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Creative Minds: Fulvio De Simoni

5 Nov

: Il mio intento è quello di semplificare le barche, oggi troppo complesse e lunghe da costruire

Quando parla la voce dell’esperienza vale sempre la pena di ascoltare. Fulvio De Simoni rappresenta un’istituzione nel mondo nautico, con oltre 3500 barche disegnate in più di 40 anni di carriera. Nato a La Spezia, è a Milano che inizia la sua professione, prima presso lo studio di Alberto Mercati, poi fondando insieme a Massimo Gregori la Yankee Delta, nel 1977. Nel 1983 nasce Italprojects, con il quale la carriera fa un grande salto, anche grazie all’incontro con Tilli Antonelli, fondatore di Pershing e Wider, per il quale disegnerà le prime imbarcazioni identitarie dei marchi e con cui collabora ancora oggi (da poco è stato varato il Pershing GTX116 ndr.). Ma oltre a questi marchi, lo yacht designer (architetto di formazione) ha lavorato con numerosi cantieri italiani e internazionali: Antago, Mochi Craft, Giannetti, Raffaelli, Aicon, Evo Marine, per citarne solo alcuni. “Nel 2015 ho deciso di creare una nuova società insieme ai mie collaboratori più stretti (Enrico Lotti e Cristiano Tonarelli, ndr.), per trasmettere il valore del marchio”, spiega.

Nasce così la Fulvio De Simoni Yacht Design, che ha base nella sua città natale. La sottile ironia e l’understatement sono due caratteristiche di De Simoni, che sicuro del fatto suo rifiuta ogni tipo di omologazione: “Sono 30 anni che non vado a visitare la barca di un concorrente, perché ritengo che quello che si respira tutti i giorni sia sufficiente a capire dove va il mondo, senza guardare come un collega lo interpreti”, racconta. “Preferisco inventare una piccola cosa ogni tanto, che copiarne dieci da chi le ha già fatte”. Per questo il suo punto di vista è originale: “Quello che provo a fare è semplificare le barche, che oggi si stanno un po’ equivocando. Ogni innovazione che avviene su un’automobile, o in qualsiasi altro settore, la vediamo riproporre sulle barche. Ma non si può riportare la vita di terra esattamente com’è su una barca. Si progettano yacht sempre più complessi e costosi e, con la scarsità di manodopera disponibile oggi, i tempi di costruzione si allungano. A mio parere questo settore sta involvendo su se stesso e anche i progettisti sono chiamati ad adattarsi a queste esigenze”. Molto innovativo e certamente complesso è uno dei suoi ultimi progetti realizzato per Rossinavi, il Sea Cat 40, in costruzione.

Lungo 42,75 metri, il catamarano è pensato per fare il giro del mondo in maniera intelligente: ha una propulsione elettrica che si ricarica con l’ampia pannellatura solare che ne ricopre ogni superficie possibile e un sistema di intelligenza artificiale che ottimizza l’utilizzo delle batterie permettendogli di fare traversate atlantiche navigando per 20 giorni a 8 nodi in elettrico. “Le abbiamo voluto dare un aspetto da navetta spaziale, con la prua rovesciata e una linea a onda, ma senza che queste forme insolite interferissero con quella che era l’essenza della barca, cioè la capacità di portare un’enorme quantità di batterie nella parte centrale tra i due scafi, che di solito non viene sfruttata”.

Dal 2021 la vasta conoscenza in campo nautico di De Simoni si è sposata con la grande capacità di progettazione di Pininfarina, nome storico del design italiano noto in tutto il mondo, dalla cui collaborazione è nato un primo progetto di catamarano a motore di 56′ del quale sta iniziando la costruzione proprio in questi giorni. Ora stanno disegnando un explorer e al prossimo Yachting Festival di Cannes 2023 sarà svelato un catamarano di più ampie dimensioni, intorno ai 40 metri. “Circa 20 anni fa Piero Ferrari, a cui avevo appena fatto una barca, mi disse che avrebbe avuto piacere di portarmi in Pininfarina, che ai tempi collaborava con la Ferrari, perché sarebbe stato interessante fare qualcosa insieme. All’epoca non si concretizzò nulla, ma questa collaborazione la considero un discorso iniziato molti anni fa e finito oggi”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 35 del 2023

Creative minds: Brunello Acampora

25 Ott

Il nostro lavoro è quello di inventare il futuro. E lo facciamo attraverso quello che definisco “total design”

