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Immaterial world, Transparency in Architecture

10 Giu
Il design delle trasparenze, a tutta luce

Copertina del libro Immaterial World Transparency in Architecture, di The Monacelli Press

Quando l’architettura è trasparente è come se scomparisse. Il mondo immateriale del titolo di questo bellissimo libro parla proprio di questo, delle architetture invisibili, dove il vetro è materiale principe, che riesce a ricomporre il conflitto tra il bisogno di privacy e l’istinto ad aprirsi verso il mondo. Un excursus tra i 25 edifici contemporanei più belli, fotografati in ogni angolo del mondo (tra cui anche un progetto di Renzo Piano), che sono stati progettati e costruiti appunto basandosi su un originale gioco di trasparenze e superfici opache.

The Monacelli Press, di Marc Kristal, 216 pagine, 45 $

Ciclopedia

6 Giu
copertina del libro Ciclopedia, publicato da L'Ippocampo

Ciclopedia, L'Ippocampo editore

Un omaggio alla bellezza delle due ruote disegnate negli ultimi 90 anni, già protagoniste della vita delle più vivibili città europee e amate (se pur non molto incentivate) anche in quelle italiane. Michael Embacher è un designer che possiede una delle più imponenti e importanti collezioni di biciclette del mondo, tutte fotografate da Bernhard Angerer per questo libro in cui appaiono come opere d’arte, oltre che di design, e la cui prefazione è firmata da Paul Smith. Una selezione unica di modelli, dalle eroine del Tour de France, alla eccentrica bicicletta per pattinare sul ghiaccio, o ad altre rarità commissionate da prestigiosi collezionisti. Il testo racconta la storia di ogni bicicletta e le sue specifiche tecniche.

L’Ippocampo, di Michael Embacher, 224 pagine / 450 illustrazioni, 25 €

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Segnalazione pubblicata su Capital Living n. 2 di aprile 2011.

Celeste Dell’Anna

27 Mag

Parola d’ordine: “consistency”. Ovvero, coerenza, la capacità che hanno gli elementi di un ambiente di stare bene insieme. È questo il concetto chiave che guida il gusto eclettico e senza frontiere di Celeste Dell’Anna, originario del lago Maggiore, milanese d’adozione e cittadino del mondo, con base a Londra – Chelsea Harbour, dove ha aperto il suo secondo studio di design e architettura, e a Milano, in via Montebello (dal 1983).

yacht design celeste dell'anna impaginato

L'articolo è stato pubblicato su Yacht Design n. 2 del 2011

Celeste Dell’Anna è una consolidata realtà internazionale nell’interior design di prestigio e in quasi 30 anni di attività ha firmato progetti per residenze private, alberghi, yacht e jet privati, fra i quali gli arredi per la residenza ufficiale del presidente dell’Uzbekistan, Islom Karimov, in occasione del Forum internazionale dell’economia di Davos. I suoi interni, tutti, hanno un impatto forte su chi li guarda, che ne nota la raffinata eleganza, la ricchezza degli elementi, l’opulenza di alcuni, ma allo stesso tempo il risultato armonioso, che non è mai ridondante. “È il segreto della consistency”, spiega Dell’Anna. “Parola di cui non trovo un preciso corrispettivo in italiano: identifica un approccio verso un ambiente nel quale niente deve prevaricare qualcos’altro. Amo i dettagli, la decorazione e l’arredo sono una parte dell’architettura, per questo la prima domanda che mi faccio in un progetto è se il valore architettonico dello spazio che andrò a decorare ha dimensioni e proporzioni adatte a poter sviluppare quel progetto. Molte volte questo non capita. È più facile per strutture di architettura classica, fino agli Anni 40 circa”.

Il dogma dell’approccio progettuale di Celeste Dell’Anna è sintonizzarsi sui desideri del cliente. “Ho grande rispetto del Client brief. Il mio lavoro consiste nel creare la scenografia, il teatro per la rappresentazione pubblica e privata della vita dei clienti. Lo stile delle mie case appartiene alle persone che le vivono: io traduco e interpreto le loro aspettative. Questo esclude dunque un approccio classico, o contemporaneo, o post contemporaneo, che per me sono etichette che per semplicità vengono adottate per identificare un certo tipo di design ma, in pratica, non vogliono dir niente. Credo in una storicità che deve avere ogni progetto, che costituisce il midollo spinale della vita del personaggio che poi dovrà vivere questo ambiente”.

Un’altra caratteristica dello Studio Dell’Anna, di cui sono molto orgogliosi, è il budget control. “C’è un detto: quando vedi l’architetto sai come inizi e non sai mai come finisci”, scherza il designer. “Con noi non succede. Anzi, aiutiamo il cliente a definire il budget compatibile con il risultato che desidera ottenere, lo monitoriamo con grande attenzione e forniamo periodicamente una serie di report dettagliati sull’avanzamento della spesa unitamente al dettaglio dei costi”.

