Archivio | Giornalismo RSS feed for this section

30 Years of Polaroids

15 Dic

Un'immagine tratta dal libro 30 years of polaroids

Bruno Bisang è un fotografo ritrattista e di moda svizzero molto bravo. In questa opera raccoglie una selezione di polaroid scattate in 30 anni di carriera, che fanno venire nostalgia della fotografia analogica, con la sua imperfezione espressiva, la sua purezza e l’assenza di ritocco a cui invece il digitale ci ha abituati. Tra i vari soggetti ritratti, anche molte star, tra cui Naomi Campbell, Carla Bruni, Tyra Banks, Monica Bellucci, Claudia Schiffer, Michelle Hunziker e Victoria Beckham. Una collezione di foto che diventerà un cult.

TeNeues, di Bruno Bisang, 208 pagine/93 foto in bianco e nero, € 65

La copertina del libro

 
Articolo scritto da: Samuela Urbini
Segnalazione pubblicata su Capital Living n. 4 di settembre 2011.

Michelle Rodríguez: carattere latino

5 Dic

La domanda più ricorrente che si sente fare la più famosa tra le attrici latino-americane è ‘come mai hai sempre parti da dura?’. “Mi ci vedreste a fare la fidanzata che deve essere salvata? O anche solo la fidanzatina?”, risponde Michelle Rodríguez. Basta vederla durante un’intervista. La risposta è: decisamente no, non ti vedremmo in ruoli da pulzella. Perché la Rodríguez è quello che si potrebbe definire un maschiaccio. Negli atteggiamenti, nella spontaneità delle sue reazioni e delle sue battute, non sempre raffinate, ha tratti caratteriali più frequentemente presenti negli uomini. Ciò nonostante, o forse anche per quest’aria da bambina cattiva, Michelle è davvero sexy.

articolo di Samuela urbini

L'articolo pubblicato su ON di settembre 2011

Anche nel suo ultimo film, World Invasion (2011), è una tosta: il tenente Elena Santos è infatti uno degli eroi che eviterà che la terra venga distrutta dagli alieni. Accanto a lei troviamo Aaron Eckhart. Di nuovo un personaggio duro, dunque, ma con un appeal che non ha eguali. Vi chiederete: come mai fa sempre parti da sterminatrice e imbraccia spesso fucili e mitra? Semplice: perché le piace. Dice di avere una pessima mira, ma che avere un fucile in mano e correre tra un ostacolo e l’altro sparando ai nemici è la cosa che più la diverte sul set. Quanto alla sua femminilità: “mi piace lasciarla per la mia camera da letto”, ha detto.

A 33 anni appena compiuti (lo scorso 12 luglio), Michelle Rodríguez ha già recitato in un numero considerevole di blockbuster. Ricorderete Avatar (2009), il colossal diretto da James Cameron girato prevalentemente in digitale e primo vero fenomeno in 3D che ha portato milioni di persone al cinema: la protagonista, rivista e corretta in post produzione, era proprio lei. Prima, però, la Rodríguez aveva già raggiunto la celebrità con Fast and Furious (2001), in cui era la coraggiosa fidanzata del protagonista Vin Diesel, con il quale pare abbia anche avuto una relazione nella vita reale. E con altri film di notevoli incassi, come Resident Evil, S.W.A.T. – Squadra speciale anticrimine e la serie Tv di grande successo Lost, per la quale, nel ruolo di Ana Lucia Cortez, ha fatto 22 puntate, prima di dover abbandonare il set in seguito a un suo arresto per guida in stato di ebbrezza. Si sa, negli Stati Uniti le regole sono rigide e soprattutto vengono fatte rispettare. Nel 2010 ha recitato nello splatter Machete di Ethan Maniquis e Robert Rodríguez, un film piuttosto violento, di pura azione, in perfetto stile Rodríguez, l’omonimo regista che però non ha alcuna parentela con l’attrice.