Eclettico, brioso, colto e appassionato. Brunello Acampora, fondatore di Victory Design, è cresciuto circondato dallo stile e dalla bellezza, che lo hanno condizionato a ricercare sempre nuove forme di eleganza, declinate in campo nautico. Entrambi i genitori si sono formati nel mondo dell’alta moda pronta italiana, sulla scia del prêt-à-porter francese. Gli amici di famiglia erano Walter Albini, il primo a essere definito “stilista”, Gianni Versace, Giorgio Armani e Mariuccia Mandelli di Krizia. “Erano persone molto attente al lato estetico e formale, non solo nel vestire”, racconta il designer. “Avevano anche case meravigliose e facevamo viaggi bellissimi. E in questo contesto c’erano anche delle belle barche, di cui mi innamorai definitivamente quando mio padre acquistò il Drago dell’Italcraft grazie al quale ho scoperto il suo progettista, Renato “Sonny” Levi, considerato il papà della motonautica, che per me è stato un mentore. A 19 anni ho lasciato Napoli per venire a studiare Yacht and Boat Design a South Hampton principalmente perché era vicina alla casa di Levi, sull’Isola di Wight. Si creò una simpatia per questo giovane napoletano che aveva letto tutti i suoi libri e conosceva tutte le sue barche. Una domenica al mese mi invitavano a pranzo per passare qualche ora con lui”.

Con le idee ben chiare, nel 1989 a soli 23 anni fonda Victory Design, che allora aveva sede a Torino, mentre oggi ha i suoi uffici a Napoli e Londra, città tra cui Acampora divide il suo tempo. Quasi 35 anni di carriera con incarichi prestigiosi per il Gruppo Rodriguez (o Rodriquez?), Azimut e Ferretti Group, per molti suoi marchi tra i quali Pershing, Bertram, Riva, Ferretti Yacht e CRN. “Non ho mai accettato di confinare Victory Design a una determinata tipologia di imbarcazioni”, spiega Acampora. Che è orgoglioso in particolare di quelle barche che hanno segnato il riposizionamento di un marchio, per esempio la prima lobster boat all’italiana per Mochi Craft (dopo che il brand fu acquisito dal Gruppo Ferretti) con il modello Mochi Dolphin, ancora oggi molto ambito nel mercato dell’usato. O di quelle progettate per Solaris, da quando ha deciso di entrare nel mondo del motore.

Come ottiene questi risultati? “Ho imparato a disegnare in maniera tradizionale, ma non sono un nostalgico. Per questo ho sempre cercato di avere accesso al massimo della tecnologia disponibile. Perché credo che il nostro lavoro sia quello di inventare il futuro. Ma tutto questo dev’essere bilanciato da una dote importantissima: l’intuito. La tecnologia è solo uno strumento di verifica. Il total design è il mio metodo: non puoi mettere insieme il lavoro di tanti specialisti se non hai la visione d’insieme. La barca dev’essere bella sempre, quando naviga e quando è alla fonda, avere una bella scia. Questo coincide con una carena efficiente, ben progettata. Estetica e funzionalità sono due facce della stessa medaglia. E tra queste funzionalità inserisco anche quella di rendere felice l’armatore”. Ed è dedicata agli armatori che amano l’emozione della velocità la nuova gamma inaugurata con Bolide 80 (24,90 m), attualmente in costruzione in house, e in espansione con Bolide 170 (50 m), presentato allo scorso salone di Monaco. Una gamma in numero limitato, custom, che nel design esterno è caratterizzata da curve lunghe, da poppa a prua, in omaggio alle grandi carrozzerie italiane. “Bolide vuole essere il motoscafo più veloce del mondo”, sintetizza il designer. L’80 piedi può infatti viaggiare in sicurezza fino a 55 nodi di crociera, 75 nodi con sprint speed. “Ma il consumo al miglio sarà più basso di qualunque barca da crociera planante da 80 piedi. Perché è leggerissima, ha una carena super efficiente tutta in carbonio, ed è espressione del made in Italy in ogni aspetto, dalla tecnica all’interior design, per cui ci siamo rivolti a Stefano Faggioni”, nome di prestigio nell’ambito delle barche d’epoca. Una fusione tra high tech e aspetti marinareschi e del lusso delle barche classiche destinata a far parlare di sé.  

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 33 del 2023

Creative minds: Igor Lobanov

15 Ott

La carriera di Igor Lobanov inizia grazie alla sua passione per le automobili e il mondo dell’aviazione. Plurilaureato, in matematica prima, poi in car design a Torino e Coventry, seguiti da master in transport design, inizia a lavorare proprio nel campo automobilistico prima che l’incontro con il proprietario di un superyacht nel 2003 gli faccia cambiare traiettoria verso lo yacht design. Che non è il suo primo amore, considerato che essendo nato a Ufa, una popolosa città 1,350 km a est di Mosca e a 2000 km dal Mar Nero, la prima volta che ha visto il mare aveva due anni e la seconda era già un uomo, e di anni ne aveva 24. “Nel 1998 ho fatto il mio primo viaggio in Europa e ho capito che volevo ancora studiare. Ho scritto un’email a Bertone, Pininfarina e altre aziende leader del settore chiedendo dove potevo formarmi. Alla fine ho scelto lo Ied di Torino”, racconta il progettista. Che nel 2007 fonda lo studio Lobanov Design (dal 2016 a Barcellona, dove risiede) insieme a sua moglie Yulia, artista, che alimenta l’amore per il bello di Lobanov, il cui stile è particolarmente moderno e scultoreo. Anche grazie a questo background diversificato, che prende ispirazione dai trasporti, dall’arte, dall’interior e dall’architettura.