Nella carriera di Dell’Anna non mancano gli yacht, che in qualche modo hanno segnato il suo successo e gli hanno fornito un’esperienza fondamentale portata anche nei progetti sulla terraferma. Tra i suoi progetti,

bagno dello yacht Be Mine - Lenora Lurssen yachts

Il bagno ricco di marmi del Be Mine

Be Mine (oggi Lenora, di Lürssen Yachts), il restyling di Shergar per l’Aga Kahn e la prestigiosa committenza legata al design degli interni di Fortuna, per parte del Patrimonio National di Spagna, in uso esclusivo alla Famiglia Reale Spagnola. “Dal Fortuna ho ricavato una grande esperienza sulla leggerezza. In studio avevamo il bilancino di precisione per i materiali, sapevamo i grammi che pesavano i singoli elementi. Nella nautica ogni centimetro quadrato ha una sua importanza e l’utilizzo dello spazio è fondamentale, mentre spesso nelle case lo spazio si spreca. Questo è stato un grande insegnamento. Ora sto per iniziare un nuovo ambizioso progetto per gli interni di un 57 metri a vela, un Germán Frers monoalbero”.

Oltre al megasailer, Celeste Dell’Anna sta terminando una gioielleria Chatila a Ginevra, in cui ha ripercorso stilemi Déco, resi più contemporanei con l’introduzione di elementi colorati che richiamano le pietre preziose. E la stratosferica Residenza privata Bolton, nel centro di Londra, su una superficie di 1600 mq. Uno dei progetti più prestigiosi che ha firmato di recente, infine, è quello del ristorante Acanto e delle quattro suite imperiali dell’Hotel Principe di Savoia di Milano, per il quale ha creato una soluzione contemporanea, con elementi di prestigio, pur mantenendo dei tratti di continuità con gli elementi della tradizione del grande albergo. Nel rispetto dei requisiti di sicurezza: “Nella suite volevo metter il camino”, ricorda Dell’Anna, “ma poteva essere pericoloso, perché se qualcuno lo avesse acceso senza fare attenzione, avrebbe potuto incendiare l’hotel. Quindi abbiamo dovuto rinunciare”.

Oltre che dai progetti di interior design, Celeste Dell’Anna è attratto anche dal design di singoli oggetti. La sua posizione è molto libera da schemi e la sua natura curiosa lo rendono una spugna, come lui stesso si definisce, che assorbe da qualsiasi esperienza e incontro elementi d’ispirazione per i suoi lavori. Come nel caso della sua ultima creazione, gli Occasional Table della collezione Turning the Table presentati al Salone del Mobile 2011, tavoli in ceramica con base in legno

tavolino Turning the table

Turning the table di Celeste Dell'Anna

pregiato, in edizione limitata, che ripropongono cinque diversi soggetti ispirati all’arte di propaganda del periodo della Rivoluzione d’Ottobre. Ispirandosi a questi artisti, che un suo cliente russo gli ha fatto conoscere, “ho fatto realizzare delle ceramiche a Vietri, dal bravissimo Enzo Sartoriello”, continua Dell’Anna. “Con la mia rielaborazione, simboli dell’arte di propaganda diventano simboli di eleganza, dimenticando i valori politici che quei disegni contenevano”. È possibile vedere altre collezioni firmate da Celeste Dell’Anna nel suo showroom di 350 metri quadri di viale Montegrappa 2, a Milano, aperto solo su appuntamento. Si tratta di uno spazio ricco di charme e ricercatezza, dove il senso estetico
e l’estro del designer si fondono in ambienti dalla sofisticata eleganza e dalla straordinaria contemporaneità. Oggetti d’arte e d’arredo, tessuti preziosi e pezzi unici creati da Celeste Dell’Anna sono i protagonisti indiscussi di uno stile dalla nobile essenza. Per arredare all’insegna del gusto e dell’originalità.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul design di Celeste Dell’Anna pubblicato su Yacht Design n. 2 2011: Celeste Dell’Anna

L’Opera e il Balletto al cinema

15 Apr

L’idea è ghiotta: portare nei cinema sotto casa le grandi opere liriche e i migliori balletti dei più grandi teatri internazionali. In che modo? Sfruttando le nuove tecnologie del digitale e il 3D, via satellite si può essere seduti sulla poltrona del cinema e vivere in diretta la prima del Teatro alla Scala di Milano, oppure l’ultimo balletto del Bolshoi, o dell’Opéra de Paris. Certo, non è come essere veramente a teatro, chi ha la possibilità di andarci continuerà a preferire
l’esperienza diretta. Ma tutti quelli che non hanno mai visto un’opera o le grandi étoile in vita loro, trovano in questo nuovo trend il modo ideale per recuperare. Perché grazie ai sistemi audio e video delle sale che aderiscono, sarà come essere seduti a Parigi o a Mosca, ma in prima fila, non dalle balconate dove occorre il binocolo per vedere qualcosa.

