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Intervista a Sofia Milos

16 Gen

La star di CSI: Miami, The Border e I Sopranos

Sofia Milos è nota soprattutto al pubblico maschile, che ama le storie poliziesche e quelle che parlano di malavita in generale.

pubblicata su ON di ottobre 2010

Deve avere il phisique du rôle del tutore dell’ordine, perché da anni la vediamo in Csi: Miami, ne I Sopranos e ora anche in The Border, la serie per la tv che racconta le vicende di una sezione speciale della polizia che lavora al confine tra Canada e Stati Uniti. E fuori dal set? Guardiamola un po’ più da vicino in questa intervista in esclusiva rilasciata a ON.

Parli sei lingue, sei nata in Svizzera, hai abitato a lungo in Italia, dove vive ancora la tua famiglia, ma anche in molti altri luoghi del mondo… Dove ti senti a casa? Mi sento assolutamente italiana. Certo, avendo vissuto per 18 anni in America, certe influenze hanno sicuramente rimodellato le mie abitudini. Ma i miei valori e i miei gusti sono italiani e il mio cuore batte per l’Italia.

Poliziotta israeliana nel film The Order, killer di professione nella fiction Thieves, assassina ne
I tre moschettieri, detective in CSI: Miami, agente federale in The Border, detective nell’ultimo telefilm girato, Tatort… Tutti ruoli da donna forte. Tu però hai dichiarato di essere molto orgogliosa del film Passionada, in cui interpreti una cantante di fado sensuale e romantica. In quale ruolo ti senti più a tuo agio e quale ruolo vorresti interpretare in futuro? In generale mi piace interpretare il ruolo di una donna forte perché so che le donne sono forti. Magari piangiamo quando ci arrabbiamo come espressione ulteriore, ma non per debolezza. Le donne hanno tante sfumature e bellezze per cui dimostrare la forza che una donna ha, attraverso i miei ruoli, diventa naturale. Per me è stata anche una scelta personale, mentre scoprivo chi ero e di cosa sono capace.
L’arte imita la vita e la vita imita l’arte, non per niente. Così in questo tragitto e nella bellissima avventura che il
mio lavoro mi offre ho imparato molto di me stessa. Oggi mi farebbe piacere anche interpretare di nuovo dei ruoli
comici, fare una commedia romantica. Ma in fondo, comico o drammatico, è il bel ruolo che mi affascina e mi attira.

Cosa ricordi del periodo in cui interpretavi l’agente speciale Bianca La Garda in The Border? Questo dramma poliziesco di produzione canadese per la CBC mi è stato proposto all’aeroporto di Toronto mentre facevo scalo per venire in Italia. Vennero i produttori e il regista alla vip lounge, come il mio agente di Los Angeles aveva organizzato, e per due ore parlammo della serie e del mio futuro ruolo di Agente speciale Bianca La Garda, una italo-cubana immigrata in America e oggi donna forte e di potere. Accettai il ruolo una settimana dopo e un mese più tardi iniziai a girare e a vivere a Toronto 6 mesi l’anno, pur avendo casa a Los Angeles. Ho fatto due anni e i primi episodi della terza stagione in Canada e poi sono tornata a Los Angeles a girare qualche puntata della serie Csi: Miami, sempre nei panni di Det Yelina Salas, ruolo che interpreto da sette anni oramai. E torno sul set di Csi Miami proprio questo ottobre.

Anche durante le riprese di The Border avevate ritmi americani, da 16 ore al giorno? Peggio! Anche 18 ore. Spesso si iniziava la settimana di lavoro alle 5 di mattina, quindi sveglia alle 4, cosa che ritengo estremamente scioccante per il mio metabolismo, per poi terminare le settimane con uno start a mezzogiorno e la fine delle riprese alle 5 di mattina. Ora che ti struccavi e andavi a letto era l’alba. Per poi ricominciare il lunedì mattina di nuovo alle 5. Follie che si fanno. Insomma, non mi stupisco che tuttora spesso io sostenga orari pazzeschi: fa parte del mio lavoro e il mio lavoro lo amo per tutte le soddisfazioni che mi porta.

Dicono che tu sia una donna, oltre che bellissima, spiritosa e intelligente. Ma avrai anche tu qualche difetto… Certo! Sarei noiosa se non fosse così. Faccio mille cose al giorno, tante ma anche bene, e in modo preciso e veloce. Mi piace essere professionale. Non lascio mai nulla a metà. E questo sicuramente ha innervosito alcuni, sul mio cammino, che magari non fanno come me. O cosi velocemente come me, o in modo altrettanto preciso. Non siamo tutti uguali. Ma meno male che nell’umorismo ci si ritrova sempre. Ridere è il solvente di tutti i mali. E poi, mi dice il mio fidanzato, fin quando rompo le scatole ogni giorno un pochetto, il paradiso non mi vuole, quindi per campare a lungo dovrò continuare a rompere le scatole, in maniera buona (ride, n.d.r).

Quando non lavori, ti alleni. Che sport pratichi, o come ti tieni in forma (splendida)? Intanto grazie per il complimento. Amo allenarmi perche mi dà energia, quindi pratico attività fisica regolarmente credo da quando avevo 17 anni. Amo lo sport in generale, forse oggi preferisco però Pilates, power walking (camminate veloci) sul lungo mare di Santa Monica, bicicletta e un po’ di jogging. Mi piace anche lavorare sul power plate, a casa o in qualsiasi hotel mi trovi quando sto girando. Se ti piace lo sport, trovi sempre qualcosa da fare.

Cosa ti piace al cinema? Quando vado al cinema è più per divertirmi che per piangere, o urlare. Quindi commedie, o film d’azione, o thriller. Ammiro molto Sergio Castellitto, i film di Gabriele Salvatores, o Bernardo Bertolucci. Tra i registi americani, invece, Martin Scorsese, Woody Allen, Quentin Tarantino, per citarne alcuni. Con loro farei qualsiasi genere di film.

Hai una fede, o segui qualche maestro spirituale? Sono cresciuta cattolica e sono una donna spirituale. Amo tutto ciò che ci rende più forti, abili, consapevoli e, soprattutto, capaci di aiutare gli altri.

La poesia di Vincenzo Cardarelli che hai pubblicato sul tuo sito è legata a qualche ricordo particolare? Il testo è questo: Non so dove i gabbiani abbiano il nido,/Dove trovino pace./Io son come loro,/in perpetuo volo./
La vita la sfioro/com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo./E come forse anch’essi amo la quiete, la grande quiete marina, ma il mio destino è vivere/balenando in burrasca. Mi è stata inviata da un fan e mi è molto piaciuta, perché mi sono identificata in essa, da cittadina del mondo, gitana di cuore. Anche se ho sempre desiderato una famiglia e una dimora fissa, ciò ha tardato un po’ nella mia vita. Ma arriverà.

Sei innamorata? Sono innamorata della vita, di mia mamma, dei miei amici e di un Gitano che mi ha rubato il cuore. Ma non ne faccio un atto pubblico.

Quante volte all’anno vieni in Italia, di solito? Vengo spesso e volentieri, l’Italia rimarrà sempre la
mia seconda casa. È l’ossigeno di cui ho bisogno. C’è chi scappa dall’Italia proprio per trovare “aria fresca”. Io
invece vengo a fare il pieno qui.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’intervista a Sofia Milos pubblicata su ON di ottobre: ON ott_Milos

In Australia, lungo la Great Ocean Road

16 Gen

Da Melbourne ad Adelaide, alla scoperta del fascino discreto dell’Australia del Sud

pubblicato su Autocar di marzo 2010

Il Campionato di Formula 1 inizia con il Gran Prix d’Australia che si corre a Melbourne il 28 marzo. Il 3 marzo scorso è anche uscito uno dei film di cui si parlerà di più in questo periodo, Alice in Wonderland di Tim Burton, che ha come protagonista proprio l’esordiente Mia Wasikowska, Australiana doc. È forse troppo tardi per prenotare un volo e organizzarsi un viaggio nella terra dei canguri per vedere il GP, ma nel caso in cui le immagini dei dintorni del tracciato vi facessero venire un’incontrollabile voglia di partire, sappiate che questo è il momento giusto per organizzare un tour in questo Paese dove ciascuno può trovare il suo stile di viaggio, grazie alla varietà dei suoi panorami e del suo clima a seconda della regione che si visita. Oltre agli infiniti viaggi naturalistici e culturali che i maggiori tour operator propongono, infatti, l’Australia è anche ricca di stimoli per chi insegue le quattro ruote, più che i canguri. E proprio il territorio intorno a Melbourne e ad Adelaide, che si trova più a ovest nello stato del Southern Australia, e il più ricco di eventi legati all’automobile, oltre a essere attraversato dalla Great Ocean Road, una delle strade più panoramiche del mondo.

Da Melbourne al point break di Torquay

Il viaggio può partire proprio da Melbourne, la seconda città australiana dopo Sydney, capitale dello stato di Victoria e dall’aria molto europea, con i suoi viali alberati percorsi dai tram, gli ampi parchi e il fiume Yarra che la attraversa. A proposito dei tram, occhio alla Hook turn, regola stradale tutta melbournese: in gran parte della città per svoltare a destra a un semaforo dovrete accostarvi a sinistra per non intralciare le rotaie dei mezzi pubblici e attendere che venga verde nella strada in cui volete immettervi per completare la svolta. Meglio non dimenticarlo, ma è segnalato con cartelli che recitano “right turn from left only”. Qui lasciatevi deliziare dall’aroma di un caffè in uno dei vicoli in stile gotico europeo, o provate un tè in un hotel del XIX secolo, di sabato perdetevi tra le bancarelle del Queen Victoria Market, animato dagli artisti di strada. Per mangiare, scegliete uno dei ristoranti o dei bistrò del SouthBank, o di Federation Square, dall’altro lato del fiume Yarra. Risalite quindi in macchina per intraprendere questo spettacolare viaggio sulla Great Ocean Road, circa 243 chilometri serpeggianti tra Torquay, il paradiso dei surfisti, resa famosa dal film Point Break con Keanu Reeves, e Warrnambool.