I primi progetti importanti si focalizzano sull’exterior design, anche se oggi abbracciano ogni aspetto. Tra i suoi yacht più famosi, certamente quelli realizzati con Oceanco, tutti di grandi dimensioni, il primo consegnato nel 2013 (l’85 metri St.Princess Olga) e il secondo nel 2017, Jubilee, 110 metri di charme, vincitore di numerosi premi che hanno portato Lobanov nel gotha degli yacht designer internazionali. “Mi piace giocare con la relatività delle sensazioni. Con Jubilee siamo riusciti a dare la percezione di 6 ponti, quando in realtà sono solo tre. Per far sembrare una barca di 110 metri come se fosse di 140 metri, da distante”. Lo stesso effetto ottico centrato anche per i nuovi Mangusta di Overmarine, di cui per la prima volta ha disegnato anche gli interni, le cui dimensioni più contenute sono paragonabili a quelle dell’ultimo progetto realizzato con Arcadia Yachts, l’A96, lungo oltre 29 metri con immensi volumi (oltre 400 mq) che abbraccia un nuovo concetto di benessere che passa attraverso un legame autentico con la natura, ottenuto grazie a vari stratagemmi, primo fra tutti le enormi pareti di vetro scorrevoli, grazie alle quali interni ed esterni diventano un tutt’uno.

“Entrambi i marchi hanno un proprio linguaggio molto forte. Per Mangusta è stato impegnativo dare una nuova vita ai vecchi progetti di questa leggenda italiana. Con Mangusta 165 siamo riusciti a dare uno spazio interno che nessuno si aspettava. Spero siamo riusciti ad arrivare allo stesso effetto anche con Arcadia, con cui ho sempre voluto lavorare. Dalla loro prima barca ho pensato che avessero trovato un concetto rivoluzionario, capace di dare il doppio dello spazio nelle stesse misure”. Nel lower deck dell’A96, per esempio, due delle quattro cabine twin diventano quasi delle vip grazie alla capacità di massimizzare ogni spazio disponibile, girando i letti verso l’enorme finestra.

“Abbiamo creato un interior un po’ più complicato per il cantiere da produrre, con forme ovali o ellittiche e materiali naturali, per dare la sensazione di una barca più ricca, ma in maniera diversa, di un lusso non volgare ma ricercato”. Linee curve che sono un tratto distintivo dei suoi progetti. “Fluidità e continuità sono una cosa naturale di ogni imbarcazione. Per me le barche devono essere simili agli animali che vivono nel mare, come le orche, che hanno linee tonde e naturali”. Uno yacht pensato per entrare in pianta stabile nel mercato fuori dal Mediterraneo, Stati Uniti in primis, che sarà presentato a Cannes 2023.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 33 del 2023

Creative minds: Luca Dini

5 Ott

Cambio di prospettiva. Dal mare alla terra e ritorno. Il nostro approccio rimane lo stesso, sempre più fuori dagli schemi.

Ogni imbarcazione progettata da Luca Dini sotto qualche aspetto rompe gli schemi a cui si era abituati. Perché è proprio questo l’intento dirompente con cui il designer e i collaboratori di Luca Dini Design & Architecture approcciano ogni progetto. Con sede nel cuore di Firenze, lo studio fondato nel 1996 dall’architetto fiorentino ha lasciato segni indelebili nel design nautico (si pensi a Tribù del 2007, o al Sea Force One del 2008), ma ha anche una divisione dedicata a progetti di design residenziale, di cui alcuni avveniristici nel Mar Rosso. “La decisione di quattro anni fa di dedicare una parte dello Studio al residenziale fu una scommessa, oggi, posso dire, ampiamente vinta”, spiega Dini. “Per quanto riguarda la nautica, nel mio studio si passa dalla linea Gentleman, barche retrò, a imbarcazioni tipo il Cetacean, futuristiche e all’avanguardia. È la curiosità che ci spinge verso un design sempre diverso che ci possa divertire, in modo tale da realizzare qualcosa di unico per i nostri clienti”.

Dini è una guida determinata ed eclettica che si circonda di collaboratori ben selezionati: “Abbiamo cercato professionisti, giovani e pieni di idee, che non avessero solo esperienza nautica, ma un po’ di tutte le estrazioni, proprio perché vogliamo avere sempre un’idea fuori dal coro”, continua. Ne è un esempio l’evoluzione del Cetacean: Widercat92, il catamarano attualmente in costruzione presso i cantieri Wider, lungo 28 metri, con un ponte principale di oltre 100 mq, di cui circa la metà dedicati alla cabina armatoriale: “L’idea è quella di un catamarano, che di per se è sempre stato appannaggio dei velisti, ma che adesso si spinge verso nuovi orizzonti e modi di navigare”, continua Dini. “Con una sovrastruttura sportiva ed elegante (con design ad angolo sottolineato dalla linea arancione tipica di Wider, n.d.r.) ma che di profilo sembrasse uno yacht contemporaneo, per cui siamo andati a stravolgere quelle che erano le linee comuni del catamarano con degli inserti, delle pieghe, delle linee più simili allo yachting. Abbiamo aggiunto le terrazze abbattibili a poppa, come vogliono le ultime tendenze e da richiesta degli armatori, per avere un contatto con l’acqua ancora più forte”.