ON Aprile 2011

L’idea è già una realtà consolidata in altri paesi, per esempio in Francia, mentre in Italia i pionieri sono due società: Microcinema e Nexo Digital. La prima è un network di sale digitali che ha sperimentato con La Traviata di Zeffirelli questo nuovo modo di utilizzare le sale nel 2007, ottenendo subito grandi apprezzamenti. E ha poi continuato su questa strada proponendo un cartellone di eventi in alta definizione digitale live, ma anche registrati, delle principali produzioni liriche italiane e internazionali. Il plusvalore etico di questa società è che ha fornito anche a sale parrocchiali o piccole sale d’essai che rischiavano la chiusura dei sistemi di sala che permettono di proiettare film ed eventi in alta definizione. Oggi il suo network digitale satellitare conta 150 sale. Ad aprile si vedranno l’Anna Bolena di Gaetano Donizetti, dalla Wiener Staatsoper di Vienna (5 aprile ore 19) e Il barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini, dal Teatro Regio di Parma (26 aprile ore 20). Nexo Digital oltre alle opere, ha un programma di balletti d’eccezione, sui quali stanno avendo ottime risposte da parte del pubblico, che per esempio non ha lasciato nemmeno un biglietto libero per Gisèle, lo scorso dicembre. Segnatevi in agenda domenica 29 maggio: avrete l’occasione di scoprire le emozioni del corpo di ballo del Bolshoi, in diretta live da Mosca, che si esibirà in una Coppélia che lascerà a bocca aperta.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Clicca qui per vedere l’articolo pubblicato su ON di aprile 2011: ON Aprile_rubr Cinema

Osé: che fai, ci provi?

12 Apr

Osé: che fai ci provi - Ubisoft

Il primo sense game della Ubisoft

C’era una volta lo strip poker. Versione piccante del famoso gioco d’azzardo, in cui l’azzardo consisteva nel non imbarazzarsi se quando si perdeva bisognava sfilarsi un indumento. Non da vigilia di Natale, certo, ma perfetto passatempo per scaldare l’atmosfera in coppia o in quattro amici. I tempi cambiano e oggi il team italiano Ubisoft Milan ha inventato il primo “sense game”, come è stato ribattezzato, che soppianterà lo strip poker perché molto più vario e divertente. Si chiama Osé – Che fai ci provi? ed è un videogioco sviluppato con l’ausilio di consulenti di coppia e serve per risvegliare la passione sopita se si gioca in due, o per farsi delle gran risate se si gioca in una compagnia di quattro persone, doppia coppia, ma anche solo amici.L’utilizzo inusuale dei comandi di gioco di Nintendo Wii (controller) e PlayStation 3 (PlayStation Move) invita i partecipanti al contatto fisico, se pur soft (il gioco è indicato ai maggiori di 12 anni e costa 29,99 euro).

Osé: che fai ci provi?, col controller

Fin dall’inizio è possibile scegliere un avatar personalizzato in base alle caratteristiche personali o a quelle dei propri sogni. Si può selezionare anche il percorso emozionale della serata: sognante, spettacolare, malizioso, avventuroso e geniale. Così il videogame si adatterà all’atmosfera che volete ricreare. Il passo successivo consiste nella scelta di uno dei quaranta minigiochi contenuti in Osé – Che fai ci provi?: per i più fantasiosi, sono a disposizione diversi sottofondi musicali che ripropongono brani conosciuti come Sex Bomb e (I’ve Had The) Time of My Life, il brano più famoso del fim Dirty Dancing, con cui scatenarsi in vorticosi balli di coppia. Cercando ovviamente di avvicinarsi il più possibile alla sensualità di Patrick Swayze. Per i più maliziosi, invece, è possibile sfidarsi in un inconsueto spogliarello davanti alla Tv:l’utilizzo della Wii Balance Board

Cover ON Aprile 2011

(quella della Wii Fit, per intenderci) permetterà di superare l’imbarazzo e risvegliare i sensi, meglio di qualsiasi terapia di coppia tradizionale. Poi c’è la gara di abbraccio sensuale, o quella in cui, in due, si deve simulare di mangiare una mela appesa al soffitto, che nella realtà del vostro salotto sarà il controller stesso. Alla fine della sfida, se avrete giocato in modalità multiplayer fino a quattro giocatori, verrà decretata la coppia più affiatata della serata. Il seguito, invece, sta alla vostra sensibilità…

Articolo scritto da: Samuela Urbini
L’articolo sul nuovo sense game della Ubisoft Osé: che fai ci provi è stato pubblicato su ON di aprile 2011: ON Aprile_Ose