L’affascinante Michelle ha origini latine, anche se è nata in Texas e buona parte della sua vita l’ha passata negli Usa. Quando aveva 8 anni si è trasferita nella Repubblica Dominicana in seguito al divorzio dei genitori, per poi andare ad abitare a Porto Rico due anni più tardi e tornare infine negli Stati Uniti, nel New Jersey. L’infanzia è stata un po’ movimentata: a 10 anni dichiara di aver fatto la prima rissa, con una compagna di scuola. E ha abbandonato gli studi superiori dopo essere stata espulsa da 6 istituti diversi. Forse perché ancora non si conosceva bene quel disturbo tipico dell’infanzia (ma di cui la Rodríguez soffre ancora oggi) chiamato ADHD, la sindrome da deficit d’attenzione, che causa iperattività perché si è incapaci di concentrarsi su qualsiasi cosa. Il suo debutto al cinema avviene nel 2000, quando partecipa a un’audizione per Girlfight, un film indipendente sul pugilato, il primo in cui compare un pugile donna (Million Dollar Baby verrà solo quattro anni dopo), tratto da una storia vera: nonostante non avesse mai tirato di boxe prima, Michelle prende sei mesi di lezioni private, 11 kg di muscoli e riesce a farsi scritturare, mettendo al tappeto le altre 350 pretendenti al ruolo di Diana Guzman. Quell’anno vince anche il prestigioso premio come miglior attrice al Deauville Festival of American Cinema. L’anno dopo viene scelta per Fast and Furious.

La copertina di ON di settembre

Di sé ha dichiarato: “Non voglio che la gente pensi a me in modo sessuale. Non voglio che di me dicano ‘è sexy’, ma che ascoltino quello che ho da dire. Ho ricevuto delle proposte per girare scene di sesso, ma questo farebbe di me un’altra Jennifer Lopez o cose del genere. Facile. Ma io voglio ottenere successo per una via più difficile”. E sul suo blog (www.michellerodriguez.com), sul fatto che i suoi ruoli siano sempre da comprimaria rispetto all’eroe maschile, ha scritto: “sono grata di avere l’opportunità di esprimere potenza e forza di volontà, presto quella forza evolverà da un’energia maschile in un’energia femminile equilibrata. Mi auguro che Hollywood sia ricettiva rispetto a questo carattere archetipico che dev’essere ancora sfruttato in un personaggio principale nei suoi film commerciali”. Una ragazza
sicura di sé, che ci regalerà ancora bellissimi ruoli in futuro.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

Per vedere l’articolo sull’attrice Michelle Rodríguez pubblicato su ON di settembre 2011: ON settembre 2011 Michelle Rodriguez

Garroni Design, l’armatore viene prima di tutto

3 Nov

Parla lo yacht designer Camillo Garroni: “Abbiamo rivoluzionato il layout dando all’armatore un accesso riservato alla sua cabina, innovazione che nessuno aveva mai realizzato prima su yacht tra i 15 e i 18 metri, e in alcuni casi anche oltre. E poi abbiamo eliminato visivamente i montanti posteriori che sorreggono il fly, creando un nastro vetrato continuo fra parabrezza e porta scorrevole di poppa. Così sui Prestige 500 e sui nuovissimi 550 S e F e 60 Sport Top abbiamo reso reale la vista panoramica a 360 gradi, caratteristica distintiva della gamma. Il 60’, presentato in una nuova versione con SportTop apribile ma anche abitabile, fa da capofila della gamma di livello superiore, i Prestige Yachts che condurranno il marchio del gruppo Jeanneau – Bénéteau oltre la soglia dei 20 metri. Sono circa 20 anni che, prima mio padre e ora io, realizziamo in esclusiva il design interno ed esterno dei Prestige, con notevoli approfondimenti anche nell’industrial engineering. Accantonate, per adesso e per i grandi impegni di lavoro, le barche a vela che ci hanno regalato tante soddisfazioni, per Jeanneau ci occupiamo anche delle gamme Leader (piccoli motoryacht sportivi) e NC (nuova linea di target alto e in rapida crescita, che propone piccoli motoryacht coupé di gran comfort per navigazioni relax).

L'apertura dell'articolo su Garroni Design, pubblicato su Yacht Design n. 4 del 2011

Attualmente, la sfida più stimolante è quella di riuscire a imporre sui mercati globalizzati un prodotto interamente made in Europe, qualitativamente al top ma anche molto competitivo nei prezzi. Si tratta di razionalizzare al massimo il prodotto, industrializzare le piattaforme comuni, mantenendole comunque flessibili, e ottimizzare la grande competenza produttiva delle nostre maestranze, francesi e italiane. Basta visitare uno dei numerosi siti produttivi per vedere con quanta serietà e professionalità sono costruiti tutti gli yacht Jeanneau: in cantiere si produce prevalentemente in linea, come per le automobili, in uno stato di pulizia e ordine maniacali, dove ogni vite è al suo posto e ogni addetto, conoscendoti per nome, ti suggerisce cosa poter migliorare ulteriormente. Le mani esperte di gente abituata a mari feroci non sono però più sufficienti a vincere la concorrenza globale: bisogna fare un salto di qualità anche nella raffinatezza delle finiture (quella che noi chiamiamo qualità percepita) a complemento della qualità intrinseca, sulla quale non abbiamo mai avuto dubbi; il tutto senza sforare i budget. Ci siamo riusciti lavorando sui materiali, razionalizzando layout e metodologie costruttive in modo da lasciare un po’ di spazio anche per quel pizzico di lusso che non guasta.