All’interno appare come un loft dai grandi spazi aperti, con vetrate e illuminazione naturale a profusione e con dettagli in ebano lucido e teak. Il ponte inferiore prevede due cabine vip con accesso diretto alla beach club, più una terza cabina ospiti, mentre gli spazi per l’equipaggio si trovano a prua. Grazie alla propulsione ibrida, simbolo di sostenibilità, permette una navigazione silenziosa assai piacevole. Perché andare per mare è soprattutto una passione legata alla ricerca di tranquillità e pace, a differenza di quella per le auto, in cui il rombo del motore fa parte del piacere di guidare certi modelli sportivi. A quando un full-electric, dunque? “La sensazione più bella di viaggiare su un catamarano a propulsione elettrica sarà sicuramente la tranquillità. Ascoltare le onde del mare nel silenzio totale. In questo senso però sostengo che il mondo della nautica sia in ritardo. In Italia abbiamo problemi con le colonnine elettriche per le automobili, figuriamoci per le imbarcazioni. Credo che in futuro viaggeremo con mezzi meno inquinanti e più silenziosi, ma di sicuro c’è bisogno di un’attrezzatura e un supporto adeguato, che attualmente non ci sono”. E per il futuro, lo studio cerca non solo di seguire le tendenze dal punto di vista del design, ma di capire come gli armatori vogliono vivere: “Dopo due anni di pandemia il mondo è cambiato in tanti aspetti e noi cerchiamo di intercettare questa nuova filosofia adattandoci al continuo cambiamento”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Kevlar issue del 2022

Creative Minds: The Italian Sea Group

21 Mag

Profondamente legato alla maestria e al buon gusto Made in Italy, The Italian Sea Group in un decennio è riuscito a diventare il primo produttore in Italia di megayacht sopra i 50 metri, con un’ascesa che non accenna a fermarsi. Operatore globale della nautica di lusso, dal 2021 è anche quotato in borsa su Euronext Milan e la sua storia è puntellata di acquisizioni di importanti marchi della nautica italiana. Primo in ordine di tempo, Tecnomar nel 2009, seguito da Admiral nel 2011, rilevati da Giovanni Costantino, fondatore e Ceo del gruppo, che nel 2012 acquisisce ancheNuovi Cantieri Apuania di Marina di Carrara. Nel 2020 viene ufficialmente fondato The Italian Sea Group a cui, nel 2021, si sono aggiunti altri due grandi nomi: Perini Navi, leader nella produzione di yacht a vela di grandi dimensioni, e Picchiotti, un cantiere che per oltre quattro secoli ha segnato la storia della marineria militare, commerciale, da diporto e sportiva. Di cui Costantino va particolarmente orgoglioso: “Picchiotti è un brand nato nel 1575 con una storia che parte dai Medici di Firenze, che ha acceso il mio interesse, oltre al mio entusiasmo. Ho deciso di investire molto nella rinascita di questo meraviglioso nome, parallelamente a quello di Perini Navi”.

Il progetto di rilancio di Picchiotti prevede una flotta di quattro motoryacht da 24 a 55 metri denominata Gentleman, dal design elegante ispirato ai panfili americani degli anni ’60 realizzato insieme a Luca Dini Design & Architecture e con la partecipazione di Kurt Lehman e la sua Yacht Moments Consultant. Il cui principale mercato saranno le Americhe, come evidenziano anche alcuni dettagli estetici: “Abbiamo scelto di rivestire la tuga e l’interno delle falchette in mogano, materiale che nasce con la cultura americana”, spiega Costantino. “Le culle, le case, i bar in America sono in mogano. I dettagli di interior e di exterior, oltre alla linea dei nostri motoryacht, sono tutti Usa”. Un mercato fondamentale per lo sviluppo commerciale internazionale del brand, coerente anche con l’inaugurazione del primo flagship store statunitense a East Hampton, Long Island, avvenuta lo scorso 8 agosto.

Con questo progetto The Italian Sea Group entra per la prima volta nel campo della produzione in serie, pur mantenendo un posizionamento alto rispetto ai competitor: “Nella serialità, ciò che differenzia Gentleman Picchiotti dagli altri brand italiani è una produzione estremamente raffinata a livello di dettaglio qualitativo, sia interno che esterno, e la scelta dei materiali: noi non lavoriamo la vetroresina anche per una policy aziendale di sostenibilità, quindi anche il 24 metri sarà in alluminio”, specifica il Ceo. “Inoltre, non abbiamo una capacità produttiva infinita. Questo progetto punta, come tutto il resto, ad assoluta eccellenza. Potremo arrivare a 10 consegne l’anno, non di più. È, e resterà, un prodotto altissimo di gamma e di nicchia”.