Vino e Porsche, che passione / Tafuri

21 Mar

Matteo Tafuri: cuore salernitano

Quando uno ha in ufficio due modellini di macchine, non una collezione, solo due. E uno di questi ce l’ha da quando era bambino e sognava di essere come uno di quei divi della Dolce Vita che girava in spider sulla costiera amalfitana, e a meno di 40 anni gli si presenta l’opportunità di comprare proprio quella macchina, secondo voi, può dire di no? Impossibile. È stato così che Matteo Tafuri, 42 anni, nato e cresciuto a Salerno, nel 2007 ha comprato la sua amatissima Carrera Cabriolet del 1994, da un medico che la teneva ferma in garage. Una macchina che gli corrisponde più di qualunque altra al mondo e che era sempre stata il suo sogno nel cassetto. Non è un caso che una persona come lui abbia perso il cuore per una macchina così particolare: Matteo ha l’anima del ricercatore, è un grande esperto dell’area vitivinicola campana e ha un impulso innato verso la scoperta dell’origine dei vini e del loro consumo. Che lo ha spinto a ricostruire e recuperare storie affascinanti come quella del vino rosso freddo che si beveva nelle ville di Pompei. “Su alcuni testi storici si parlava di vini che spegnevano l’arsura estiva”, spiega Matteo. “Mi sono chiesto come mai si parlasse di vino che rinfrescava, quando i frigoriferi non esistevano ancora. Durante una visita ad alcune ville pompeiane ho notato che sotto le bottaie, dove si svolgeva la lavorazione del vino, c’erano dei contenitori di terracotta, conici, molto grossi, con un diametro anche di 3 o 4 metri, che di solito si interravano e che venivano usati per conservare proprio olio e vino. La storia racconta che i Borboni facevano battute di caccia nell’attuale parco nazionale del Vesuvio, si soffermavano in queste case nobili del posto dove gli veniva offerta la cena, durante la quale la servitù andava sotto la bottaia e riempiva i contenitori direttamente da queste vasche, servendo così il vino rosso a una temperatura media di 9 gradi”.

Matteo Tafuri e la sua Porsche a Cetara, Costiera Amalfitana. Foto@A. Bianchi

Tafuri è dunque andato a recuperare questa tradizione campana, producendo da uve di Piedirosso all’80% il suo Rossofreddo (la sua prima esperienza da produttore), un vino aromatico, con aromi floreali, da servire freddo. Il Rossofreddo ha sull’etichetta un toro rosso, simbolo del lavoro della terra, riproduzione dell’opera di Antonio D’Acunto, maestro nella tradizionale lavorazione della ceramica di Vietri sul mare. Tutto campano doc. L’energia positiva che Matteo trasmette quando parla dei suoi vini e della sua Porsche fa venir voglia di provare gli uni e l’altra. Così ci siamo trasferiti sul primo tratto della Costiera amalfitana, per andare a fare qualche foto con i pescatori di Cetara, il paese famoso per la colatura di alici. Perché la creatività di Matteo gli ha fatto sviluppare un altro progetto interessante che si chiama Vini Campania. Una selezione di cinque vini che provengono da vigneti delle colline dell’Irpinia centro-orientale, coltivati in modo tradizionale, a ognuno dei quali è stato abbinato un tipo di pesce. Che è riprodotto sull’etichetta e su una ceramica di Vietri lavorata a mano, legata al collo della bottiglia, che il ristoratore dà al cliente in ricordo della cena. Usanza che Matteo ci spiega meglio. “Anni fa i clienti si portavano via la bottiglia dal ristorante, per far vedere che avevano bevuto il Lafite o il Brunello. Poi è venuto il periodo in cui il ristoratore staccava l’etichetta con un’apposita macchina, segnava sul retro il menu del giorno o la data, e la regalava al cliente. La mia idea è stata quella di regalare un segno del territorio, quindi i pesciolini, dietro ai quali scrivere la data e il nome del ristorante. Così da Chez Black a Positano non si porteranno più via i posacenere dai tavoli, ma il mio pesce”.

Gli abbinamenti vino-pesce comprendono tre vini bianchi, come la Falanghina del beneventano abbinata a un pesce semplice quale è il San Pietro, il Greco di Tufo, molto mutevole, con l’imprevedibile sarago, e il Fiano di Avellino con la triglia. E due abbinamenti considerati audaci, ma in realtà ben studiati, con due vini rossi della tradizione irpina: l’Aglianico, che ben si accosta a sapori forti come la zuppa di pesce, di cui lo scorfano è il pesce re; e il Taurasi, ottimo per accompagnare gustosi filetti di tonno.