L’armatore è sempre al centro della nostra attenzione e nostro sforzo costante è quello di rendergli la vita, la vacanza e la navigazione il più gradevoli possibile. Abbiamo per esempio riservato alla cabina armatoriale un ingresso privilegiato, quasi a livello, in modo da offrire una suite autonoma, confortevole e di prestigio. Un’intuizione, questa, su cui io e mio padre (Vittorio Garroni, nome storico della nautica italiana e fondatore della prestigiosa Scuola di Progettazione per la Nautica di La Spezia, n.d.r.), insieme a Jean François de Premorel (Product Development Director del marchio Prestige), ci siamo confrontati a lungo e sulla quale abbiamo lavorato molto, fino ad arrivare a creare negli spazi una rivoluzione piccola ma di grande effetto, e contenuta entro il budget previsto. Anche il design esterno della nuova gamma Prestige, di cui il 500 è l’apripista, è stato radicalmente cambiato e tiene conto di un fattore su cui puntiamo molto: la razionalizzazione della costruzione. Infatti siamo riusciti a combinare su una sola base due yacht diversi: il Prestige 500 Fly e il 500 Sport Top (ma la stessa cosa vale per i 550), che differiscono solo nella parte superiore. Questo risultato è il frutto di uno studio difficile che ci ha portati a caratterizzare con un look elegante ma anche sportivo entrambi i modelli, senza dover fare interventi sugli stampi, cosa che avrebbe vanificato gli sforzi per l’industrializzazione della costruzione. Nella stessa ottica, abbiamo scelto di realizzare paratie quasi tutte ortogonali, per semplificare la costruzione eliminando i tagli obliqui e le curve. Ciò ha contribuito anche a dare un layout più moderno e razionale alle nostre imbarcazioni, guadagnando spazio per una maggiore vivibilità.

Oltre a collaborare con Jeanneau, che assorbe la maggior parte delle energie dello staff, lavoriamo anche per Zodiac, per il quale stiamo rinnovando buona parte della gamma dei gommoni, con scelte innovative sul layout. Proseguiamo inoltre la nostra ventennale collaborazione con il gigante dell’armamento commerciale, il giapponese Nyk, per il quale abbiamo sviluppato il concept per un mega portacontainer futuribile, il SuperEcoShip 2030, lungo quasi 400 metri, con soluzioni innovative dal punto di vista propulsivo e della gestione del carico, con il massimo rispetto per l’ambiente. Questa nave costituisce il nostro punto di ricerca più estremo, perché insieme alla finlandese Elomatic e al giapponese Monohakobi Technology Institute, stiamo studiando possibilità applicative circa la superconduttività che potrebbe portare a diverse collocazioni dell’apparato propulsivo, anch’esso soggetto ad analisi tipologiche: fuel cell, complementi di propulsione eolica, apporti energetici con pannelli solari all’avanguardia ecc. Sono le sfide di domani, di fronte a cui vogliamo essere pronti.

In un futuro più prossimo, invece, vedrete sui megayacht tra i 30 e i 70 metri altre soluzioni più ludiche che stiamo mettendo a punto in questo momento. Lo scopo è sempre quella di dare all’armatore l’importanza che merita.
Vogliamo realizzare tutti i suoi sogni, perché oggi è comunque costretto a ricorrere a un tender quando, per esempio, vuole godersi un bel bagno in un mare cristallino e non nel blu profondo dove lo costringe la taglia della sua imbarcazione. Quindi abbiamo voluto restituirgli il privilegio di fare un bagno esclusivo nell’acqua più azzurra, ma
in continuità con la sua isola privilegiata. E ci siamo riusciti. A breve vi sveleremo come.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

Per vedere l’articolo sul design di Garroni Design pubblicato su Yacht Design n. 4 2011: Yacht Design 4 – 2011 – Garroni design

Diabolika passione

27 Set
la macchina di diabolik

La Jaguar E-Type era la macchina di Diabolik

Persino Enzo Ferrari dichiarò che era la macchina più bella del mondo. E non parlava di una supercar del Cavallino Rampante, bensì di una macchina inglese, la mitica Jaguar E-Type. Che quest’anno compie 50 anni che la Casa britannica (a dire il vero oggi proprietà dell’indiana Tata…) celebra con un bellissimo coffee-table book, un libro che è un oggetto da collezione esso stesso, intitolato E-Type – 50 years of a Design Icon (vedi riquadro sotto).