Prima però chi ha la passione per il vino può fare un piccolo fuoriprogramma nella Bellarine Peninsula, vicino a Geelong, zona specializzata nella produzione di Chardonnay, Pinot Nero e Shiraz, un vitigno pregiato coltivato soprattutto nella Valle del Rodano e proprio qui, in Australia. Da provare con il Bellarine Taste Trail, un percorso di degustazione dei prodotti tipici locali, non solo vino ma anche olio e cioccolata, nelle tenute della zona. Per esempio al McGlashans Wallington Estate, dove si degustano i vini di Russell and Jan McGlashan mentre si dà un’occhiata all’esposizione di auto d’epoca. Oppure all’Oakdene, vigneto e ristorante realizzati in una struttura del 1920 completamente rinnovata con possibilità di alloggio in camere eclettiche (da 220 $ a notte).

Imboccate la Great Ocean Road

Anche Melbourne è una città ricca di acqua, del fiume e della baia su cui si affaccia. Però quando si arriva a vedere l’oceano, a Torquay, la sensazione cambia decisamente. Per prima cosa, tirate giù il finestrino e riempitevi i polmoni del profumo di bush e spiaggia, eucalipti e acqua di mare. Ora siete pronti per la vostra corsa sulla Great Ocean Road. Senza esagerare: i limiti sono di 100 km/h fuori dai centri abitati, ma per godervi la vista rallentate un po’. Dopo Anglesea arriverete a Lorne, con i suoi numerosi baretti e negozi di questa popolare località di villeggiatura immersa nel verde di un grande parco nazionale dove potete, con po’ di fortuna, avvistare anche dei koala. Avvistamenti quasi garantiti se proseguite per Kennet River e prendete una strada secondaria che si chiama Grey River Road.

Proseguite lungo la strada panoramica lasciandovi incantare dalle frastagliate scogliere che si immergono nell’oceano fino ad Apollo Bay, un tempo città di pescatori, oggi più turistica, ma comodo punto di appoggio per esplorare la foresta pluviale del Great Otway National Park, con le sue caratteristiche cascate. Rivolgetevi alle cooperative di pescatori per mangiare del pesce freschissimo, questo è il luogo giusto.

12 Apostoli_Australia - @Artorusrex

Se volete esagerare con l’avventura, provate una delle escursioni di Otway Expeditions (tel 0061 3 52376341) con fuoristrada o anfibi a 8 ruote Argo. Se prendete la deviazione verso l’oceano arrivate al faro di Capo Otway, che ha più di 150 anni ed è il più antico dell’Australia. Siete ora pronti per la zona più spettacolare di tutto il percorso. Superata Princeton, alte scogliere di pietra calcarea dominano il mare tumultuoso su cui si sono infranti moltissime navi e velieri, si dice almeno 700 nel corso della storia. E all’improvviso, ecco i Dodici Apostoli: altissimi picchi di roccia (in realtà se ne possono vedere solo sei) che si sono creati per effetto dell’erosione del mare burrascoso di queste zone. Arriverete così alla città di Warrnambool, dove formalmente si conclude la Great Ocean road e dove, a Logan’s Beach, si possono osservare le balene tra giugno e settembre. Una sosta a Tower Hill, un cratere di un vulcano estinto che ora protegge varie specie di fauna, prima di arrivare a Port Fairy per un viaggio a ritroso nel tempo, esplorando i candidi cottage imbiancati con la calce, i negozi d’altri tempi e i piccoli pub. Per una sosta culinaria: Portofino on Bank, a metà tra la cucina modern Australian e mediterranea, uno dei migliori ristoranti del Victoria occidentale. Una nota curiosa: qui si può ammirare la più grande colonia di foche da pelliccia dell’Australia, e osservare da vicino i delfini, le balene e gli squali da una barca.

Ora che avete fatto il pieno di panorami marini, potete addentrarvi un po’ nell’entroterra, verso il Parco nazionale dei Grampians, tra Melbourne e Adelaide, ricco oltre che di flora e fauna incredibili, anche di pitture rupestri aborigene. Godetevi la guida fino ad Adelaide attraverso Horsham, Bordertown e fate una sosta per tentare l’avvistamento di un canguro nel Mt Rescue Conservation Park. Per il meritato riposo, si consiglia l’appena rinnovato The Stirling Hotel, appena fuori Adelaide, con vista sui vigneti e un’atmosfera elegante.

Adelaide, città dei motori

Eccovi finalmente nella piacevole Adelaide, frizzante città che ospita artisti ed eventi sportivi di primo piano, con una ordinata planimetria a scacchiera e le sue ampie strade che la rendono terreno ideale per gare automobilistiche di ogni tipo. Ogni anno in febbraio/marzo roboanti supercar V8 gareggiano sul circuito di fama internazionale realizzato nelle vie della città, per il principale evento automobilistico d’Australia, la Clipsal 500, che richiama oltre 250mila spettatori.. Mentre a settembre l’appuntamento è con le auto storiche pre-1990: il Classic Adelaide Rally, che ha come patron l’ex campione di Formula uno, australiano, Jack Brabham.

Da non perdere anche la Bay to Birdwood, una competizione tra auto d’epoca pre-1955 che si tiene ogni anno a settembre e che catalizza intere famiglie sul ciglio della strada, con cestino da picnic in mano in attesa di vedere sfilare questo magnifico serpentone di cimeli storici che parte da West Beach Road, la spiaggia di Adelaide, e dopo 72 km arriva al National Motor Museum, il museo nazionale che raccoglie una collezione di 400 automobili e motociclette conservate in perfetto stato, con sede a Birdwood, nell’entroterra della città punteggiato da vigneti. Tra le auto della collezione, molte Holden, la macchina simbolo dell’Australia, Ford e la Talbot 25 hp del 1908 che per prima attraversò da sud a nord il paese, da Adelaide a Darwin.

Se si passa di qua in un altro periodo o non si ha voglia di portarsi il cesto da picnic, per pranzo fate una deviazione per la tenuta The Lane, a Hahndorf, per piatti ricercati ma legati al territorio, naturalmente innaffiati con il vino della casa e una vista spettacolare sulle colline coltivate. Oppure mettete una coperta tra i vigneti di una delle cantine più rinomate d’Australia, Bird in Hand, che vi venderà cibo e vino per il vostro pregiato déjeuner sul l’herbe.

Per chi non sa resistere alla terra rossa

Siete in Australia e non potete tornare a casa senza esservi sporcati con la terra rossa dell’outback, il caratteristico territorio semi desertico al centro del continente australiano? Allora da Adelaide imboccate la Great Explorer’s Way (Stuart Highway) fino al Alice Springs. Sono 1500 km, quindi prendetevi del tempo. E noleggiate un fuoristrada, a questo punto necessario per non perdervi nulla, soprattutto il divertimento.

La prima tappa è Clare Valley, con i suoi vigneti, e si passa per Port Augusta, la porta di accesso alla frastagliata catena dei Flinders Ranges e all’outback. Dormite al Prairie Hotel, a Parachilna, che offre stanze di qualità e soprattutto un premiato ristorante specializzato nella cucina “feral food”, a base di cammello, bisonte, canguro ed emu. Da qui, non potete mancare la capitale dell’opale, pietra preziosa icona del Paese: a Coober Pedy si estrae il 95% di questa pietra e si può anche dormire in un hotel sotterraneo, come facevano i minatori per ripararsi dal caldo torrido. Fatelo anche voi al Desert Cave Hotel, dove lasciarsi andare naturalmente anche per uno shopping prezioso.

Fate una deviazione fino al Deserto dipinto (Painted Desert), con le sue scenografiche colline colorate formatesi grazie a un processo di erosione durato 80 milioni di anni. I colori giallo ocra, il rosso del ferro ossidato e un intenso marrone brillano alla luce del sole. In direzione nord, attraverso distese d’erba, tra regioni granitiche da un lato e il fiume Finke dall’altro, arriverete alla vostra meta, Alice Springs, il vero cuore dell’Australia, nato come stazione del telegrafo e oggi centro di cultura e arte aborigena. Dove termina il vostro viaggio, a meno che non vogliate trasferirvi qui. E la tentazione verrà.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul viaggio in Australia pubblicato su Autocar di marzo 2010: Autocar marzo 2010_Australia

Intervista a Michela Cescon

16 Gen

“Se tornassi indietro, rifarei l’incidente”.

Architetto Michela Cescon. Doveva esserci scritto questo sul suo biglietto da visita. Invece, una notte di tanti anni fa, quando lei di anni non ne aveva neanche venti, un ubriaco investe lei e un suo amico in Vespa, lei si frantuma un femore e rimane ferma per mesi. Il giorno dopo avrebbe dovuto dare il suo primo esame alla Facoltà di architettura.
Invece questo evento le fece trovare il coraggio di dire alla sua bella famiglia trevigiana doc che la sua strada non era a Treviso, come da generazioni tutti in casa Cescon avevano fatto. Ma a teatro.

Pubblicata su ON di settembre 2010

E dopo due anni era sul palco, come protagonista in uno spettacolo di Luca Ronconi. Segno del destino? Dopo il successo al teatro è passata al cinema e ora
porta avanti entrambe le carriere. Ma ecco per esteso il suo racconto.

Lei ha debuttato al cinema nel 2004 con Matteo Garrone, nel film Primo Amore: un’interpretazione impegnativa, in cui è dovuta dimagrire da 60 a 45 kg in quattro mesi. Come è avvenuto l’incontro col regista? Avevo 28 anni, venivo da dieci anni di palcoscenico e stavo recitando un testo “off off”, Bedbound, in un teatrino romano, per il quale ho vinto il premio Ubu e il premio Eleonora Duse. Facevo la parte di una ragazza poliomelitica grave, ero tutta storta, il corpo molto segnato. Venne a vedermi Matteo Garrone, al quale piacque lo spettacolo, tanto che venne in camerino per conoscermi. Per combinazione io avevo visto due dei suoi primi film, Estate romana e Terre di mezzo. Ci fu un scambio di stima reciproca. Dopo un anno e mezzo mi chiamò chiedendomi “quanto pesi”? Risposi: circa 60 kg. E lui: “ah no, la mia protagonista è molto magra”. Tre giorni dopo mi richiamò: “Ci ho pensato: ti va di fare un film dove devi dimagrire un bel po’? E io dissi “ci sto”. Fu per me un’esperienza unica.