La sua Porsche lo ha anche avvicinato al mondo Porsche Italia, da un incontro casuale al Vinitaly con il responsabile della comunicazione di Porsche Italia, Mauro Gentile, con cui si sono trovati a parlare davanti alla Porsche che era allo stand Primosic nel 2009. Di macchine e di vino. Da quel momento è iniziata una collaborazione con la Casa tedesca per gli appuntamenti di Tiro Rapido che si svolgono a Napoli, ma anche per altri eventi legati ai centri Porsche locali, come quello di Salerno di Del Priore, proprio a due passi dalla sede di Studiowine, l’ufficio-showroom e sala degustazione che è quartier generale di tutte le attività di Tafuri, compresi i corsi di degustazione che tiene personalmente. Il nonno materno, che aveva un negozio di commercio di vini di qualità, poi ereditato dai genitori di Tafuri, e per il quale lui da ragazzino faceva le consegne, sarebbe orgoglioso del nipote che, dopo una carriera da agente di rappresentanza in grosse multinazionali a Monza, a Firenze e in Heineken Italia, è tornato nella sua terra con l’intento di far conoscere meglio i vini di questo territorio così particolare.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
L’articolo sugli appassionati di vino e Porsche è stato pubblicato su Autocar di maggio 2010: Autocar maggio 2010_Cover

Vino e Porsche, che passione / Primosic

15 Mar

Primosic: un raggio di sole nel nord est

Per chi si chiedesse cosa c’entrano una Porsche, un vino e l’imprenditore che lo produce, la risposta è pronta: sono tutti espressione di una autentica, grande passione. Il 42enne Marko Primosic (insieme al fratello Boris, che si occupa degli aspetti finanziari e della cantina) rappresenta la sesta generazione di una famiglia che, come la Ribolla Gialla, ha radici nel territorio di Oslavia da secoli. Suo padre Sylvester ha voluto testardamente rimanere fedele alla produzione di varietali di questa zona, tra i quali la Ribolla è la regina. E questa ostinazione-passione, che ne ha fatto la fortuna, è stata trasmessa ai figli. Così come il suo amore per i motori: un passato da gentleman driver su una Lancia Fulvia del 1971, che possiede ancora, ha educato l’orecchio di Marko al punto che, da bambino, appostato nel buio della notte in attesa dell’arrivo delle macchine dei rally, era in grado di riconoscere i boxer 6 cilindri delle Porsche (“che allora non si vedevano solo in pista nei Challenge”), dagli 8 cilindri delle Lancia. Ai tempi del grande Sandro Munari.

Marko Primosic seduto sulla sua Porsche - Foto@Alessandro Bianchi

Ecco dunque come dev’essere cresciuto, ben nascosto sotto una scorza di cultura slovena, il palpito vitale che si percepisce in Marko e che si esprime nel packaging giallo sole con cui ha vestito il fiore all’occhiello della sua produzione (Marko ha raccontato una barzelletta emblematica: dice che quando gli sloveni sono felici, ma proprio tanto, si siedono intorno a un tavolo con gli amici e cantano una canzone triste…).

Avete presente un faro in una notte buia, un diamante illuminato dal sole o l’impatto che ha un campo di girasoli sulla vostra retina? Lo stesso effetto lo fanno gli scatoloni di Ribolla Gialla e la Cayman S di Marko Primosic quando, lasciata Gorizia, si imbocca la strada che sale sulla collina dove si trova questa piccola frazione della città giuliana. Fai una curva e ti si apre un nuovo mondo: sembra che un pittore abbia dipinto filari e filari di viti, interrotti ogni tanto da qualche casa. Tutto è verde-marrone e solo il bianco delle abitazioni fa da contrasto. A parte il giallo-Primosic. Il colore che caratterizza l’azienda è il più allegro e vitale della tavolozza e non è altro che quello delle uve di Ribolla, dagli acini dorati e tondi, un vitigno autoctono per anni poco o niente considerato ma che oggi è il vino di tendenza, presente in tutti i ristoranti alla moda e nei locali che fanno stile . Ma come è avvenuta questa trasformazione?

“Molto si deve a Gino Veronelli”, racconta Marko Primosic “che negli anni 70 lavorava in Rai a Milano e parlava dei vini bianchi del Collio come della realtà enoica più importante di quegli anni. Questo ha lanciato a Milano una moda che ha  proiettato i vini della zona verso il riconoscimento internazionale ”. Allora Sylvester Primosic, che ha realizzato la sua prima bottiglia nel 1956, era uno dei pochi produttori di Ribolla Gialla, un vino bianco dal colore dorato che cresce alla perfezione sulla collina di Oslavia, che “è un microcosmo, geologicamente, climaticamente e per tradizioni culturali legato alla  Ribolla”, come spiega Paola Antonaci, ambasciatrice nel mondo della cultura dei Primosic e foriera del loro stesso trasporto quando racconta dei loro vini. “Cuei, brda, in den ecken”, nomi di una parte di territorio che fu confine politico tra due mondi e che ora si ritrova a essere il cuore dell’Europa. Una striscia di terra incastonata tra picchi nevosi che guardano al Mare Adriatico e che da sempre è rinomata per la coltivazione della vite. Dal sedicesimo secolo in avanti Re, Imperatori e Tsar sono stati i grandi estimatori dei vini di questa regione; oggi vitigni indigeni quali Ribolla Gialla, Friulano e Refosco portano nel mondo echi delle terre del Collio e delle sue genti.