Già, perché la E-Type è davvero un’icona del design, un po’ come la Vespa nel campo delle due ruote. Un’auto rivoluzionaria lanciata al Salone di Ginevra nel 1961 e ben presto diventata simbolo della Swinging London, la Londra della rivoluzione culturale e dei Beatles (George Harrison ne possedeva una, così come la leggenda del calcio George Best). E protagonista di una innumerevole serie di film degli anni 60 e 70, oltre che amata e guidata da star del cinema di allora, come Brigitte Bardot, Tony Curtis e Steve McQueen. E poi complice del mitico Diabolik, in versione nero-mistero come il suo personaggio pretende. Anche la Disney ha reso omaggio a questo anniversario inserendo un nuovo personaggio nel suo film Cars 2, uscito proprio a giugno di quest’anno: David Hobbscap, una E-Type di colore British Racing Green, quello classico delle auto sportive inglesi.

il muso della E-Type

Il frontale aggressivo della Jaguar E-Type

Ma perché la E-Type è considerata una delle più famose e desiderate auto di sempre? Per più di un motivo:
innanzitutto, per la sua sinuosa carrozzeria, disegnata dal mago dell’aerodinamica Malcolm Sayer, con quel muso lungo, i grandi cerchi e i suoi due posti che la rendevano l’auto perfetta dei rubacuori, anche se in un secondo momento fu creata anche in versione 4 posti. Quella carrozzeria le ha permesso di raggiungere la velocità massima dichiarata di 150 miglia all’ora, l’equivalente di circa 240 km/h. Un missile, considerata l’epoca. E poi la parte meccanica, con il suo motore 6 cilindri in linea da 3800 cc e 268 cv: era la più veloce del mondo. Al lancio, costava 2.256 sterline, l’equivalente di 42mila euro di oggi. La E-Type è rimasta in produzione per 14 anni, vendendo più di 70mila unità e diventando così la prima auto sportiva di serie in Europa. E non è un caso se questa reginetta di bellezza è esposta nella collezione permanente del MoMA di New York. Di recente, ha fatto clamore la sua presenza nei primi due film della serie Austin Powers (1997, 1999), con la carrozzeria color Union Jack: il folle protagonista, Mike Myers, la chiamava “Shaguar”.
Nell’anno dell’anniversario la casa madre ha organizzato molti eventi e quest’estate la E-Type è stata debitamente celebrata nel tempio della velocità, al Goodwood Revival (16-18 settembre), al blasonato Concorso di Eleganza di Pebble Beach (19-21 agosto), e nello storico Gran premio Old Timer del Nürburgring (12-14 agosto), per citare i più famosi. Una festa in grande stile, adeguata al calibro di una vettura di questo rango.

Il libro da collezione

E-Type: 50 Years of a Design Iconè un libro che gli appassionati di Jaguar, e non solo, non dovrebbero perdere.

Libro 50 anni jaguar e type

Il coffee table dedicato ai 50 anni della E-Type

Perché nelle sue 144 pagine, questo tomo dalla copertina rigida contiene materiale inedito proveniente dagli archivi Jaguar Heritage e nuovi servizi fotografici commissionati per l’occasione, più interviste ai più grandi nomi del design, delle corse e interviste alle celebrities. Tra questi, due grandi piloti del passato, Sir Jackie Stewart e Sir Stirling Moss, e l’anchorman americano Jay Leno, noto appassionato di automobili sportive. È disponibile in due formati: Premium (49£, 54 euro) e Vip (299£, 330 euro), un’edizione limitata e numerata la cui copertina è rivestita con una riproduzione della pelle originale che rivestiva i sedili della E-Type, custodita in un cofanetto.

Una Curiosità: La più costosa al mondo è quella di Pietro Neumark: terminato quest’anno, il restauro di 7000 ore ha riportato in vita la sua E-Type del ‘74. Vale 5 milioni di sterline e ha il 90% dei pezzi originali.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

Clicca qui per vedere l’articolo pubblicato su ON di agosto 2011: ON agosto _Jaguar E-Type anniversary

Wall Street: meglio il primo o il secondo?