Qui conobbe anche Vitaliano Trevisan, scrittore e attore vicentino, che ha ritrovato sul set diretto da Alex Infascelli, Nel nome del male. Come si è preparata per questo ruolo che parla di satanismo? Nel film sono la madre di questo personaggio che sparisce. Quando ho letto la prima volta la sceneggiatura ci rimasi male, perché non capivo come mai la madre non potesse fare come il padre, partire alla ricerca di questo figlio scomparso. Col tempo, anche con la mia maternità, ho capito che la cosa più difficile ai nostri giorni è quella di fermarsi un attimo e osservare i nostri figli, per come sono. E questa è una madre che non si ferma a osservare.

Come è iniziata la sua carriera a teatro? Alle superiori ho frequentato dei corsi di teatro che mi piacevano tantissimo, ma non avrei mai pensato di farne una professione. Dopo l’incidente che ebbi al primo anno di università, e nei mesi che ci sono voluti per rimettermi in piedi, l’anima, o l’inconscio, chiamatela come volete, credo che abbia lavorato tanto. Sentendomi una sopravvissuta, ho detto ai miei genitori che volevo fare teatro. Dopo due anni e mezzo sono salita sul palco come protagonista in uno spettacolo di Ronconi. Nella vita spesso non ti accorgi di essere seduto. I lutti, o gli incidenti, ti aprono gli occhi. E se tornassi indietro, rifarei l’incidente: è stato lo choc che mi
ha dato il coraggio di cambiare.

Quando è arrivato il successo, quale regalo si è fatta? La mia prima entrata maggiore è stata per Primo Amore.
Con quei soldi mi sono prodotta Giulietta (degli Spiriti), l’ultimo spettacolo che ho fatto con Valter Malosti, che per me ha significato un grande punto di svolta. Ancora oggi, comunque, molto di quello che guadagno va a finanziare gli spettacoli a teatro.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’intervista a Michela Cescon pubblicata su ON, il magazine della FastwebTv: ON_sett_CESCON

A Villa d’Este, tra auto d’epoca e atmosfere esclusive

16 Gen

Portare da Tokyo a Milano un gioiello come l’Alfa Romeo Giulia 1600 TZ2 del 1965, che ha ricevuto la menzione d’onore nella sua classe (Classe H: Progetti di stile 1952-1965), il Trofeo del Presidente della Fiva per la vettura meglio conservata e il Trofeo Auto & Design per lo stile più emozionante? “Questa volta non abbiamo pagato molto, 50mila euro. Andata e ritorno”, racconta come parlasse di un biglietto sulla Frecciarossa il giapponese Tadeo Uchida, amico del proprietario Shiro Kosaka, uno dei più grandi collezionisti del mondo, assente per nube islandese.

Pubblicato su Autocar di maggio 2010

Per un volo così lungo anche le persone pagano un prezzo elevato, figurarsi un’automobile di valore inestimabile come questa, che solo di assicurazione… Assicurazione? “Ci prendiamo il rischio”, dicono i proprietari in un coro greco (che si spera non si trasformi in pianto), “perché dopo un certo numero di anni costerebbe più l’assicurazione furto e incendio che la macchina stessa. Spesso le compagnie non accettano neanche di assicurare valori di questo tipo”, spiega Mr Tadeo.

E lo conferma anche l’imprenditore Francesco Gandolfi, marito di Mietta Pasquali Gandolfi, che al concorso è arrivato da Montagnana, in provincia di Padova, guidando in prima persona il camion con sopra la loro affascinante Bmw 328 del 1938. “Assicurare queste vetture contro la perdita è onerosissimo e fonte di litigio con le compagnie, perché è estremamente difficile darne una valutazione. Quindi le nostre auto hanno solo la Rc obbligatoria per girare su strada”. L’aereo è il mezzo più veloce e sicuro, perché, spiega sempre Tadeo Uchida, “via mare l’aria salina rovina la carrozzeria”. Esistono compagnie di cargo specializzate in trasporti delicati, ma per evitare il colpo al cuore di fronte a una riga sulla carrozzeria, si arriva a vette di mania: “fotografiamo tutti i passaggi dell’imballaggio, vite per vite, in modo da rifare il percorso a ritroso una volta giunti a destinazione, per non rovinare nulla”.

Ovviamente, volare è il modo più costoso per trasportare le macchine. Più economica invece la nave, come spiega Gandolfi, che per la sua attività di imprenditore dell’industria alimentare ha molti contatti con l’estero. “Ho spedizionieri di fiducia, che mi fanno pagare 10mila euro per un container da 20 piedi, all’interno del quale lego la macchina, ben protetta, contro i 20mila richiesti di solito da spedizionieri accreditati a Pebble Beach”. Per gli Stati Uniti, andata e ritorno.

Con la solita sintesi ed efficacia americana, Mark Gessler, membro della Fiva, in concorso con una Alfa Romeo 6C 1500 GS carrozzata Zagato del 1933, definisce il trasporto di questi gioielli: “crazy”. La sua perla quest’anno è volata dagli Usa a Cernobbio.

Quanto ci vuole per iscriversi?

In confronto a queste cifre, i 3500 euro chiesti per l’iscrizione e il soggiorno full board per due persone nell’Hotel Villa D’Este (premiato come miglior hotel del mondo nel 2009 dalla rivista Forbes Traveler), da venerdì a lunedì mattina, sono davvero un bicchiere d’acqua fresca. Soprattutto se si considera che una notte in Hotel con la sola colazione parte normalmente da 690 euro.

Chi organizza il concorso?

Ma che tipo di organizzazione si nasconde (bene) dietro un evento di questa portata? I primi passi organizzativi del concorso iniziano subito dopo la conclusione dell’edizione precedente. Ma è a partire dalle due settimane precedenti che inizia il lavoro duro della logistica, che coinvolge circa 200 persone di Villa d’Este (tutti i reparti: dalla reservation, al food & beverage) e altrettante da parte di Bmw, che arriva con sei o sette tir carichi di ogni tipo di attrezzatura per montare le luci, l’impianto audio, tutto.

“Villa D’Este ha una tradizione nell’organizzare eventi prestigiosi”, spiega Jean-Marc Droulers, presidente e amministratore delegato di Villa D’Este Spa, fautore del rilancio del Concorso insieme a Bmw. “Sa accogliere a un buon livello un alto numero di persone. L’albergo è riservato esclusivamente ai partecipanti al concorso, in modo che non ci siano malintesi con ospiti in viaggio romantico che non gradirebbero di essere svegliati alle 7 del mattino dal rombo di una Ferrari. Già dal venerdì l’hotel è completo, ci sono circa 400 persone per cena. Il sabato, per la giornata a inviti nei giardini monumentali di Villa D’Este, ci sono circa 6/800 persone, non di più per non snaturare l’ambientazione. La domenica si trascorre a Villa Erba, per la giornata aperta al pubblico. Quest’anno avevamo 5000 persone, per cui preparare tutti i servizi, compresi panini e sandwich per il pranzo”.

Diamo i numeri

Durante la giornata di sabato si consumano circa 600 pasti al ristorante e almeno altri 250 snack all’esterno, e champagne Henriot e cocktail Bellini sono i drink preferiti e i club sandwich Villa d’Este i più richiesti. Per la cena di gala della domenica (300 persone), è richiesto l’abito da sera e nel menù si trovano astice, fois gras e insalata di ovuli. Da consumare in un paio d’ore al massimo, perché poi si scopre l’auto vincitrice “Best of Show by the Jury” e il “BMW Group Trophy” e partono i tradizionali fuochi d’artificio sul lago.

Numeri di questo tipo porteranno all’esaurimento chef e camerieri. E invece no. Siamo entrati in cucina alle 12.30 del sabato e al posto di un girone dei golosi abbiamo trovato un’orchestra che suonava la sua sinfonia diretta dalla bacchetta gentile dello chef Luciano Parolari, da oltre 40 anni a Villa D’Este. “Oggi siamo a ranghi completi, 40 in cucina e altrettanti a servire. Iniziamo alle 5 del mattino per fare le briosche e terminiamo intorno alle 22, lavorando su turni, ovviamente. La cosa più difficile di questo evento sono i tempi, sempre abbastanza stretti. Per il buffet all’italiana da 600 persone di oggi abbiamo cotto 50 kg di pasta”. Ma ci sono anche prosciutto crudo, roast beef, arrosti e una sfilata di appetitosi dolci, babà giganti, Sacher Torte, tiramisù e macedonia in cui vien voglia di tuffarsi. Richieste speciali dagli ospiti? “In tanti anni di esperienza posso dire che le persone più importanti sono le meno difficili, le più semplici. Chiedono le solite cose, niente aglio, poco sale, niente di straordinario”.

Perché Villa D’Este è Villa D’Este

Qual è invece la formula vincente che ha riportato questo concorso, caduto nel dimenticatoio per quasi 40 anni, a essere il più importante d’Europa? Una serie di fattori, tra cui sicuramente una selezione dei modelli seria e rigorosa. “Tutti gli anni riceviamo richieste di iscrizioni abbondantemente superiori agli spazi disponibili, che sono 50, 52 circa. Un numero sostenibile che il pubblico può vedere con tranquillità, senza che il concorso soffra di gigantismo”, spiega l’ingegnere Lorenzo Ramaciotti, presidente della giuria. Sono due le persone chiave che fanno l’importante scrematura iniziale delle iscrizioni spontanee: Urs Paul Ramseier e Dominik Fischlin. Delle circa 250 richieste ne tengono 80, che poi sottopongono al Comitato Esecutivo del quale fanno parte il presidente della giuria, Horst Brüning, presidente della Fiva, Karl Baumer, presidente del Concorso d’Eleganza Villa d’Este, capo di Bmw classic e del Museo Bmw e Bmw Welt, e Jean-Marc Droulers.