L’incontro con Porsche Italia è arrivato al Vinitaly del 2005, un incontro di “giallo”, quello dell’evento Tiro Rapido, concorso per aspiranti scrittori di racconti polizieschi, e quello del vino Primosic. “Una grande soddisfazione”, continua Marko “perché per la prima volta il mio lavoro e la mia passione si ritrovavano nel marchio dei miei sogni di bambino”. Nel 2008 Primosic realizza finalmente la sua idea di bollicine con Ribollanoir e nel 2009 Tiro Rapido si apre anche ai racconti noir creando così nuove opportunità di abbinamento tra  l’azienda vitivinicola e la manifestazione di Porsche Italia. Una viticoltura nata come una sfida, che abbraccia un’altra sfida, quella del mecenatismo di Porsche per questi aspiranti scrittori di ogni età. Che Primosic affrontata senza paura, solo come sa fare gente forte, come dev’essere quella che resiste alle sferzate del vento di Bora, una costante su queste colline, a giudicare dai sassi appoggiati sui coppi di tutti i tetti per non farli volare via.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
L’articolo sugli appassionati di vino e Porsche è stato pubblicato su Autocar di maggio 2010: Autocar maggio 2010

L’arte dell’eros

9 Mar

Scolpire, dipingere o fotografare un corpo nudo. Un arte in cui si sono esercitati centinaia di artisti di tutti i tempi, fin dall’antichità. Ma qui non si parla di pornografia, bensì di quando il corpo nudo diventa artistico, elegante, sensuale,
provocante, ma mai volgare. La quintessenza della bellezza, di fronte alla quale nessuno rimane indifferente. Ogni anno
in giro per il mondo si organizzano mostre che esprimono bene questo concetto e, ultimamente, sono più frequenti quelle di grandi fotografi e fumettisti. Ma non vanno perse di vista anche le collezioni permanenti che un amante del genere non può perdere. Per esempio, quelle del Leopold Museum di Vienna e della Österreichische Galerie Belvedere, con una raccolta completa delle opere di due grandissimi artisti: Gustav Klimt ed Egon Schiele.

Copertina di ON marzo 2011

Il primo che ha dato massima espressione del nudo soprattutto nei disegni, mentre il secondo, allievo di Klimt, più volte censurato e contrastato per la sua arte provocatoria, dipingeva soggetti senza vestiti come metafora del mettere a nudo la loro anima (l’influenza della psicoanalisi è nell’aria, soprattutto nella Vienna di inizio 900).

Se amate i fumetti, invece, non perdete Erotica – Les Dessous de la Femme, inserita nella più importante mostra del fumetto italiana Cartoomics, dall’11 al 13 marzo alla FieraMilanocity del capoluogo lombardo. Vietata ai minori, quest’anno è dedicata al mondo della lingerie femminile, ovvero al “cosa c’è sotto il vestito delle donne”. In esposizione, un centinaio di tavole dei massimi artisti italiani del fumetto, tra cui Guido Crepax, Leone Frollo, Roberto Baldazzini, Giuseppe Manunta, Giovanna Casotto e Nik Guerra. A settembre torna a Siena, nel Complesso museale Santa Maria della Scala, uno dei maggiori fumettisti italiani, assai conosciuto anche all’estero: Milo Manara. Un evento per celebrare la sua più che trentennale carriera (Banchi di Sotto 34, Siena, tel 0577 226406, www.verniceprogetti.it).
Spostandoci a Berlino, invece, val sempre la pena di vedere una retrospettiva su Robert Mapplethorpe, famoso per le sue foto che scolpiscono i corpi nudi, spesso maschili e muscolosi, e per le sue sperimentazioni sessuali. Fino al 27 marzo al C/O Berlin – Postfuhramt (Oranienburger Strasse 35/35, aperta dalle 11 alle 20, http://www.co-berlin.info), 187

Marge Simpson sulla copertina di Playboy

fotografie ripercorrono la carriera del fotografo newyorkese, dalle prime polaroid agli ultimi ritratti di Andy Warhol,

Grace Jones e Patti Smith.