1 Set

La prima cosa da sapere è che Wall Street: il denaro non dorme mai è un sequel del mitico Wall Street del 1987, ma può essere guardato anche senza aver visto il primo. Per espresso volere del regista Oliver Stone, che non voleva solo un bis.
Il trait d’union tra i due infatti è Michael Douglas-Gordon Gekko, il rampante broker senza scrupoli e finalizzato solo al guadagno a ogni costo che alla fine del primo finiva in carcere e all’inizio del secondo viene rilasciato, dopo aver scontato la pena. Riprende i suoi effetti personali, tra cui un fantastico cellulare dalle dimensioni di un telecomando: qualche anno è passato e il mondo è completamente cambiato, mentre sua moglie lo ha lasciato, suo figlio si è suicidato e sua figlia non vuole più rivolgergli la parola. Un bel quadretto in cui chiunque rivedrebbe qualche passaggio della sua vita.

Michael Douglas Wall street il denaro non dorme mai

L'articolo pubblicato su ON di maggio 2011.

Ma Gekko è Gekko. Il suo monologo sull’avidità del primo film, che non è un’invenzione degli sceneggiatori, ma trae ispirazione da un reale discorso fatto dal finanziere Henry Kravis, fece proseliti tra i rampanti broker di fine anni 80. E lui (come molti simili a lui) ci crede sinceramente, tanto che in Wall Street: il denaro non dorme mai affina questo concetto sostenendo che l’avidità non è solo giusta, ma anche legale. E come il cancro che si è insinuato nel sistema finanziario, fatto di speculazioni e operazioni prive di copertura, manderà in rovina l’economia statunitense.

copertina di on di maggio edward norton

La copertina di ON, il magazine della FastwebTv, di maggio.

A 23 anni dal primo film la storia che si racconta ha delle analogie, ma sarebbe stato del tutto anacronistico non inserire degli elementi in grado di spiegare alcuni dei nuovi meccanismi malati che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008, la più grave dopo quella del 1929. “Nel 2008 non era più plausibile che esistessero uomini come Gordon Gekko”, ha spiegato il regista. “Quel personaggio, quel tipo di pirata, non esisteva più, era stato soppiantato dalle istituzioni che, in precedenza, erano soggette a normative e regolamenti rigorosi. In passato, una banca era una banca e una compagnia di assicurazioni era una compagnia di assicurazioni. Nel 2008 tutto ciò è cambiato. Le barriere tra le diverse istituzioni sono state abbattute dalla deregolamentazione attuata durante gli anni 80 e 90”. Nel quadro delle ricerche, Stone e il suo team hanno visitato banche d’investimento e hedge fund, oltre a incontrare un certo numero di personalità di spicco nel mondo della finanza. “Abbiamo parlato con alcuni dei maggiori politici e maghi della finanza”, ha aggiunto il regista. Con un ottimo risultato, tutto da guardare.

Il regista

Questo film è stato girato in 58 giorni da Oliver Stone che, all’uscita del secondo episodio ha dichiarato, circa il primo: “Ho realizzato Wall Street come una storia sulla moralità e credo di essere stato frainteso da molti. È incredibile il numero di persone che, negli anni, mi ha detto: ‘Ho iniziato a lavorare a Wall Street per via del suo film’”.

La sceneggiatura

Per la sceneggiatura di questo film è stato scelto anche un intermediario finanziario accreditato, sedicente “tossico della finanza”: Allan Loeb. Che ha incontrato alcuni dirigenti di hedge fund e funzionari di banca e ha trascorso molto tempo con un ex operatore di Borsa in una delle maggiori società del settore. Douglas ha accettato il ruolo solo dopo aver letto lo script di Loeb.

Il nuovo discepolo

Al posto di Charlie Sheen, che si faceva indottrinare da Gekko nel primo film, troviamo questa volta Shia LaBeouf. “Oliver mi ha detto: ‘Se vuoi girare il film, dovrai darti da fare e studiare’, così sono andato in una società di intermediazioni finanziarie e ho chiesto di aprirmi un conto”. Ha superato il Series 7 Test, l’esame per diventare operatore di Borsa.

Una curiosità

Nel film compare anche Eli Wallach e la suoneria del cellulare del protagonista è il motivetto del film Il buono, il brutto, il cattivo. Fa un cameo anche Charlie Sheen, discepolo di Gekko nel primo Wall Street

Articolo scritto da: Samuela Urbini

Per vedere l’approfondimento sul film di Oliver Stone Wall Street: il denaro non dorme mai pubblicato su ON di maggio: ON maggio Closeup Wall street

Kung Fu Panda 2: ma guarda Po!

24 Ago
po kung fu panda 2

Il Panda Po nel saluto marziale.

Arriva oggi sui grandi schermi il panda più famoso del mondo: Po, il goffo protagonista di Kung Fu Panda. Il film d’animazione che sbancò i botteghini nel 2008, lasciando dietro di sé stuoli di bambini che chiesero ai genitori di poter praticare l’arte marziale del loro paffuto idolo, arriva oggi con il suo sequel, questa volta con tecnologia 3D. Le mosse di kung fu saranno quindi ancora più realistiche e spettacolari, ma anche la mitica pancia del simpatico panda, doppiato nella versione originale dall’attore comico Jack Black.