“Teniamo conto dell’autenticità e dell’originalità delle automobili, che ci sia un corretto bilanciamento tra le marche di diverse nazionalità in modo che sia un concorso il più possibile internazionale e che non sia monopolizzato da determinati collezionisti a discapito di altri”, spiega Droulers. “Le auto devono possedere un passaporto Fiva, senza il quale non sono prese in considerazione. Non accettiamo la stessa vettura, né vetture dello stesso tipo per più anni consecutivi, per non annoiare il pubblico”, continua Ramaciotti.

“Poi cerchiamo di avere una varietà anche in funzione del tempo, senza trascurare nessun decennio, dalle pre guerra a quelle degli anni 70. Quest’anno se c’erano vetture in dubbio abbiamo privilegiato Alfa e Pininfarina, perché si celebrano i 100 anni dell’Alfa Romeo e gli 80 di Pininfarina”, conclude Ramaciotti. E Droulers va nel dettaglio di alcuni passaggi: “domandiamo all’organizzazione di accertarsi dell’autenticità dell’automobile, con la richiesta ai proprietari dei certificati necessari, in modo che non si infiltri qualcuno che non dovrebbe. La verifica dei requisiti è importante e dura fino a gennaio. La lista finale delle vetture d’epoca di solito si ha in febbraio. Le concept car seguono filone diverso, la loro selezione inizia verso novembre/dicembre, Bmw scrive a tutti i colleghi del mondo automobilistico, chiedendo se vogliono partecipare al concorso, con vetture che non siano già state esposte a saloni automobilistici nell’anno precedente. Devono avere dunque caratteristiche di novità e di originalità ed essere prototipi o concept car, piccole tirature, o macchina unica, non macchine di serie. All’inizio di febbraio con le liste dei modelli selezionati in mano iniziamo quindi a contattare i proprietari e a presentare loro il programma, invitandoli a iscriversi”.

E voi lo sposereste?

Il weekend di Villa d’Este è anche un luogo di ritrovo tra amici che condividono la stessa passione. E può poi diventare occasione di formidabili proposte di matrimonio cui difficilmente si potrebbe dire di no: un cuore di petali di rosa trovato sul letto con in mezzo le chiavi di una di queste macchine d’epoca al posto di un anello. È successo l’anno scorso. Quest’anno, invece, “solo” 101 rose rosse recapitate in camera per un compleanno. Non di una centenaria.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul Concorso d’Eleganza di Villa d’Este, pubblicato su Autocar di maggio 2010: Autocar maggio 2010_villa este

Uno stile Infiniti

16 Gen

 

Per i suoi primi 20 anni il marchio Infiniti si è regalato una concept car che unisce tecnologia sofisticata e prestazioni elevatissime a un design che mostra le linee verso cui la Casa si dirigerà in futuro: la Essence. La coupé ibrida con propulsione benzina/elettrica da 600 Cv e trazione posteriore è stata presentata al Salone di Ginevra del 2009 ed è proprio lei la protagonista di questo servizio fotografico che ha ricreato alcune scene di un vecchio film con Steve McQueen: Il caso Thomas Crown (1968).

 

pubblicato su Autocar maggio 2010

L’idea originale è venuta al fotografo Jean-Daniel Lorieux, molto noto nell’ambiente della moda per una ventennale collaborazione con Vogue, che ha sostituito la Rolls-Royce blu di McQueen con la Infiniti Essence, che oggi rappresenta il futuro dell’automobile, come lui stesso ha dichiarato.

Ma come è nata l’idea di fotografare la coupé in questo modo? “Ho avuto il piacere di guidare questa Infiniti grazie a Claude Hugot, direttore della comunicazione di Infiniti France”, spiega il fotografo, “che è anche colui che mi ha dato l’incarico di realizzare il servizio fotografico. Il mandato è stato semplicemente: “facci quello che vuoi”. Il caso Thomas Crown è un film cult per me. La visione della Rolls blu nel film ci faceva sognare. E Infiniti è la dream car di oggi. Steve McQueen era un grande attore ma anche un pilota, un mito per quelli della mia generazione. E in quel film, in particolare, era elegante come non si era mai visto. Da questa intuizione mi è venuta voglia di ricreare un set che riprendesse le atmosfere del film. Il casting non è stato un problema. Conoscevo già Pierre Jacob, il protagonista maschile, che era perfetto per il ruolo. È un tipo alla James Bond, un pilota, un campione di sci, un personaggio da film, insomma. Mentre la bella bionda è una modella con cui lavoro spesso, si chiama Ingwild.

Ho ricreato il set in pieno centro a Parigi, in Place de la Concorde, e nel vicino aeroporto di Bourget. Abbiamo trovato un aereo di alluminio e abbiamo fatto preparare dei sacchi che sembrassero pieni di soldi, su cui abbiamo dipinto il simbolo del dollaro di Andy Warhol”. Il resto lo si può giudicare dalla bellezza di queste immagini.

Jean-Daniel Lorieux è uno dei maestri della fotografia e ha collaborato per più di vent’anni con le maggiori testate di moda internazionali, tra cui Vogue, ed è considerato un artista della fotografia di moda. “Ma ho anche una vera passione per le automobili”, racconta ancora Lorieux. “Mi elettrizzano e mi piace spingerle oltre il limite, cosa oggi severamente proibita. È per questo che vado a correre a Le Mans. A Parigi guido una Golf GTI 16 valvole, ma per divertirmi uso una limousine Bentley comprata nel 1970 o la mia Porsche 356 degli anni 60. Questa mia passione per i motori è diventata anche lavoro: ho spesso ritratto auto di lusso, per Mercedes, Bmw e, di recente, ho realizzato degli scatti per Rolls-Royce a Mosca. E questo lavoro per Infiniti mi ha dato molta soddisfazione”.

Lo stile prima di tutto

Abbiamo chiesto a Claude Hugot, Responsabile Comunicazione Lifestyle di Infiniti, chi ha avuto la bella idea di realizzare questo servizio fotografico per la Essence e perché. Ecco cosa ci ha risposto.

Chi ha avuto l’idea di affidare il servizio fotografico a uno dei fotografi di moda più famosi del mondo? Come responsabile della comunicazione Lifestyle per Infiniti in Europa occidentale, avevo l’obiettivo di realizzare un servizio molto diverso, visivamente molto più vicino al mondo della moda che non all’universo dei motori. Così ho suggerito JD Lorieux per la sua nota passione per le belle auto, la moda, i modelli e le modelle più affascinanti, oltre che per il suo notevole umorismo.

Avete vagliato anche altri nomi? No, Lorieux era la persona giusta e infatti ha avuto la geniale idea del remake del Il caso Thomas Crowne per il servizio fotografico.

Gli avete dato carta bianca? Abbiamo sposato appieno la sua idea, ma gli abbiamo chiesto di rimanere quanto più possibile fedele al film originale, con l’esplosiva e sexy coppia Faye Dunaway – Steve McQueen.

Quale è stata la vostra prima reazione di fronte alle foto? Siamo rimasti estasiati nel vedere la Essence circondata da tanta bellezza.

Avete in programma altre collaborazioni di questo tipo? Sì, soprattutto per modelli come M ed FX ci auguriamo di poter ripetere l’esperienza.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul servizio fotografico di Jean-Daniel Lorieux alla Infiniti Essence, pubblicato su Autocar di maggio 2010: Autocar maggio 2010_Infiniti
Per i suoi primi 20 anni il marchio Infiniti si è regalato una concept car che unisce tecnologia sofisticata e prestazioni elevatissime a un design che mostra le linee verso cui la Casa si dirigerà in futuro: la Essence. La coupé ibrida con propulsione benzina/elettrica da 600 Cv e trazione posteriore è stata presentata al Salone di Ginevra del 2009 ed è proprio lei la protagonista di questo servizio fotografico che ha ricreato alcune scene di un vecchio film con Steve McQueen: Il caso Thomas Crown (1968).

Ditelo coi fiordi: viaggio in Norvegia

16 Gen

Atlantic Road_Norvegia @Jamie Pérez

La Norvegia è uno degli stati più verdi e con un alto senso dell’ecologia al mondo e quindi l’automobile non è il mezzo di trasporto più utilizzato e incentivato. Nonostante questo, l’auto è sempre il mezzo migliore di godere dei meravigliosi paesaggi dei fiordi e per poter viaggiare in libertà, fermandosi ogni volta che verrete catturati da una delle mille attrazioni, naturalistiche ma non solo. Prendendo come punto di partenza la capitale Oslo, dunque, ben collegata alle principali città italiane, potete in breve tempo ritrovarvi nel bel mezzo del sistema di strade della Adventure Road, che collega la città alla bellissima Bergen, che si trova sulla costa occidentale dello stato, a circa 480 km di distanza da Oslo. L’Adventure road non è una sola strada, bensì un reticolo di percorsi che si sviluppa in un territorio di 15mila km² di vallate, montagne e morene formatesi durante l’Era Glaciale. Un saliscendi tra le foreste e l’acqua dei fiordi, che si addentrano come lingue nella terra, tra ghiacciai e cascate spettacolari, fino ad arrivare all’Hardangervidda, l’altopiano più esteso d’Europa, con un clima, una flora e una fauna artici.