Il Museo del sesso di New York invece, ospita Comic Stripped, che ripercorre la storia americana dell’erotismo a fumetti. Con disegni originali, libri illustrati, fumetti, riviste e video che riproducono per esempio anche grandi classici della cultura americana, come i personaggi Disney (per opera di Tijuana Bibles) o Superman (disegnato Joe Shuster), in atteggiamenti ai quali non siamo decisamente abituati. O Marge Simpson, che ha guadagnato l’onore di una copertina.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Clicca qui per vedere l’articolo pubblicato su ON di marzo 2011: ON marzo_arte dell’eros

Una mail per sostenere la legge sulle quote rosa

17 Feb

C’è una deputata del PDL, Lella Golfo che, nell’ambito di un governo che procede a rilento su molte questioni che riguardano il paese, è comunque riuscita a far passare alla Camera dei Deputati una legge bipartisan (a firma anche della deputata PD Alessia Mosca) sulle quote rosa, che prevede almeno il 30% di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate, nei collegi sindacali e nelle società municipalizzate, pena la decadenza dei consigli stessi.

pink panther - pantera rosa

Un'elegante pantera in rosa...

Una sanzione (la decadenza immediata dei Cda) che vari centri di potere, Confindustria, Abi (Associazione bancaria italiana) e Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) in prima linea, stanno apertamente e strenuamente contrastando, tentando di fare pressione sul Senato, dove 53 senatori hanno già presentato emendamenti che rischiano di annacquare, se non bloccare, la legge stessa nel suo iter parlamentare.

Qui sotto trovate qualche dato e qualche link per farvi un’idea sulla questione. Chi volesse sostenere Lella Golfo e questa legge può, come lei stessa ha invitato a fare, scrivere al presidente del Senato Renato Schifani (segreteriagabinettopresidente@senato.it) e al presidente della Commissione Finanze Mario Baldassarri (mario.baldassarri@senato.it) chiedendo che vigilino sul corretto svolgimento dei lavori parlamentari.

Potete copiare e incollare questo testo:

Onorevoli Presidenti del Senato e della Commissione Finanze,

come cittadino chiedo il vostro impegno nella vigilanza sul corretto svolgimento dei lavori parlamentari in merito alla Proposta di legge sulle quote di genere nei CdA, tenendoli al riparo da agenti esterni.

Cordiali saluti,

VOSTRA FIRMA

Oggetto della mail: legge sulle quote di genere nei Cda

Come sempre, sulla questione si può essere più o meno d’accordo. Una donna non è più intelligente o più preparata di un uomo solo per il fatto di essere “femmina”, chiaro. Ma guardiamoci intorno: abbiamo visto tante donne, negli ambienti più vari, avere i requisiti per essere più in alto dei loro direttori uomini. Ma non c’erano. E non è affatto detto che al loro posto avrebbero fatto meglio. Però è un diritto esserci, in quel posto. È solo una questione statistica: le donne non sono meglio degli uomini tout court, probabilmente però se non fossero ostacolate da un fattore culturale, nei posti di potere sarebbero sedute più o meno in numero equivalente agli uomini, dal momento che rappresentano circa il 50% della popolazione. Qui si sta chiedendo che le “signore” siedano nei Cda non per il 50%, ma almeno per il 30% dei loro componenti. Oggi siamo al 7,6%.

Questo vecchio retaggio culturale non è solo italiano, anche altri paesi l’hanno affrontato o lo stanno affrontando iniziando con l’introduzione di una legge. È successo in Norvegia nel 2003, e oggi le donne sono il 40% nei borad aziendali (come si legge in questo interessante articolo firmato da Valeria Panzironi su Il Sole 24 ore). L’ha imitata l’Olanda e, dal 2010, anche la Francia (40% di donne nei Cda delle grandi aziende entro 6 anni). In Germania ci stanno lavorando proprio in questo inizio d’anno e in Polonia sono partiti almeno dalle liste elettorali (che sarebbe già qualcosa), firmata a febbraio di quest’anno, che devono avere almeno il 35% di candidati donne.

Basta iniziare. Una mail non vi costa nulla, ma è un gesto civico contemporaneo e importante.

Scalpellino rampante: i marmi della Vuillermin Gualtiero

18 Gen

Sulla soglia del cortile d’ingresso dell’azienda Vuillermin Gualtiero, nella bassa Valle d’Aosta, si viene accolti da una scultura di uno scalpellino e da un motto: “bien faire et laisser dire”, ovvero, fare bene e lasciare dire. Il castello di Verrès si vede lassù, sul cocuzzolo che spunta da dietro i blocchi di marmo depositati nel piazzale antistante gli uffici e il laboratorio. A guidare l’azienda specializzata nell’estrazione, lavorazione e commecializzazione di graniti, in particolare del Granito verde argento e della Pietra Verde di Courtil, troviamo Ivano Vuillermin, figlio di Gualtiero, che fondò l’impresa quasi 60 anni fa (l’anniversario ricorre nel 2011).