Il successo di questo capolavoro della Dreamworks si deve certamente alla bellezza delle immagini e degli effetti speciali, ma anche alle star che sono state chiamate a dar voce ai protagonisti. Accanto al panda Po, che lavora nel ristorante del padre Signor Ping (un’oca), ma sente il richiamo delle sue origini e sogna di diventare maestro di kung fu, troviamo infatti i Cinque Cicloni, veri esperti di arti marziali: Tigre (Angelina Jolie), Scimmia (la superstar delle arti marziali Jackie Chan), Mantide (Seth Rogen), Vipera (Lucy Liu) e Gru (David Cross). Animali che, nel kung fu tradizionale cinese, corrispondono ad altrettanti stili dell’arte marziale. Al mentore di Po, il maestro Shifu, dà voce invece Dustin Hoffman. E in Kung Fu Panda 2, tra l’altro, troviamo anche un altro nome noto agli appassionati di film di arti marziali: Jean Claude Van Damme, nei panni del Maestro Croc. Inoltre, mentre nel primo film il dipartimento d’animazione aveva lavorato ispirandosi a libri e film, questa volta è salito su un aereo ed è volato in Cina, per avere un’impressione visiva più vivida e realistica, che si percepisce nelle scene del film.

mantide tang lang

La Mantide, una dei Cicloni che aiutano Po.

In questo nuovo episodio viviamo l’evoluzione dell’eroe-Po: la sua figura di Guerriero Dragone viene offuscata dall’arrivo di un nuovo cattivo, Lord Shen, che cercherà di usare un’arma segreta per conquistare la Cina e distruggere definitivamente il Kung Fu. Po dovrà scoprire i segreti delle proprie origini e solo a quel punto sarà capace di sbloccare la forza che gli serve per vincere. A dirigere il film, per la prima volta nella storia dei film d’animazione hollywoodiani, una donna: Jennifer Yuh Nelson, di origini sudcoreane, già presente nel cast tecnico di Kung Fu Panda 1.

Fabio Volo, la voce italiana di Po

Fabio Volo, l’anima italiana di Po Se nella versione originale di Kung Fu Panda il protagonista Po ha la voce dello spassoso Jack Black, in quella italiana anche per Kung Fu Panda 2 viene riconfermato il doppiaggio di Fabio Volo, che ha saputo dare la giusta dose di verve e allo stesso tempo di dolcezza a questo personaggio.

kung fu panda 2 fabio volo doppiaVolo lo vedremo anche a breve nei panni del protagonista del film tratto dal suo libro Il giorno in più, diretto dal regista Massimo Venier, stretto collaboratore e autore del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’approfondimento sul Kung Fu Panda 2 pubblicato su ON di agosto: ON agosto rubr Cinema

Hydro Tec, yacht by Sergio Cutolo

4 Ago

Vanta una laurea in Ingegneria navale e un’intensa carriera maturata in cantiere, soprattutto in Baglietto, dove è stato anche capo dell’ufficio tecnico (ma con una parentesi dal 1989 al 1991 in Rodriquez). A 11 anni dall’inizio della sua professione, però, Sergio Cutolo decise di fare il grande salto e aprire il proprio studio. Era il 1995 e così nasceva, a Varazze, Hydro Tec, una realtà poliedrica che può contare su vaste competenze, tanto quanto l’esperienza del suo fondatore. «Negli ultimi anni abbiamo progettato yacht in fibra di vetro, alluminio e legno; dislocanti, plananti e a vela. Insomma, qualsiasi oggetto galleggi», conferma Cutolo. Mentre nei primi anni Hydro Tec curava solo l’ingegneria navale, dal 2008 invece offre una progettazione completa (a esclusione dell’interior design), grazie a un team composto da sei persone, oltre a Cutolo, e a una schiera di collaboratori.

articolo intervista Sergio Cutolo
L’articolo pubblicato su Yacht Design del dicembre 2010.