La Adventure Road è anche il miglior modo per visitare alcuni dei siti dichiarati Patrimonio Universale dall’Unesco nella zona tra Oslo e Bergen, tra cui la chiesa Urnes, costruita intorno al 1130, la più antica in stile cristiano-vichingo, che coniuga crocifissi e decorazioni iconografiche a tema animale, visibile nel portone in legno e negli altri dettagli della facciata settentrionale. Un altro sito patrimonio dell’umanità è il Nærøyfjord, un braccio del più grande Sognefjord, considerato uno dei più belli del mondo perché nel tratto più stretto le sponde si trovano a soli 250 metri di distanza e sopra di esse si stagliano picchi che arrivano a 1500 metri. Un paesaggio che i Romantici avrebbero descritto come Sublime. E infine Bryggen, il quartiere più antico di Bergen, che si distende lungo il mare ed è caratterizzato da casette in legno dipinte con colori vivaci, costruite in linea, ricordo dell’appartenenza della città alla Lega Anseatica dal XIV al XVI secolo.

Dalla capitale alla valle Hallingdal

Partendo da Oslo e prendendo come destinazione Bergen, il modo più veloce per arrivarci in macchina è l’autostrada E16, che vi farà attraversare il tunnel più lungo del mondo. Emozione che, a parte verificare se soffrite di claustrofobia o meno, vi eviterete volentieri per lasciare spazio a un bellissimo viaggio panoramico tra le montagne e i fiordi. Tenendo conto che sulle strade secondarie terrete una velocità media di circa 50/60 all’ora (il limite è di 80 km/h sulle extraurbane,  nei centri abitati) e che vi verrà voglia di fare delle pause nei paesi più grandi, per ammirare qualche panorama e per provare qualcuna delle attività adrenaliniche che si possono scegliere in questa zona, il viaggio durerà circa una settimana.

pubblicato su Autocar lug/ago 2010

Da Oslo si parte prendendo l’autostrada E18 e, a Sandvika, si prende la E16, in direzione Hønefoss. Guidando in direzione nord, ben presto inizierete ad arrampicarvi sul passo Solihøgda dove, una volta oltrepassato, vi si aprirà una vista sui campi coltivati della piana di Ringerike, circondata dalle montagne. Arrivati a Hønefoss, lasciate finalmente l’autostrada per iniziare l’esplorazione da vicino di questi magnifici luoghi. Gol sarà la vostra prima meta. È la città principale della valle Hallingdal e si raggiunge prendendo la strada numero 7, indicata da cartelli quadrati a fondo bianco. Prima passerete però attraverso altri paesini, tra questi Flå, soli 1000 abitanti ma famoso per il suo Vassfaret Bear Park, uno zoo che mostra la fauna norvegese inserita nel suo ambiente naturale, compresi gli orsi, che qui sono protagonisti. Un’altra cinquantina di chilometri e sarete a Gol, un paesone di 4500 abitanti dove, per fare un piccola variazione sul tema “natura”, vi suggeriamo di farvi un giro sui quad o sulle moto del Gol Motorpark, oppure sui go-kart del Fuglehaugen Carting & Motorsenter, sempre vicino a Gol, per correre con vista sulle cime innevate.

Da qui partono diverse diramazioni della Adventure Road. Si può optare per esempio per quella che va verso nord e passa da Hemsedal, che arriva a Lærdalsøyri, un borgo affacciato sullo splendido Nærøyfjord e che, attraverso un tunnel, si ricollega a Flåm. Sul fiume Laerdal chi ha la passione per la pesca non può perdersi il Norsk Villakssenter, un centro che rende omaggio a due pesci-simbolo di questa terra, il salmone e la trota di mare, con un premiato documentario sulla loro vita e vasche per l’osservazione dei pesci da vicino. A Hemsedal potete persino nuotare con le trote con il Trout Safari, che vi fornisce muta, pinne e maschera e vi accompagna in un tour di due o tre ore nelle “fresche” acque dell’Hemsila. Qui val la pena fermarsi anche per provare la cucina del Fossheim Hotel, un ristorante tipico gestito dalla stessa famiglia da tre generazioni, che serve piatti della tradizione norvegese.

Evitando il tunnel che conduce a Flåm e prendendo la Aurland Road (n. 243), una stradina di montagna che conduce ad Aurland, passerete dal livello del mare a un’altitudine di 1.333 metri, dove troverete la neve anche in estate, motivo per cui la 243 è chiamata “Snow Road”. Fate una sosta nel punto panoramico di Stegastein, con una vista strepitosa sul fiordo dell’Aurland. È questa anche la strada delle cascate: tra Gol, Borgund e Lærdal (Rv52/E16) ne incontrerete ben quattro importanti: Hydnefossen, Rjukandefossen, Bergstølfossen e Sjurhaugfossen. Giunti a Flåm il paesino il cui nome significa “piccola distesa fra ripide montagne”, fate un giro sul Flåmsbana, il trenino che percorre un tratto tra pareti montagnose con un dislivello di ben 900 metri, passando attraverso una galleria a spirale nel cuore della montagna, che fa una fermata anche sotto scroscianti cascate.

Hardanger, un fiordo a frutti e fiori

Una seconda opzione, da Gol, è quella di raggiungere Flåm imboccando la strada che attraversa la Hallingsdal, passando per il parco nazionale Hallingskarvet, verso Al, che da Oslo dista 218 km. Da Flåm partono anche divertenti safari in gommone alla scoperta del Nærøyfjord da un altro punto di vista, quello marino, in cui potrete incontrare foche e aquile di mare (FjordSafari).

Da Al si dirama una terza opzione, la strada più a sud, quella che passa da Geilo e arriva a Eidfjord, che attraversa una zona con le meravigliose insenature dell’Hardangerfjorden. Indugiate in una breve deviazione verso l’aeroporto di Dagali per saggiare il Motor Center, il posto che fa per voi, perché vi farà provare tutte le emozioni su quattro ruote che volete: dai corsi su neve e ghiaccio, al fuoristrada, al go-kart. Fermatevi per una sosta culinaria con piatti del posto all’Hallingstuene di Geilo, che in estate serve solo insalata coltivata in loco, o al Sofia Cafès & Bar, specializzato in cucina tradizionale di ottima qualità. E poi tornate sulla via maestra, per fare conoscenza con il fiordo Hardanger.

Chi si aspetterebbe di trovare nel paese dei ghiacciai perenni, frutteti e vegetazione degni di un paradiso tropicale? Eppure capita anche questo, perché per le magie che la natura sa regalare agli uomini, la Corrente del Golfo, dal lontano Messico, arriva a mitigare anche questo lembo di Norvegia. E qui in maggio godrete delle fioriture degli alberi da frutta, mentre da luglio potrete mangiare deliziose mele, susine, ciliegie e pere. Qui è fortemente consigliata una sosta nelle aziende agricole, dove provare e comprare questi prodotti locali, come nella Steinstø Fruit Farm, dotata anche di ristorante, che produce tonnellate di questa frutta deliziosa. Per poi traghettarsi verso Bergen, la nostra tappa finale.

Se capitate a Lofthus, sull’Hardangerfjorden, dal 22 al 25 luglio, ci sarà la festa delle ciliegie. Per finire la giornata in bellezza, prenotate una cena al ristorante à la carte Zanoni, all’interno dell’Hotel Ullensvang, che prepara piatti norvegesi e altri con ispirazione italiana, di altissima qualità, serviti in un ambiente di rara bellezza, con vista sui fiordi e sui ghiacciai. E per restare in tema di fattorie, pernottate all’Utne Hotel, una delle più antiche affacciate sul fiordo Hardanger, da cui è stato ricavato questo hotel. Quando infine arriverete a Bergen, perla della costa occidentale, sarete nella città che per molto tempo è stata il cuore pulsante del commercio di merluzzo essiccato o salato, l’oro del Medioevo, il cui traffico si concentrava proprio qui. La seconda città della Norvegia, dopo Oslo, è piena di vita, a partire dal Fisketorvet, il mercato del pesce all’aperto, per arrivare alla classica birra in terrazza sul porto, di notte, o a uno dei numerosi concerti che nella stagione estiva ravvivano la città. Tutti da gustare, prima di fare ritorno a casa.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul viaggio in Norvegia, pubblicato su Autocar luglio/agosto 2010: Autocar lugAgo 2010_Norvegia

Il calendario Pirelli compie 45 anni

16 Gen

pubblicato su Autocar - gennaio 2009

Così come Elle McPherson per la moda è “The Body”, per il popolato mondo dei calendari quello Pirelli è semplicemente: “The Cal”. Nati quasi nello stesso anno, 1963 lei, 1964 “lui”, hanno molte caratteristiche in comune: sono il punto di riferimento nel loro settore, hanno un’eleganza indiscussa, molti farebbero carte false per averli e,
soprattutto, non risentono dei segni dell’età. Già, perché il calendario, lo strumento di promozione di immagine principe del Gruppo Pirelli, è un oggetto di culto da 45 anni ed è testimone dell’evoluzione del costume e del cambiamento dei canoni di bellezza, come Autocar vi mostra in queste pagine lasciando che siano le immagini a parlare da sé. Infatti dai muri dei garage delle autorimesse, dove lo si trovava inizialmente, è passato in poco tempo e di diritto
nei musei di arte e fotografia.
Per l’edizione 2009 è tornato per la terza volta a posare il suo set in Africa, merito del fotografo Peter Beard che ha una smisurata passione per questo Paese e che ha portato sette modelle di fama internazionale in Botswana, tra elefanti, serpenti, fango e insetti. Una scelta artistica che vuole anche lanciare un messaggio ecologico: in questo mondo devastato da logiche di sviluppo senza regole, l’uomo per salvarsi deve ritornare all’armonia della natura.

Il mercato dei collezionisti

Il calendario, però, non è solo un oggetto del desiderio intellettual-voyeuristico, ma ha anche un valore collezionistico. Nonostante non abbia un prezzo di vendita, vi sono alcune edizioni molto ricercate tra i collezionisti. Chi ne trova una del primo decennio trova un tesoro. In particolare, i calendari del 1973 e del ‘74 sono ricercatissimi e quindi più quotati, anche se non hanno un prezzo di partenza ben definibile. Nel 1975 una serie completa di calendari del primo decennio è stata battuta da Christies per 2mila sterline (per beneficenza), una quotazione superiore a quella di un’opera di Warhol aggiudicata nella stessa asta.