Un’apertura alla produzione in serie che coinvolge anche il marchio Admiral con il progetto Panorama, nato in collaborazione con lo studio Piredda & Partners: un superyacht di 50 metri in acciaio con sovrastruttura in alluminio, ricercato anche nei materiali degli interni, naturali e pregiati, come il legno chiaro, le pietre e i metalli ruvidi, e con una cabina armatoriale panoramica posta a prua dell’upperdeck, con affaccio sul ponte privato. “La produzione seriale ci consentirà di ampliare le vendite evitando il coinvolgimento della capacità progettuale del gruppo impegnata verso i grandi yacht custom made”, che rappresentano sempre il core business aziendale.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Titanium issue del 2022

Swatch e la bioplastica

20 Feb

In un mondo sempre più inquinato e avvelenato dalla presenza antropica, parole come “ecosostenibilità”, “bio” e “naturale” sono diventate centrali all’interno delle aziende più innovative, sempre alla ricerca di nuovi materiali in grado di ridurre al minimo l’impatto della produzione sul Pianeta. Anche di quelle che sulla plastica hanno costruito le proprie fortune. Esempio calzante, quello di Swatch, non a caso alle prese quest’anno con l’ennesima rivoluzione di questo materiale con il progetto Bioreloaded. Non che il colorato orologio del brand sia mai stato visto come un oggetto inquinante, ma anche le materie plastiche, in quasi 40 anni, hanno fatto passi da gigante. E dal momento che quando si parla di innovazione in casa Hayek non si è mai lesinato, in Swatch hanno lavorato per due anni e mezzo per mettere a punto una plastica innovativa introdotta con la nuova collezione “1983”. Bio-sourced, ossia di origine vegetale perché a base di estratti di semi di ricino.

La collezione si chiama così perché reinterpreta gli Swatch usciti proprio in quell’anno ed è la prima nella quale un produttore di orologi riesce a sostituire tutti i materiali plastici convenzionali con altri di origine biologica in una produzione di larga serie. “La materia prima da cui partiamo arriva dalla Francia”, spiega Carlo Giordanetti, Ceo The Swatch Art Peace Hotel. “Ma Swatch ama verticalizzare, quindi la produzione rimane nostra. La prima volta che ci proposero una plastica alternativa è stato 25 anni fa e veniva dal mais. Ma era troppo morbida e non si riusciva a lavorare. Avere oggi una materia prima bio generata con la trasparenza e la resistenza del suo equivalente tradizionale è davvero straordinario”. Un lungo processo di sperimentazione si è reso necessario per mettere a punto una formula soddisfacente per il reparto creativo, senza compromessi sul lato dei colori e delle trasparenze, cifra stilistica del marchio, e della produzione. “Dato che il nostro processo produttivo si basa su di un sistema di micro iniezione, non si può adattare a qualsiasi tipo di plastica. È la plastica che si deve adattare alla costruzione”, specifica Giordanetti.

Ma la strada è ancora lunga, e tortuosa. Perché in realtà i nuovi materiali sono due, con la stessa origine ma differente composizione: uno per la cassa, che ha una sua rigidità e che soddisfa già i requisiti del brand, può essere colorata e addirittura resa trasparente (lo dimostra il “vetro” dell’orologio, del medesimo materiale). E uno per il cinturino, sul quale la sperimentazione è invece ancora in corso in quanto ancora non consente di raggiungere le trasparenze e le cromie che la creatività del brand richiede. Ulteriore novità, tutti gli Swatch avranno inoltre un packaging realizzato in PaperFoam, derivante da una miscela di amido di patate e tapioca, biodegradabile e riciclabile nella carta o compostabile a casa propria. Una nuova produzione in linea con i diciassette obiettivi per lo sviluppo sostenibile Onu, da raggiungere entro il 2030, che una marca etica come Swatch ha ben presenti. “La vision è quella di arrivare a realizzare con queste plastiche tutti i nostri modelli, conclude Giordanetti. “Quello su cui Swatch però non può e non vuole trovare compromessi è l’influenza sul potenziale creativo”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Il design non è solo l’aspetto e la percezione: il design è come funziona

3 Dic

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“La mia idea di design? È un rapporto di sintesi e perfetto equilibrio, tra forma e funzione”, spiega l’architetto Bernardo Zuccon che, insieme alla sorella Martina, guida lo studio Zuccon International Project, fondato a Roma nel 1976 dai genitori, Gianni Zuccon e la moglie Paola Galeazzi. Attivo in ambiti diversi, è però nel settore della nautica che si distingue anche a livello internazionale, collaborando in modo costante con alcuni dei più importanti cantieri navali italiani, tra cui Ferretti Yachts, Custom Line, CRN e Picchiotti. “Ancora prima di iniziare a parlare di design, però, bisogna partire da quello che è il punto di partenza primordiale per qualsiasi esperienza progettuale: l’uomo. L’uomo è la creatura che vive fisicamente lo spazio e gli oggetti che noi designer creiamo e, al contempo, è anche il riferimento proporzionale ed ergonomico per garantire un equilibrio funzionale, fondamentale per parlare poi di design”.