Tra i suoi punti di forza lo studio ligure vanta la versatilità e la capacità di offrire una consulenza a 360 gradi, comprese anche le proposte commerciali dei fornitori. «Partendo dall’idea di base dello yacht, siamo in grado di seguire dal progetto dell’architettura navale ai file di taglio, fino ai disegni che si utilizzano in officina», spiega l’ingegnere. «Quindi i cantieri che non possono contare su un ufficio tecnico interno, o che ne hanno uno piccolo, ricevono tutta la documentazione necessaria per realizzare un’imbarcazione. Per questo motivo lavoriamo molto in Turchia e in Cina, dove non esiste un background “di cantiere” e dove quindi forniamo anche una quota di know-how. Un servizio simile lo stiamo attualmente offrendo anche ai Cantieri Palumbo di Napoli, con la realizzazione del nuovo Columbus 177’». Gli yacht progettati da Hydro Tec sono lunghi dai 16 ai 70 metri e variano molto di tipologia. «Il mio background professionale mi porta a essere orientato verso gli yacht veloci», precisa Cutolo, «anche se personalmente prediligo le barche a vela. Il punto di sintesi tra queste due mie anime è rappresentato dalla serie di explorer dei Cantieri Navali di Pesaro, a partire dal Naumachos del 2006 in avanti».

Tra lavori così diversi esiste comunque un minimo comun denominatore. «Cerchiamo sempre di realizzare un progetto che sia semplice », sottolinea Cutolo. «Il mio maestro, l’ingegnere Alcide Sculati di Baglietto, mi diceva che una struttura per funzionare deve essere bella. Io aggiungerei che deve essere anche facile da costruire». Con il tempo però cambiano anche le richieste dei committenti. «Oggi sono richiesti yacht performanti e spirito ecologico», spiega l’ingegnere. «Come far convivere queste due esigenze? Mettendo a punto una terza via. Stiamo per esempio progettando un’imbarcazione con il Cantiere delle Marche che abbini il motore ibrido a velocità più elevate. Abbiamo in opera progetti di 85, 100 e 115 piedi, in acciaio e alluminio, capaci di velocità di punta di 22-24 nodi con i motori diesel, ma che viaggiano a 7-8 nodi con quello elettrico».  Ma non sono queste le uniche nuove tendenze del mercato. Da un lato c’è anche chi vuole yacht molto grandi, destinati al charter. Dall’altro è in atto un downsizing della richiesta, che si articola in due sottoinsiemi: chi chiede un’imbarcazione più piccola e chi ne vuole una che duri di più. «Ora gli yacht tornano a essere concepiti come beni durevoli», continua Cutolo, «quindi hanno maggior successo i 30-35 metri, realizzati in acciaio e alluminio. Il problema è che i cantieri attrezzati per utilizzare questi due materiali sono specializzati in barche dai 50 metri in su, mentre i cantieri che costruiscono yacht da diporto usano ancora per lo più la fibra di vetro».

L’ultimo lavoro firmato dallo studio ligure è il 54 metri O’ Rama, varato in Grecia e terzo della serie costruita dalla Golden Yachts, con linee esterne e arredi disegnati dall’architetto Giorgio Vafiadis, per il quale il team di Sergio Cutolo sta progettando un nuovo 39 metri in alluminio a tre motori e tre idrogetti. Nel frattempo prosegue il lavoro con realtà estere: è il caso dei due 70 metri in acciaio disegnati per il cantiere turco Proteksan e dei tre explorer, di 87, 116 e 148 piedi, progettati per il cinese Kingship e denominati Ocean Suv proprio per le loro caratteristiche di comfort e flessibilità funzionale. Ulteriori caratteristiche distintive dello stile Hydro Tec.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Per vedere l’articolo sul design di Sergio Cutolo pubblicato su Yacht Design n. 6 2010: YachtDesignDecember2010

Il fascino del tatuaggio

29 Giu

Trovate più erotica la tigre di 30 cm sul fondo della schiena di Angelina Jolie,

I tatuaggi di Justin Timberlake

I tatuaggi dell'attore e cantante Justin Timberlake

o le rose con la chiave di sol su quella di Lady Gaga? Le pin up di Amy Winehouse, o la pioggia di stelle sul collo di Rihanna? Probabilmente né l’una né l’altra, oppure tutte quante, perché a essere sexy non sono i tatuaggi, ma loro. Prova ne sia la bellissima Michelle “Bombshell” McGee, diva del mondo dei tattoo che avrebbe fatto perdere la testa al marito di Sandra Bullock, Jesse G. James. Certo è che un tatuaggio sul corpo attira l’attenzione e accende la fantasia di chi guarda.