In seguito, una copia del 1973 di Allen Jones è stata battuta per la cifra record di 20 milioni di lire. Da qualche anno tutto il mercato del collezionismo si è spostato su e-Bay, dove una copia del calendario 2003 autografata dal fotografo Bruce Weber e dal presidente Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha raccolto 13mila euro destinati a opere di bene. Anche oggi, se si cerca su e-Bay (soprattutto sulla versione tedesca), si trovano copie dell’ultima edizione a prezzi intorno ai 2/400 euro e una copia autografata dal fotografo Peter Beard a 999 euro.

Come regola generale, le prime mille copie di ogni edizione sono numerate e dunque più prestigiose. Ma come è diventato “cult”? Il primo (1964), realizzato da Robert Freeman, noto come “il fotografo dei Beatles”, trasforma il calendario da gadget natalizio per i propri clienti in: The Cal. Per varie ragioni. Perché da questo momento si ricercano
i fotografi di maggior successo, le location più trendy, le modelle più famose, ma anche perché il calendario è a tiratura limitata, 35.000 copie nei primi anni, 20/25.000 dal 2004 e, soprattutto, perché non si può comprare.

A chi vanno le copie?

Non essendo in vendita, le varie direzioni delle filiali internazionali del Gruppo Pirelli stilano ogni anno un elenco di personaggi famosi dell’industria, dello spettacolo, della cultura e delle istituzioni che lo ricevono in dono. Per l’edizione 2009, per esempio, l’ha ricevuto anche Barack Obama in campagna elettorale (e non McCain) e ogni anno arriva a Buckingham Palace, al Re del Marocco e di Spagna.

Negli anni 60 le modelle sono per lo più giovani esordienti. Il ’69 è l’anno della California, con ragazze in bikini tra surfisti e spiagge dorate, bocche in primo piano che leccano un ghiacciolo o appoggiano sulle loro labbra socchiuse il collo di una bottiglia di Coca-Cola. È l’inizio delle allusioni al mondo dell’hardcore, che prende piede in quegli anni proprio in California, quando in Italia ci si scandalizza ancora per l’ombelico scoperto di Raffaella Carrà nel suo Tuca Tuca. Nel 1971 appare il primo nudo integrale, anche se sfumato dalle tinte di un raffinato controluce.

Nel ’72 arriva la prima fotografa donna, Sarah Moon, che realizza quasi dei quadri impressionisti. Il 1973 e ’74 segnano il ritorno alle forme femminili più esplosive che, arte o non arte, sono sempre state il tratto più amato dei calendari Pirelli. Dal 1975 al 1983, invece, c’è un vuoto, il calendario non esce a causa, si dice, della crisi economica
dovuta al petrolio. Superata l’Austerity si arriva agli anni 80, con la loro voglia di divertimento e trasgressione, naturale erede del castrante periodo precedente. Riappare traccia del prodotto Pirelli sotto forma dell’impronta dei pneumatici che si stampa su spiagge esotiche e su corpi scultorei.

Dall’edizione olimpica alle top model

Per le Olimpiadi del 1990 Arthur Elgort realizza il primo calendario in bianco e nero e nel 1994 inizia una nuova era, quella delle top model. Tutti ricordano Cindy Crawford, EvaHerzigova, Kate Moss, Inès Sastre,
Gisèle Bündchen. è strepitoso il calendario di Richard Avedon del ’95, che ritorna al sensuale immortalando, tra le altre, una statuaria Naomi Campbell nuda, di spalle, con l’impronta della sabbia dorata sulla pelle. Che, insieme alla Monica Bellucci ritratta sempre da lui 2 anni più tardi, fanno a gara per la foto più sexy di tutti i tempi. Nel 2000 il calendario è affidato ad Annie Leibovitz, storica ritrattista di Rolling Stone prima e di Vanity Fair oggi e per tutti gli anni 2000 attrici e modelle molto famose saranno splendide portavoce della magia del Calendario Pirelli.

I fotografi del Calendario Pirelli che hanno fatto storia

Robert Freeman, che ha firmato il primo calendario nel 1964

Sarah Moon è la prima fotografa donna (1972)

Uwe Ommer rilancia le impronte del pneumatico su corpi e spiagge (1984)

Terence Donovan fotografa le prime modelle di colore, tra cui una Naomi Campbell sedicenne (1987)

Barry Lategan introduce gli uomini (1988)

Arthur Elgort realizza il primo calendario in bianco e nero (1990)

Herb Ritts inaugura l’era delle top model (1994)

Bruce Weber scatta anche alcune star maschili del cinema e della musica (1998)

Annie Leibovitz, una delle migliori ritrattiste al mondo (2000)

Patrick Demarchelier, fotografo di Lady Diana e il primo non British a fotografare la Famiglia Reale inglese (2005, 2008)

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sui 45 anni del calendario Pirelli, pubblicato su Autocar di gennaio 2009: Autocar gennaio 2009_PIRELLI ALBUM

Carlo Cracco, chef a km zero

16 Gen

Superyacht 2009 - foto @Giovanni Malgarini

Con un menù raffinato e fantasioso come solo lui sa inventare, Carlo Cracco ha dimostrato che si può organizzare una cena a basse emissioni tutt’altro che povera. L’occasione è stata offerta da BMW lo scorso ottobre, la scena è quella milanese e l’ospite d’eccezione il regista Francis Ford Coppola, in città per il World Business Forum. La Casa automobilistica tedesca, molto impegnata sul fronte delle basse emissioni di CO2, vuole una cena di gala low emission. Dopo breve riflessione risulta evidente che lo chef migliore è certamente Cracco, non tanto per le formali due stelle Michelin di cui si fregia il Ristorante Cracco, che pur certificano l’altissima qualità della sua cucina, quanto per la sua innata e caratteristica capacità inventiva nel combinare gli ingredienti.

Intanto va detto che una cena a impatto zero, come è stata battezzata, significa che le materie prime devono provenire da una distanza inferiore ai 50 km. Facile, per chi cucina in zone limitrofe ai campi. Considerando però che il Ristorante Cracco si trova a due passi dal Duomo di Milano, fare la spesa da produttori che si trovino a meno di 50 km ha richiesto un po’ di ricerca. Lo chef di uno tra i 50 migliori ristoranti al mondo ha selezionato tra varie cascine la Gaggioli, nella periferia Sud milanese, e qui ha trovato praticamente tutti gli ingredienti per la sua cena. Iniziata con Crema di zucca con Raspadura (un formaggio) e Sfoglie di polenta croccante con crescenza alle erbe e terminata con un Semifreddo al mascarpone con pere e cachi, il tutto innaffiato con vini dell’azienda agricola Nettare dei Santi di San Colombano al Lambro, anche lei a circa 47 km dal ristorante. Un capolavoro che ha stupito i commensali. La cucina di Carlo Cracco, 44enne originario di Vicenza, rivisita i piatti tradizionali milanesi, e non solo, proponendoli in una chiave contemporanea, combinando i sapori e giocando sui contrasti. Invitato al Festival della Mente di Sarzana l’aveva definita “cucina cerebrale”, nel senso che si gusta con il palato, ma anche con l’immaginazione.

È una definizione che la soddisfa ancora? In realtà dare definizioni della cucina è molto limitante. La cucina si differenzia soprattutto per la qualità. Quando è di grande qualità, è di qualità, punto. Quando non lo è, è una “presa per i fornelli”.

Il suo è un lavoro da privilegiato? Questo ristorante ha aperto nel 2001 ma io l’ho acquistato nel 2007 e ora è tutto mio. Qui lavorano 25 persone e lo considero un lavoro da privilegiati, sì. Perché sei in mezzo al cibo, al vino e a tutto quello che c’è di più buono al mondo. Poi però bisogna anche lavorare. Bisogna pensare a molte cose. Non c’è solo la spesa, ma devi avere ottimi camerieri, sapere le lingue… è un lavoro che non finisce mai.

Quante ore al giorno lavora? Non lo so, non ho mai fatto il conto (ride). Diciamo che il ristorante chiude dalle 2 di notte fino alle 8. Nel resto del giorno è sempre in attività.

Mangiare nel suo ristorante è un lusso? La nostra cucina ha dei prezzi che sono proporzionati al costo della vita milanese. Se paragoniamo Milano a grandi città come Londra o Parigi (anche se Milano è più piccola), come livello di prezzo noi siamo molto meno cari rispetto a quanto costano i grandi ristoranti di Londra, dove hanno prezzi che sono il doppio rispetto a noi.

Che effetto ha la crisi sulla vostra attività? Alla sera i nostri 50/60 posti sono sempre occupati. A pranzo, invece, in questo periodo c’è un po’ di calma. La crisi c’è e bisogna fare attenzione, non sottovalutarla. Però la trovo un ottimo momento per decidere del proprio futuro e per darsi degli obiettivi ancora più ambiziosi, perché la crisi rimette tutto in discussione. Ho due o tre idee in mente che non posso ancora svelare, progetti futuri che si sono sviluppati proprio in questo periodo.

In Italia o all’estero? All’estero credo, perché è un bel mercato. Però a me piace Milano e vorrei rimanere qui. Milano è sempre stata il mio sogno. Non so spiegare perché, ho sempre visto Milano come una città dove si può lavorare, dove ci si può affermare, dove ti offrono tante possibilità.

Che cos’è il vero lusso, in campo gastronomico? Il lusso è poter avere la possibilità di scegliere di avere cuochi speciali, che sanno realizzare una cucina originale legata al proprio carattere, alla propria esperienza, alla propria formazione, che cucinano per te. La materia prima incide, ma non così tanto. È il fattore umano che fa la differenza. Considero ogni mio collaboratore come un artigiano. Perché costa il lavoro dell’artigiano? Perché è unico, fa 10 pezzi, 15 pezzi, non si sa, perché non lo sa neanche lui, quindi ovviamente quei pezzi hanno un valore molto alto.