Tiene fede

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a questo principio di base Heritage, il 45 metri che inaugura la collaborazione dello studio con Picchiotti Yachts, che “nasce dalla volontà di creare un ecosistema marino dove l’uomo è in grado d

i svolgere quell’attività che è l’obiettivo finale che ogni yacht designer deve avere chiaro in mente: vivere il mare”. Heritage infatti ha volumi interni generosi, si pensi che su tutto il ponte di coperta l’altezza è di tre metri, enfatizzati da un ampio uso del vetro che crea continuità tra gli interni e il mare. “A bordo il rapporto tra forma e funzione si sposta più verso la funzionalità”, aggiunge Zuccon. “Perché mantiene e approfondisce alcuni parametri della scansione volumetrica, staccandosi però dall’interpretazione in cui è la forma a comandare. Heritage non è un bellissimo involu

cro che impone i suoi limiti all’uomo, proprio perché siamo partiti dal concetto che è l’uomo a creare l’architettura della barca”. Heritage è un omaggio al più importante designer che ha lavorato con Picchiotti, Gerhard Gilgenast, e ne ripropone lo stile tipico, reinterpretato in chiave moderna. La sua peculiarità è la capacità di trasportare molti toys, due tender (una barca a vela e una a motore, di nove metri ciascuna) e due moto d’acqua, proprio come chiedono oggi molti armatori.

Guardando al passato, Zuccon ricorda con affetto ed emozione Custom Line Navetta 37, ilprimo progetto nato da una sua intuizione personale, la prima vera barca completamente figlia sua e di sua sorella Martina. Nel suo stile di design è affascinato dal concetto di ibridazione tipologica, che gli permette di lavorare su contaminazioni stilistiche e funzionali trasversali, che attingono non solo dal mondo della nautica, ma anche del design, dell’architettura e dell’automotive. “Sono convinto però che i progetti più belli siano quelli che ci aspettano domani. Per me e lo studio questo è un momento significativo, con l’avvio di nuove collaborazioni con Perini e Sanlorenzo. Ci troviamo come all’inizio di una nuova storia d’amore, quando tutto è meraviglioso e c’è grandissimo entusiasmo. Per Sanlorenzo progetteremo dalle imbarcazioni piccole in vetroresina a quelle più grandi in metallo; con Perini invece proporremo prodotti di grandi dimensioni, estremamente customizzati”. Uno sguardo al futuro in cui non mancherà mai il lavoro di ricerca, presenza appassionata e costante nel lavoro dell’architetto.

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Teak issue del 2018

Creative minds: Francesco Paszkowski

12 Nov

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Sensibilità e capacità di ascolto dei bisogni del cliente, uniti a una profonda conoscenza di tutti i processi che contribuiscono alla nascita di uno yacht, sono alla base del successo di Francesco Paszkowski Design, lo studio fondato a Firenze nel 1990 dall’omonimo designer, che ha lavorato con i maggiori cantieri italiani e internazionali, tra cui le collaborazioni storiche con Baglietto, Heesen Yachts e Sanlorenzo. “In un contesto in rapida evoluzione, come quello della nautica, la propria esperienza non basta mai”, spiega Paszkowski. “La storia del cantiere, il lavoro di coloro che sono coinvolti nella costruzione della barca, dall’ordine al varo, una stretta comunicazione tra il reparto tecnico del costruttore, il proprietario e lo studio di design sono fondamentali nel processo di progettazione”.

Inizia a lavorare col padre, Giovanni, e con Pierluigi Spadolini, uno dei grandi maestri dell’architettura moderna e del design italiano e “nel 1986, quando ebbi l’opportunità di disegnare barche, il desiderio di esprimere me stesso era più forte di qualunque altra cosa”, ricorda il designer, nato a Milano, ma ormai radicato a Firenze. Da allora ha realizzato yacht plananti e disolocanti di serie, custom, in vetroresina e in alluminio, inizialmente solo come design esterno, ma già dal 1996 anche per gli interni, viste le crescenti richieste di progetti che includessero ogni aspetto.

Incarna questa filosofia progettuale a tutto tondo Custom Line 120, il primo yacht planante ideato per Custom Line, i cui principi guida richiesti dal cantiere erano due: creare un restyling della linea, mantenendo la continuità del marchio, e aumentare il contatto con il mare.

“Abbiamo voluto dare un profilo filante e potente allo scafo: linee tese corrono da poppa a prua dando vita a un’emozionante alternanza materica e cromatica di superfici strutturali chiare e vetrate scure”, dice il designer. “Un’innovazione sostanziale è la sovrastruttura rialzata rispetto alla coperta. Le finestrature laterali, cielo-terra, trasformano il salone in una terrazza panoramica che offre una vista ineguagliabile”, continua. “Le finestre laterali, leggermente ricurve, la scelta di eliminare la falchetta davanti al salone e nella suite armatoriale a prua enfatizzano la sensazione di essere ancora più vicini e a stretto contatto con l’acqua”.

