’è stata la suggestiva “cruise”, ovvero la sfilata di auto americane d’epoca (pre-1965, ma da quest’anno c’era anche un parcheggio per quelle tra il 1966 e il ‘79) che passa per il lungomare principale: macchine provenienti da Italia, Europa e alcune anche dall’Oregon, e bagnanti in tenuta Fifties saliti dalla spiaggia per dare un’occhiata a questo insolito spettacolo. Alcuni, soprattutto quelli che hanno le hot rod, si esibiscono in fumanti burn out, non proprio nello stile del festival, ma ci sta. E in particolare al Mascalzone, uno dei locali sul mare dove c’è musica del Summer Jamboree a tutte le ore, il pubblico si stringe, creando un colpo d’occhio indimenticabile.

Il festival più seguito del mondo

Di eventi simili a quello di Senigallia ne esistono tanti in giro per il mondo, ma nessuno è grande e completo come il Summer Jamboree. Gli altri sono dedicati solo alla nicchia degli appassionati e prediligono di solito un solo genere musicale, mentre il Summer Jamboree è aperto a tutti, rock and roll, swing, duap e rithm&blues: basti pensare che Viva Las Vegas, imbattibile per atmosfera, con tante macchine in fila nel deserto del Nevada e tante star importanti, raccoglie 2mila persone a dir tanto. Altro evento importante è l’inglese Rythm Riot, che si tiene nel sud dell’Inghilterra, a Camber Sands, dedicato al Rythm&blues, poi ce ne sono in Germania e ancora in Inghilterra, come il Rockabilly Rave, swingheggiante. Ma il Summer Jamboree è tutto insieme ed è in assoluto quello con maggiore presenza di pubblico: un artista che suona sul main stage del Summer Jamboree guarda in faccia almeno 15mila fan. Tra esso si trovano famiglie, ragazzi, bambini e persone di una certa età che si ricordano di quel poco che è arrivato in Italia.

Perché andare al Summer Jamboree?

Un buon motivo per andare al Summer Jamboree? “Non siamo mai scesi a compromessi, non abbiamo mai invitato star del pop solo per far arrivare gente”, sottolinea Angelo Di Liberto. “Prima scegliamo gli artisti, anche se poco conosciuti. Poi spieghiamo la loro storia. E la gente capisce queste scelte, anche se non conosce big del nostro mondo come i Comets (quelli di Rock around the clock) o Jerry Lee Lewis. In Italia, gli anni 50 americani sono racchiusi in un’immagine: il soldato che balla il boogie woogie con la ragazza di paese. Ma quegli anni sono molto di più, balli mai
arrivati come il Balboa, Lindy Hop, il Jive, ma non quello da sala. Qui si scoprono pezzi di storia”.

Angelo Di Liberto, direttore artistico del Summer Jamboree - Foto@Alessandro Bianchi

Come è nato il Summer Jamboree? “Esiste una nicchia di appassionati che ama calarsi nell’atmosfera anni 40 e 50, e io sono uno di questi, da oltre 25 anni”, spiega ancora Di Liberto. “Amiamo il rock and roll, lo swing e poi il design e tutto ciò che ha a che fare con quel periodo. Giravo per il mondo per festival e mi sono detto: «Perché non farne uno in Italia, a Senigallia, dove abito, visto che abbiamo il mare, la spiaggia e le strutture turistiche necessarie?». Nel 2000 proposi quest’idea ad Andrea Celidoni, che poi è diventato mio socio nella direzione dell’Associazione Culturale Summer Jamboree. Abbiamo proposto una serata dedicata al rock and roll all’amministrazione locale, che ci ha dato parere favorevole e i pochi fondi rimasti per la stagione turistica. Era il 20 agosto 2000: l’assessore al turismo ci disse che se fossero venute meno di 1.000 persone avremmo pagato noi. Ne arrivarono molte di più, anche dall’estero, e così l’anno dopo si è replicato: prima su tre giorni, poi siamo saliti a dieci, l’anno scorso, nel decennale”.

 

Come si è passati da quella prima giornata del 2000 al fenomeno culturale Summer Jamboree di oggi? “Chiunque si avvicini a questo mondo capisce l’energia che c’era in questo ventennio, l’energia del dopoguerra, quella che ha portato al boom, un’esplosione di colori, di curve, di bei suoni”, risponde Di Liberto. “Tutto questo emerge attraverso i juke box, le auto, il modo di vestire… Nel nostro festival la musica è solo un ingrediente, ma sono anche tutti gli altri a rendere questo evento unico: i maestri di ballo che arrivano da tutto il mondo, la cucina tex-mex della Louisiana al posto della piadina. Abbiamo curato in maniera meticolosa tutto quello che questo ventennio ha offerto e offre ancora, perché tanti attingono ancora da esso, nella moda e nel design, per esempio. Anche le macchine di allora erano bellissime. Non dovevano avere un Cx particolare, né essere poco costose. All’epoca, una macchina doveva essere solo bella. E infatti erano gioielli”.

Tra il pubblico c’è sempre Renzo Arbore

Ma come funziona la macchina organizzativa del festival? È ancora Di Liberto a rispondere. “Le cose più importanti le facciamo noi tre soci, Andrea Celidoni, Alessandro Piccinini e io. Ci vuole un anno di lavoro, ma oggi abbiamo già contatti con artisti che potrebbero venire l’anno prossimo. Oltre a noi, ci sono altre 150 persone che lavorano nell’organizzazione”. E come è nato l’incontro con Renzo Arbore? “L’ho conosciuto per via di un paio di scarpe. Perché il mio negozio (ho anche una linea di produzioni maniacali di abbigliamento e accessori anni 40 e 50, che vendo attraverso un negozio che si chiama Old Woogies) fornisce anche i costumisti Rai e Mediaset, e un incrocio di cose ha fatto sì che Arbore avesse un mio paio di scarpe. Abbiamo parlato delle nostre passioni e abbiamo scoperto che coincidono al 100%, così siamo diventati amici. Lui ci ha invitati per 17 puntate a una sua trasmissione radiofonica e noi ricambiamo invitandolo al Summer Jamboree”.
Profondo conoscitore e appassionato di musica e cultura anni 50, anche Renzo Arbore, come già detto, era tra i fan che hanno assistito al concerto di Chuck Berry, l’appuntamento più atteso del Summer Jamboree 2010. Ma che cosa rappresenta per uno come lui questo straordinario artista? “È il mio idolo di quando avevo 16 anni”, ha risposto Arbore ad Autocar. “Non è la prima volta che lo sento dal vivo, lo ascoltai anche in America anni fa e a Roma al
concerto del primo maggio, ma in questo contesto è imperdibile. Vengo anche a ringraziarlo per avermi concesso di riscrivere in italiano il testo di un suo pezzo”. Si riferisce a Il pillolo, cantato da un arabeggiante Roberto Benigni nei panni dello sceicco beige nel film FFSS, riscritto da Arbore sulla musica di No particular place to go proprio di Chuck Berry.

Quest’anno, a Senigallia, Arbore ha anche girato alcune immagini del festival per una prossima trasmissione
e ha approfittato del vintage market: “Per arricchire le mie collezioni esotiche con oggetti vintage ineguagliabili”.
Lo showman pugliese è anche salito, a sorpresa, sul palco, salutando il pubblico con brani come Benvenuti a Senigallia!, All of me, Pennies from Heaven e Conosci mia cugina, che hanno mandato in visibilio i presenti. Tornerà? “Sicuro: arrivederci al prossimo anno!”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
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