E a cosa non sa rinunciare Carlo Cracco? Al viaggio, perché è la più grande forma di rigenerazione mentale e anche del corpo. Quest’anno, per esempio, sono stato per la prima volta in Australia. Un altro “lusso” che mi concedo è il cibo. Nel senso che quando vado in giro e vedo qualcosa che mi piace la compro, l’assaggio. Soprattutto il vino perché, da buon veneto, l’adoro. In Australia, per esempio, ho trovato un sale fantastico, delle conchiglie incredibili, rare anche là. E poi una burrata eccezionale, fatta da italiani emigrati lì tantissimi anni fa e che la fanno proprio bene.

Cosa pensa dei suoi illustri colleghi che sono stati suoi maestri, Gualtiero Marchesi, Alain Ducasse, Alain Senderens e Ferran Adrià? Ho cominciato con Marchesi e forse lui è quello che mi porto dentro di più, anche se lui è poi cambiato moltissimo. I francesi Ducasse e Senderens mi hanno dato la parte tecnica e di formazione che mi mancava, mentre di Ferran Adrià ammiro il fatto che ha rivoluzionato il modo di fare cucina. Ha proprio cambiato il mondo.

Nella rubrica “Fame Chimica” del programma Victor Victoria, che va in onda su La 7, l’abbiamo vista mangiare pavesini con il lardo e panettone con il gorgonzola… Guardi che il panettone col gorgonzola non è male.

Mi prende in giro… È buono, davvero. A me sembrava una delle ricette meno forti. L’idea è quella di scrivere ricette che possano essere realizzate in tempi rapidissimi quando si torna a casa, magari tardi, e si ha una fame nera. Ci si deve arrangiare con quello che si trova in frigo o negli armadietti. In questa condizione, sono gli abbinamenti che fanno la differenza. Il gorgonzola è verde e richiama il dolce. C’è la frutta secca e quindi il panettone col gorgonzola ci sta. So che sembra strano, ma io sono abituato a mischiare: in cucina magari capita che debba assaggiare un primo, poi provo un dessert, quindi mi chiedono di sentire se un formaggio è buono, nel giro di qualche minuto. Ci vuole apertura mentale, è solo questione di abitudine.

Chissà perché, detto da lui, vien quasi voglia di provarci.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’intervista a Carlo Cracco pubblicata su Superyacht del 2009 vedi qua: SuperYacht09_CARLO CRACCO

Centro stile Mercedes-Benz Advanced Design Italia – Como

16 Gen

Mercedes-Benz Advanced Design Center di Como - Foto @ Alessandro Bianchi

Era il 1886 quando Karl Benz presentò quella che è considerata la prima automobile al mondo: un veicolo in realtà a tre ruote, ma con un motore a benzina quattro tempi le cui linee per la prima volta si distanziavano in maniera decisa dalle carrozze. Per questo, occuparsi di design in casa Mercedes-Benz significa guardare al futuro, ma senza poter ignorare questa lunga, importante e a volte anche ingombrante tradizione. Una Mercedes, insomma, deve sempre essere una Mercedes. Perche la sua è la storia più lunga tra le Case automobilistiche. E perché un cliente Mercedes se lo aspetta. Quindi, si può dire che finora l’evoluzione del suo design sia stata una concatenazione di piccoli passi, più che un diagramma con dei picchi che indicano grosse rivoluzioni stilistiche. Infatti nello stile di un suo modello rimane sempre riconoscibile il patrimonio genetico: linee nette e semplicità di forma, che via via si uniscono a nuovi elementi che ne migliorano costantemente l’aspetto, senza stravolgerlo.

Nel rispetto di questo Dna, comunque, la Casa di Stoccarda si dimostra molto dinamica e ha piazzato in giro per il mondo ben tre centri di Advanced design, che si aggiungono al centro stile della casa madre, che si trova a Sindelfingen, e al quinto in costruzione a Pechino, Cina. Delle antenne che studiano dove andrà il design nei prossimi anni, cercando di captare in ogni settore le tendenze in atto e quelle prevedibili. I tre studi di advanced design attuali si trovano ai tre angoli del mondo: uno in California, a Carlsbad, uno a Yokohama, in Giappone, e il terzo proprio in Italia, nel pieno centro di Como. In una villa di fine Settecento, Villa Salazar, a due passi da Villa Olmo, con vista sul lago, palme in giardino e soffitti affrescati. L’eleganza del passato che si sposa con la verve dell’attività proiettata nel futuro che vi si svolge all’interno.

pubblicata su Autocar luglio/agosto 2010 - foto @Alessandro Bianchi

Autocar è stato accolto da Michele Jauch-Paganetti, General Manager del Mercedes-Benz Advanced Design Italia, nato a Locarno, dieci anni passati in Volkswagen e altrettanti in Mercedes. Non male per un 42enne che parla correntemente cinque lingue (almeno tante sono quelle che abbiamo sentito parlare durante l’intervista, n.d.r.): italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo. E che si presenta sorridente e in maniche di camicia, vista la stagione. Il che autorizza anche gli altri del gruppo a sentirsi liberi di esprimersi come meglio credono, variando da camicia e pantaloni lunghi a maglietta, bermuda e infradito. A seconda dell’età e della nazionalità.

I 17 dipendenti più la decina di collaboratori, ben distribuiti tra uomini e donne, hanno mediamente 30 anni, anche se la stagista più giovane, una ragazza tedesca, ne ha soli 21.

Michele Jauch Paganetti - Foto @ Alessandro Bianchi

Di cosa vi occupate qui, esattamente?

M.J-P: Siamo l’unico studio satellite a occuparci esclusivamente degli interni, fin dal 1998, l’anno della nostra fondazione. Questo motiva anche la scelta di questa location, vicina alle industrie del mobile e della moda del Nord Italia, ma anche alla cultura del bello che trova espressione nell’arte e nell’architettura italiane, che sono per noi grandi fonti d’ispirazione.

Seguite solo i progetti delle auto in produzione, oppure anche dei concept? Compatibilmente con gli impegni dello studio, cerchiamo di dare un apporto creativo per ognuno dei nuovi modelli che Stoccarda ha in programma. Parallelamente però sviluppiamo anche progetti più complessi sulle show car, sempre e solo per quanto riguarda gli interni, che durano anche un anno.

Quali sono le fasi di progettazione per un modello in produzione e come avvengono i rapporti con la Casa madre? Da Stoccarda arriva la comunicazione delle auto in fase di restyling. Il nostro studio decide di dare il suo contributo presentando un progetto nel giro di due mesi. Noi siamo gli unici tra i centri satellite nel mondo a occuparci degli interni, ma siamo in concorrenza con Stoccarda stessa, il che ci dà più stimoli per fare del nostro meglio. Se la nostra idea viene accettata, il progetto viene finanziato e poi viene deciso il kick off, ovvero il momento in cui si incontrano varie figure, dai designer agli ingegneri, dagli uomini del marketing ai vertici aziendali, per far emergere tutte le idee possibili immaginabili intorno a quel progetto.

Per le show car invece come avviene il processo? Mentre per le auto di serie non si possono fare rivoluzioni, ma solo evoluzioni, nelle show car possiamo spingerci un po’ oltre, per cercare di ispirare i nostri colleghi in Germania su quelle che potrebbero essere le nuove idee da introdurre nel futuro. Ci sono periodi in cui lo stile predilige linee rigide, dure, tese, poi a cicli si passa al morbido, alle linee curve. Il segreto del successo è arrivare con la proposta giusta al momento giusto. Questo avviene grazie all’esperienza maturata negli anni e rimanendo sempre in contatto con Stoccarda, per stare al passo con le loro esigenze.

Con la F800 Style avete stupito per la carica innovativa, infatti. La F800 rappresenta il presente attualissimo: così com’è, non può essere messa in produzione domani. Però contiene tante idee che la Casa è seriamente intenzionata a portare in produzione. Forse è arrivato il momento per fare un passo leggermente più lungo di quelli fatti finora. Forse perché finora avevamo fatto solo dei passettini.

Quanto c’è ancora di manuale nel vostro lavoro e quanto si realizza invece sul computer? Si inizia sempre prima a disegnare a mano. Ci piace sempre la manualità del lavoro: il digitale è bello, ma bisogna saperlo utilizzare e introdurlo quando è il momento giusto. Una volta che i disegni sono fatti, si passa alla creazione dei rendering, che consentono di definire tutti i dettagli del modello da realizzare, per far sì che chi decide, in Germania, abbia un’idea chiara di come verrà il risultato finale. Una volta scelto il modello in due dimensioni, viene realizzato quello in 3 D, in scala 1:1: lavoriamo molto con il clay, la plastilina, e i sedili dei nostri progetti sono come quelli veri, schiumati e sellati da professionisti, perché il modo migliore per capire se un sedile è comodo, è sedendocisi sopra.

Lo scorso mese di maggio è nato un nuovo marchio: Mercedes-Benz Style. Ci spiega di cosa si tratta? Pensiamo di poter offrire il nostro know how in materia di design anche al di fuori del settore automotive. Però non intendiamo rubare il lavoro ai bravi architetti e designer nostri concorrenti: noi veniamo dal mondo dell’automobile e il nostro scopo è quello di esportare il know how automotive, che nel mondo del design è il più avanzato, in altri settori, ma sempre legati principalmente ai trasporti. D’altronde, forse non tutti sanno che il primo motore che Daimler aveva costruito è stato montato su una barca, non su un’automobile. E che la stella a tre punte del marchio Mercedes significa cielo, mare e terra, i tre settori per cui inizialmente l’azienda costruiva motori.

Quindi stiamo entrando nel mondo dell’aeronautica, come già abbiamo fatto con l’elicottero Eurocopter Ec 145, e della nautica. Ma anche del mobile, anche se su questo tema non posso specificare nulla perché si tratta di progetti ancora in fase di definizione.