Per gli interni, realizzati in collaborazione con Margherita Casprini, il layout si ispira ai codici dell’arredamento domestico di lusso: ne sono un esempio le colonne di sostegno, che includono sistemi d’illuminazione, audio e aria condizionata; o l’unico open space arricchito da tendaggi che dividono, senza separare in modo netto. Una grande vetrata separa il salone dal pozzetto, suddivisa in due sezioni che si aprono anche a ribalta, così da creare una grande area esterno-interno, concepita come una lounge rivestita in teak e arredata in stile con gli interni. Ed è stata data anche un’attenzione particolare alle aree esterne, da sempre un tratto peculiare del marchio. Sull’upper deck, l’area relax con vasca idromassaggio può essere riparata dal sole grazie a un bimini a scomparsa nell’hard top, sostenuto a poppa da due pali integrati alla sovrastruttura.

Ecco dunque che le nuove soluzioni tecniche e l’intero progetto delle linee esterne e interne sono strettamente legati fra loro come parti di un unico impianto architettonico, in cui forma e funzione sono perfettamente bilanciati. In puro stile Francesco Paszkowski Design.

 

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Amethist issue – del 2017

Horacio Bosso: Truly unique

5 Nov

Argentino di nascita, ma di origini italiane, Horacio Bozzo è un designer e ingegnere navale cosmopolita che ha studiato a Buenos Aires, ha iniziato la sua carriera a Roma, per poi trasferirsi in uno studio di alto profilo a Fort Lauderdale, negli Usa. Dopo qualche anno, è proprio qui, nel 1996, che fonda il suo studio di ingegneria navale, Axis Group Yacht Design, che attualmente impiega 16 persone. Nel 2000 è poi tornato in Italia e qui ha dato vita a Horacio Bozzo Design, il suo brand che si occupa esclusivamente di design di esterni e interior layout di superyacht.

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“Mi piace che i miei yacht abbiano una forte personalità, ma che siano rappresentabili con poche linee, minimalisti”, sintetizza Bozzo. Nei modi gentili e pacati con cui ci racconta dei suoi progetti, si percepiscono una grande passione per il suo lavoro e una forte determinazione, che è il motore della sua brillante carriera che l’ha portato a lavorare con i più grandi cantieri internazionali, tra cui Lurssen, Fincantieri, Perini Navi, Benetti e Azimut, con progetti che vanno dai 40 ai 140 metri. “Fin da piccolo, quando ho capito che avrei voluto fare questo mestiere, ho pensato che l’unica maniera sarebbe stata prima studiare le barche, capire come sono fatti uno scafo, la struttura, gli impianti, per poi poter progettare le mie, innovando. Senza conoscere in profondità come è fatto uno yacht, non avrei avuto gli elementi per poter innovare, ma solo per emulare”.

Questa esigenza di creare progetti davvero unici lo ha portato ad avere uno stile personale che si distingue e che è evidente in uno dei suoi concept più recenti, Private Bay, un mega yacht di 123 metri realizzato insieme a Fincantieri Yachts. Con più di 1300 mq di spazi interni ed esterni, dislocati su sei ponti, in grado di accogliere 18 passeggeri e 31 persone d’equipaggio, Private Bay ha sia zone di privacy assoluta, come richiedono gli armatori di yacht come questi, sia spazi a diretto contatto con l’acqua e dedicati al divertimento, caratteristica molto più rara. “La poppa è unica: è un Open beach club di 160 mq, con piscina a livello del mare, pensata per un armatore magari con figli piccoli, che ha voglia di vivere il mare in maniera più informale, insieme agli amici. L’idea mi è venuta pensando a come vorrei io una barca così grande e insieme a Fincantieri Yachts abbiamo trovato la maniera di renderlo possibile”. Già, perché strutturalmente una poppa di questo tipo, molto larga, poneva dei problemi di stabilità importanti, che però la grande esperienza Fincantieri ha permesso di superare. “È come progettare una Formula 1: non è che sia impossibile da costruire, però devi andare dalla casa automobilistica in grado di saperlo fare”. Originale anche la veranda a poppa del ponte principale, che ricorda una conchiglia, protetta da vetri e molto riservata, visto che le scale per salire su questo ponte sono spostate nella parte anteriore a questa zona.

Visto l’interesse suscitato da Private Bay, è stata pensata anche una versione da 140 metri di questo megayacht e, nel frattempo, Bozzo e il suo team stanno lavorando su concept di grandi metrature, un 100 metri per cantieri del Nord Europa, su cui vige ancora riserbo, e un 50 metri per Benetti.