Secondo una ricerca del sito web The Vanishing Tattoo, metà dei nomi che appaiono ogni anno nelle classifiche delle donne più sexy del mondo su riviste come Maxim e Playboy hanno un tatuaggio. Il sito del magazine Inked, un cult per gli amanti delle donne tatuate, ogni giorno pubblica la “Inked girl of the day”, un portfolio fotografico su una ragazza che mostra le sue opere d’arte epidermiche. Certo, se David Beckham, Johnny Depp, Justin Timberlakeo altri tatuati famosi avessero dei galeotti incisi nella pelle, o delle ancore come i vecchi marinai, non risulterebbero così sexy. Quello che ti tatui conta.

la modella più tatuata del mondo

Michelle "Bombshell" McGee, cover girl di molti giornali di tatuaggi.

Così come conta la parte del corpo che ti tatui. Una rosa sulla spalla, un braccio o una gamba, oppure sulla caviglia, sul seno, o all’inguine comunicano messaggi decisamente diversi. Negli ultimi anni si sono infatti diffusi dei ghirigori che le donne si fanno disegnare sul fondoschiena, da esibire con i pantaloni a vita bassa, che hanno un esplicito richiamo sessuale. Però in questo caso si scade un po’ sul banale, va detto. Nella top ten dei tatuaggi femminili rimangono infatti sempre le stelline, i tribali senza significato, fiori, delfini e farfalline, spesso sulla caviglia, la spalla o sul collo. Qui si va sul classico. Disegnarsi un soggetto originale in una parte del corpo insolita risulta, al contrario, sempre erotico. Vedi alla voce Angelina Jolie, i cui tattoo hanno tutti un significato ben preciso e un disegno originale.

La copertina della rivista ON, fastwebTV magazine

Owen Wilson sulla copertina del numero di giugno di ON, il magazine della FastwebTv.

E poi un’ultima considerazione: se nell’antichità ci si tatuava con un significato tribale, che indicava l’appartenenza a un certo gruppo sociale e non a un altro, oggi tatuarsi ha il significato opposto: in una società diventata mercato globale il tatuaggio equivale spesso a un accessorio che serve a mostrare l’individualità, non la comunione, la differenza del proprio corpo – e quindi del proprio essere – rispetto a quello degli altri. Ecco perché i tatuaggi catturano sempre l’attenzione, perché comunicano l’idea che ci sia qualcosa di nascosto da scoprire nella persona che li porta. Che ha voglia di comunicarlo al mondo, visto che se l’è inciso sulla pelle.

Articolo scritto da: Samuela Urbini
Clicca qui per vedere l’articolo pubblicato su ON di giugno2011: ON giugno_tatuaggi

Coop Himmelb(l)au

17 Giu
Il design variabile come le nuvole nel cielo blu

Copertina del libro Coop Himmelb(l)au, di Taschen

Il titolo può far pensare al supermercato, ma in realtà la Coop Himmelb(l)au è una cooperativa sì, ma di architetti, che ha sede principale a Vienna, ma ha seguaci in tutto il mondo. In cosa credono? In una modalità costruttiva fantasiosa e variabile come le nuvole. Himmelblau in tedesco significa infatti azzurro cielo, il colore. Mettendo la “l” tra parentesi, si legge Himmelbau, ovvero costruzioni che stanno nel cielo. Fondata negli anni 60 da Wolf D. Prix, Helmut Swiczinsky e Michael Holzer, oggi i loro uffici di Vienna e Los Angeles sono tra i più apprezzati e questo libro mostra e spiega la realizzazione di alcuni dei loro lavori più famosi, dall’Ufa Cinema Center di Dresda, al BMW Welt di Monaco di Baviera, dove si trova anche il museo storico BMW.

Taschen, di Michael Mönninger e Peter Gössel, 500 pagine, 150 $

 
Articolo scritto da: Samuela Urbini
Segnalazione pubblicata su Capital Living n. 2 di aprile 2011.
Il quartier generale BMW

BMW Welt di Monaco di Baviera, costruito dagli architetti Himmelb(l)au

New natural home

13 Giu
Interior design naturale

Il libro New Natural Home, di Thames and Hudson

Una guida da cui prendere ispirazione per vivere in una casa che minimizzi il suo impatto sulla terra, moderna e naturale, agendo sulla scelta dei materiali per arredarla, oltre che per costruirla. Le case fotografate da Richard Powers in questo libro dimostrano come una casa ecocompatibile sia anche una casa di stile, elegante. E contiene centinaia di idee e suggerimenti da mettere subito in pratica, non solo per chi  ha la fortuna di costruirsi una nuova abitazione da zero, ma anche per chi vuole implementare proprietà già esistenti.

Thames and Hudson, di Dominic Bradbury, 256 pagine, 386 illustrazioni, 24 €

 
Articolo scritto da: Samuela Urbini
Segnalazione pubblicata su Capital Living n. 2 di aprile 2011.
stanza con legno caldo

Il calore del legno nella stanza