Il cavallino in marmo - Vuillermin - Foto @Alessandro Bianchi

Appassionato del suo lavoro (si presenta ogni giorno alle sei del mattino…), ma soprattutto di auto sportive. Al punto da aver unito in matrimonio questi due amori, per dare vita a degli scudetti di Ferrari, Maserati, Lamborghini e Porsche realizzati in marmo. Ivano è un uomo dinamico e un vulcano di idee, non tutte a fine di lucro. Anche questa degli scudetti, per esempio, non è che un divertissement personale. “Lo spunto mi è venuto dalla concessionaria Ferrari di Torino, che mi aveva commissionato un Cavallino Rampante per lo showroom”, spiega Vuillermin. “Lo abbiamo realizzato di 2 metri per uno e c’è ancora oggi! Poi un collezionista svizzero che aveva 12 Ferrari ed era stato in quella concessionaria, ce ne ha commissionato un altro”. E da lì è nata l’idea. All’epoca il lavoro era durato mesi. Gli scudetti di circa 60 cm per 40 che fanno bella mostra di sé nel suo ufficio, invece, si fanno in tempi molto più brevi, grazie ai macchinari moderni a getto d’acqua e polvere di diamante.

Ma come è nato l’amore per le auto? “Mio padre seguiva i rally e, di nascosto da mia madre, mi ha sempre incentivato in questa mia passione. A 18 anni facevo su e giù per tutta la Valle alla ricerca di case in costruzione, per presentare la nostra pietra. Ero sempre in macchina ed ero contentissimo. Giravo con una Lancia Delta trasformata da

ghiaccio, la stessa che usavo per correre”.

Gli scudetti Ferrari in marmo… e le supercar, vere

Uno degli scudetti Ferrari realizzati con il marmo Giallo siena, Nero Belgio, e la parte in alto tricolore, con il Verde della Valle d’Aosta, Bianco dalla Grecia e Rosso Francia, Vuillermin lo ha regalato all’ingegnere Mauro Forghieri, fra i più stretti collaboratori di Enzo Ferrari e responsabile di tutte le Formula 1 dal 1963 al 1984. Conosciuto a una conferenza, gli ha scritto una dedica su un suo libro: “A Ivano e alla meraviglia per lo stupendo presente che mi ha fatto”.

Un riconoscimento dal valore emotivo molto alto per Ivano, che si è comprato la prima Ferrari a 27 anni, sempre con la complicità del papà, che però quando lo vide entrare in cortile gli disse “Non te la sei neanche comprata rossa?”.

Ivano Vuillermin

Ivano Vuillermin - articolo pubblicato su Autocar di novembre 2010 - foto @Alessandro Bianchi

Perché la GTB 308 del 1984 era azzurra. L’ha rivenduta dopo due anni per una GTS 308 Quattrovalvole, sempre usata. La terza è arrivata nel 1988 e fu la prima acquistata nuova. Era una GTS 328, mentre la quarta è stato il regalo per il 50esimo compleanno, il 15 luglio del 2007: una F430 F1 Spyder.

L’inventiva è una dote di famiglia. Il padre era segretario comunale. Un giorno, ristrutturò un comò alla moglie, sostituendo il piano in legno con uno in marmo Verde di Gressoney, e quel mobile diventò bellissimo. Tanto che gli fece accende la lampadina: comprò una fresa e iniziò a lavorare il marmo che acquistava a Carrara. Così nacque la Vuillermin Gualtiero. Un’impresa che oggi esporta le sue creazioni per interni e per esterni in tutto il mondo, da Hong Kong, al Kuwait, da Singapore alla Francia. E nell’elenco dei lavori svolti compare anche la Villa di Alain Prost a Ginevra, quella di Donald Trump ad Atlanta City e uno splendido attico di 1800 mq in piazza San Babila a Milano, con 400 metri di terrazze con marmo verde. Chapeau.

Marmo d’artista

La sindone in marmo di Ugo Vuillermin, artista del marmo

Ugo Vuillermin, il fratello maggiore di Ivano, è un artista del marmo e utilizza una tecnica seicentesca, derivante dall’acquaforte per l’incisione su marmi e vetro, tramandata di generazione in generazione a una sola persona, di cui dice di essere l’unico depositario, dal momento che il suo maestro, Giorgio Zambelli, è mancato qualche mese fa. Non entriamo nel merito di questa affascinante storia che si legge anche nel luccichio degli occhi di Ugo mentre la racconta. Lasciamo invece che sia la sua Sindone (nella foto) a parlare da sé: riproduce su una pietra dura come il marmo persino la trama precisa del lenzuolo. Ed è fermata su una tavola di legno massello da tre chiodi: due ai lati, come sulle mani di Gesù in croce, e uno in basso, come quello sui suoi piedi.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sui marmi di Ivano Vuillermin pubblicato su Autocar di novembre 2010: Autocar nov 2010 Vuillermin