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Jade Issue – del 2017

Fincantieri Yachts

1 Mar

Non solo navi da crociera, offshore o militari. Forte dell’eccellenza tecnologica espressa in molti ambiti delle costruzioni navali, Fincantieri nel 2005 ha fondato una nuova business unit che si occupa specificamente della produzione di mega yacht dai 70 metri in su. Si chiama Fincantieri Yachts e ha l’obiettivo di affermarsi come leader tecnologico anche in questo segmento. “Fincantieri ha una storia molto importante di leadership tecnologica, presente in molte delle 7000 navi costruite, con un dna unico che combina eccellenza nella tecnologia, nell’ingegneria e nella capacità produttiva”, afferma Marco Francesco Mazzù, Head of Origination Strategies and Market Development di Fincantieri Yachts, che con passione ci fa entrare nel mondo di questi superyacht.

Il primo a essere costruito è stato Serene, lungo 134 metri e consegnato nel 2011: allora era il nono megayacht più grande del mondo e nel 2012 fu anche giudicato il migliore della sua categoria, vincendo il World Superyacht Award. Nel 2014 è stato varato il secondo, Ocean Victory, ancora più imponente, che con i suoi 140 metri è il più grande yacht mai costruito in Italia e, ad oggi, il nono più grande del mondo.

“Ci siamo posizionati da subito per competere con i migliori del segmento”, spiega Mazzù. “Per fare questo abbiamo messo insieme le competenze specifiche dello yachting, quelle tecnologiche e di gestione del luxury, facendo leva sulle migliori capacità presenti in azienda (per esempio i vari centri di eccellenza Fincantieri), e sul mercato”. La produzione dei MegaYacht avviene nella location storica di Muggiano, vicino a La Spezia, dove nascono tutti i prodotti a più alta complessità, come anche le navi militari più all’avanguardia: le fregate, i sottomarini, le portaerei.

La modalità principale con cui Fincantieri Yachts si propone sul mercato è di creare prodotti unici che rispondano a esigenze e richieste specifiche di armatori, che vogliono vedere realizzati i propri sogni.

A questa modalità, da qualche anno, Fincantieri Yachts ha affiancato uno scrupoloso processo di sviluppo di nuovi concept che fa sì che i megayacht che poi saranno proposti sul mercato non siano voli pindarici di puro design, ma yacht realizzabili, basati su tecnologia avanzata che serve per creare un luxury lifestyle unico e che consente di ottenere prodotti di bellezza assoluta, che vadano oltre la provocazione di design del momento.

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“Nella metodologia di product development, insieme al designer andiamo a immaginare lo stile di vita a bordo dei potenziali clienti. Una volta compreso questo, si sviluppa il concept: una combinazione di linee estetiche e di piano generale che riflette il lifestyle individuato. A questo uniamo un altro tassello fondamentale per noi, cioè gli elementi unici di tecnologia che fanno sempre parte dei nostri progetti”, continua Mazzù.

Il nuovissimo Sundance, per esempio, un 90 metri sviluppato da Steve Gresham (come Exterior Designer) e da Fiona Diamond (come Interior Designer), risponde all’esigenza di clienti che hanno un forte desiderio di vivere gli spazi all’aperto. Ecco dunque nascere una sorta di grande open, con un ampio sun deck all’interno del quale ci sono sia la piscina sia tutti gli altri elementi per dare il migliore livello di esperienza open air all’armatore.

Per clienti che invece amano spostarsi ed esplorare, Fc Swath 75, nato dalla matita di Andrea Vallicelli, è un concept di 75 metri di inizio 2015 ideato anche per chi soffre il mal di mare: ha una struttura tecnologica particolare che permette di avere lo yacht stabile anche in condizione di mare abbastanza mosso e può essere combinato con una propulsione con fuel cell, completamente green, tecnologia che Fincantieri utilizza già da 20 anni su alcuni sottomarini.

Nell’Ottantacinque, sviluppato con Pininfarina, il lifestyle è invece quello di un understated luxury, per persone che non hanno bisogno di dimostrare niente, perché già sono, con il desiderio di godersi la barca con famiglia e amici: ecco quindi la presenza di molti accessi al mare, una profusione di luce naturale e molta flessibilità nell’utilizzo degli spazi interni ed esterni.

“Sempre lo scorso settembre”, aggiunge Mazzù, “con lo studio H2 abbiamo realizzato il nostro entry point – Aura – un concept di 75 metri. L’idea alla base è semplice, ma difficile da realizzare. Dare all’interno di uno spazio limitato una serie di elementi che permettono una vivibilità tipica di barche di taglia superiore, da 80/90 metri. Molto ricca a livello di contenuti, ha un eliporto touch and go, terrazza e palestra panoramica, un’area dell’armatore molto ampia, sei cabine per ospiti, può portare un equipaggio di circa 20 persone e ha un tender garage che può ospitare un Aquariva, o piccoli sottomarini”. Tutti i concept delineano un’idea generale della struttura dello yacht, ma sono poi interamente personalizzabili dagli armatori, anche grazie alla capacità unica del team di ingegneria e dei partner di cui si avvale Fincantieri Yachts.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design – Silver issue