Dove andrà il design Mercedes dei prossimi anni? Per i progetti in serie è molto importante seguire le indicazioni del marketing. Per esempio, una cosa che viene spesso richiesta è quella di abbassare l’età media dei nostri clienti, perché chi compra Mercedes ha generalmente una certa età e un certo prestigio sociale raggiunto. Noi come designer, insieme a tutto il nostro dipartimento, cerchiamo di intuire quali sono i trend e dobbiamo capire se possono avere un futuro, oppure se saranno solo mode passeggere. La nostra filosofia progettuale nasce dal sapere prevedere quale strada prenderà il design e nel saper sfruttare tutti gli input che provengono dal mondo esterno nella maniera migliore, sempre tenendo presente che il marchio ha i suoi valori.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul Centro di Advanced Design Mercedes di Como pubblicato su Autocar di luglio/agosto 2010: Autocar lugAgo 2010_centro stile Mercedes

Oman in 4×4

16 Gen

@Giulio Badini/I viaggi di Maurizio Levi

Magari siete tra quelli a cui è capitato di imbattersi in un documentario su un viaggio nel deserto e vi siete detti che la macchina in garage vi fa fare bella figura in giro, ma vuoi mettere una vacanza scapicollandosi su e giù dalle dune in 4×4? Oppure avete sempre voluto provare l’emozione del deserto, ma poi l’idea di giorni e giorni passati mangiando sabbia, con acqua razionata e splendide nottate sui materassini, sotto una tenda, vi ha fatto convenire che forse la vacanza non era quella dei vostri sogni. Di sicuro, quando pensate “deserto”, il grande Sahara balena alla vostra mente.

Ce n’è però un altro che vi ammalierà così come le dune dorate del Maghreb sanno fare, e che potete prendere in considerazione se desiderate un approccio light al fuoristrada duro e puro, perché in poche ore potete essere a fare il bagno in mare, o a visitare una città storica. Poco conosciuto dai più, ma già noto a chi le 4×4 le ha nel sangue: è il deserto multicolore dell’Oman. Il Sultanato è un luogo magico, crocevia tra la cultura araba e quella indiana, tanto che molti ristoranti sono gestiti da indiani, anche se, intorno a voi, potrete vedere uomini che indossano le tradizionali tuniche di cotone o lana chiara e donne velate.

Non solo dune

Aggrappato alla punta sud orientale della penisola arabica, vanta una storia millenaria dato che qui l’uomo si insediò già all’Età della Pietra, come provano i reperti archeologici che si possono visitare in varie zone del Paese. E ha una ricchezza naturale, oltre che culturale, ignota a molti, ma affascinante da scoprire: si va dal mare, bello, più bello di quello degli Emirati, e caldo, dove si fa il bagno quasi tutto l’anno, alle montagne alte tremila metri, attraversando vaste aree desertiche e oasi verdeggianti. Chi c’è stato, racconta di una proverbiale accoglienza fatta di sorrisi, lunghi racconti e inviti a fare due chiacchiere davanti a un caffè o a un tè. Ma non immaginatevi villaggi di beduini arretrati, o pericolosi assalti alla diligenza se deciderete di avventurarvi da soli in un tour su quattro ruote. Nel deserto non si va da soli per sicurezza, non per il pericolo dei furfanti. Non in Oman, almeno.

Dal 1970, infatti, il Sultanato è guidato dal Qabus Bin Said, figlio del precedente sultano oscurantista, ma soprattutto figlio intellettuale dei suoi studi in college britannici. Se vi siete mai domandati se potrebbe esistere un monarca assoluto illuminato, avete trovato la risposta. Sì, lui lo è e in patria è amatissimo. Perché? In 40 anni ha rivoluzionato il paese, facendone uno dei più progrediti ed equilibrati del Medioriente. Anche i villaggi sperduti tra le montagne hanno acqua, luce e scuole, le ragazze frequentano l’università e l’assistenza sanitaria è di alto livello. I monumenti sono stati restaurati, i parchi naturali curati, le strade della capitale Muscat sono più pulite di quelle di Zurigo e i beduini del deserto non rubano, perché viaggiano in Toyota.

Affidarsi a tour operator esperti

La macchina è dunque l’ideale per visitare questo paese grandi quasi come l’Italia. Se però è la prima volta o quasi che prendete in mano il volante di una 4×4 non per salire sui marciapiedi di Roma o Milano, ma per metterla davvero alla prova, o se semplicemente volete affinare la vostra tecnica di guida nel deserto, c’è un viaggio che fa per voi. E che non vi costringe a tour de force da 500 km al giorno, né a ritornare giovani marmotte, sempre che lo siate mai stati, nel tentativo di far stare in piedi una tenda nella sabbia. I Viaggi di Maurizio Levi (tel 02 34934528) è un operatore specializzato in tour di scoperta ed è stato tra i primi a proporre l’Oman.

Oman - da Autocar novembre 2010

Nel catalogo di quest’anno ha inserito Terra incognita, un itinerario di 9 giorni al volante di una Toyota Land Cruiser 4.200 cc a benzina ultimo modello, tra montagne, dune e oceano, con incluso un corso di guida fuoristrada. Il periodo migliore per andare in Oman va proprio da ottobre a maggio, evitando dunque i mesi più caldi. E questo programma mixa piacevolmente momenti di relax e visite culturali, a momenti più avventurosi, ma sempre assistiti, di guida nel deserto.

Da Muscat alle Wahiba Sands

Il primo giorno si vola fino a Muscat, la moderna capitale dell’Oman, si pernotta in un quattro stelle e il giorno successivo si ritirano le 4×4 per iniziare in tranquillità con una visita alla città, compresa la Grande Moschea, in marmo bianco con archi e minareti, l’unica in Oman accessibile anche ai non musulmani. Si imbocca quindi la spettacolare strada che porta all’interno del paese, attraverso le montagne dell’Hajar, con vette che toccano i 3000 metri. Qui inizia una tortuosa pista in salita che raggiunge un passo a 2050 metri sul livello del mare, dal quale si gode di una vista straordinaria.

Ridiscendendo, si passa per il villaggio di Al Hamra, con i suoi quartieri vecchi in cui ammirare l’architettura tradizionale delle case costruite in “banco”, argilla impastata con paglia. E si raggiunge in serata Nizwa, la città più spirituale dell’Oman, attraversando le ultimi propaggini delle montagne, dove si cena e si pernotta in hotel. Ristorati, si è pronti per ripartire il mattino successivo per un giro nel suo Forte e nel caratteristico souk, ristrutturato e molto ordinato rispetto ai souk del nord Africa. È il punto d’incontro degli abitanti delle montagne e qui è ancora facile incontrare uomini vestiti con la tradizionale tunica di cotone o lana grezza, il turbante e un appariscente coltello a lama ricurva (khanjar) alla vita.

Ma il pezzo forte arriva ora: si riparte in direzione Est per raggiungere le Wahiba Sands, la grande distesa di deserto sabbioso che occupa la parte orientale del paese, fino alla costa dell’oceano Indiano. Ci si inoltra poi per 40 km tra le dune rosse, per fermarsi a cenare e dormire sotto le stelle. O meglio, in campi mobili, con tende igloo e materassini in gommapiuma forniti dall’organizzazione. La cena sarà preparata da un cuoco locale, dunque dopo il tramonto si potrà pensare solo a godersi la pace.

E’ l’ora del deserto!

Giunti al quarto giorno si hanno davanti 140 km di deserto, caratterizzato da enormi dune di sabbia rossa, punteggiate da radi cespugli, che delimitano corridoi lungo i quali si viaggia. A volte i corridoi si chiudono ed è necessario scavalcare le creste sabbiose e, avvicinandosi alla costa, la sabbia diventa più gialla e le dune più alte. Il momento è propizio per il corso di guida in fuoristrada: un esperto accompagnatore italiano salirà a turno a bordo delle vetture e affiancherà il guidatore spiegando gli accorgimenti per affrontare le dune. Se ci si insabbia, si imparano i trucchi per uscirne sani e salvi, con le piastre, il traino con il cavo o la tecnica dello strappo, quando la situazione è proprio critica. Al tramonto, si rimonta il campo per cenare e dormire di nuovo en plein air, con altre spiegazioni sulle tecniche di guida.

Il quinto giorno ci si accontenta di 130 km, tra il deserto e la spiaggia con le sue distese di sale bianco, valloni e scarpate ricche di conchiglie, resti di antichi bacini marini, dove si metteranno alla prova le nozioni imparate il giorno precedente, ma in un ambiente differente: per capire meglio come si affronta una scarpata in salita e in discesa, l’avanzamento in un percorso roccioso, lo scavalcamento di colline. In pochi chilometri si arriverà poi nella splendida baia di Al Khaluf, con le sue dune di sabbia caraibica che si perdono nelle acque verdi-blu, maldiviane, dove si passerà la notte.

Il giorno dopo, tornando verso Nord, seguendo la costa dell’Oceano Indiano, si percorrono ancora decine di chilometri lungo spiagge deserte, in mezzo a miriadi di uccelli che si alzano in volo, piccoli villaggi di pescatori, rocce, dune, lagune, spiagge rosa per i frammenti delle conchiglie. E il penultimo giorno si affrontano altri 270 km di asfalto per raggiungere Sur, una cittadina dove visitare il quartiere dei pescatori di Ayala, ancora costruito in stile arabo con le piccole case bianche e i caratteristici portali in legno massiccio intarsiato e decorati con borchie. Vale la pena anche di soffermarsi per una visita alla fabbrica dei dhow, tipiche imbarcazioni in legno, senza l’uso di chiodi metallici, ancora oggi utilizzate dai pescatori e per piccoli commerci con i vicini Iran e Pakistan. A questo punto, sazi delle nuove capacità acquisite, siete pronti per il rientro in Italia, probabilmente con la voglia di prenotare subito un altro viaggio in 4×4 per testare le vostre abilità da fuoristradista.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Clicca qui per vedere il viaggio in Oman pubblicato su Autocar di novembre 2010: Autocar Viaggio Oman