Swatch e la bioplastica

20 Feb

In un mondo sempre più inquinato e avvelenato dalla presenza antropica, parole come “ecosostenibilità”, “bio” e “naturale” sono diventate centrali all’interno delle aziende più innovative, sempre alla ricerca di nuovi materiali in grado di ridurre al minimo l’impatto della produzione sul Pianeta. Anche di quelle che sulla plastica hanno costruito le proprie fortune. Esempio calzante, quello di Swatch, non a caso alle prese quest’anno con l’ennesima rivoluzione di questo materiale con il progetto Bioreloaded. Non che il colorato orologio del brand sia mai stato visto come un oggetto inquinante, ma anche le materie plastiche, in quasi 40 anni, hanno fatto passi da gigante. E dal momento che quando si parla di innovazione in casa Hayek non si è mai lesinato, in Swatch hanno lavorato per due anni e mezzo per mettere a punto una plastica innovativa introdotta con la nuova collezione “1983”. Bio-sourced, ossia di origine vegetale perché a base di estratti di semi di ricino.

La collezione si chiama così perché reinterpreta gli Swatch usciti proprio in quell’anno ed è la prima nella quale un produttore di orologi riesce a sostituire tutti i materiali plastici convenzionali con altri di origine biologica in una produzione di larga serie. “La materia prima da cui partiamo arriva dalla Francia”, spiega Carlo Giordanetti, Ceo The Swatch Art Peace Hotel. “Ma Swatch ama verticalizzare, quindi la produzione rimane nostra. La prima volta che ci proposero una plastica alternativa è stato 25 anni fa e veniva dal mais. Ma era troppo morbida e non si riusciva a lavorare. Avere oggi una materia prima bio generata con la trasparenza e la resistenza del suo equivalente tradizionale è davvero straordinario”. Un lungo processo di sperimentazione si è reso necessario per mettere a punto una formula soddisfacente per il reparto creativo, senza compromessi sul lato dei colori e delle trasparenze, cifra stilistica del marchio, e della produzione. “Dato che il nostro processo produttivo si basa su di un sistema di micro iniezione, non si può adattare a qualsiasi tipo di plastica. È la plastica che si deve adattare alla costruzione”, specifica Giordanetti.

Ma la strada è ancora lunga, e tortuosa. Perché in realtà i nuovi materiali sono due, con la stessa origine ma differente composizione: uno per la cassa, che ha una sua rigidità e che soddisfa già i requisiti del brand, può essere colorata e addirittura resa trasparente (lo dimostra il “vetro” dell’orologio, del medesimo materiale). E uno per il cinturino, sul quale la sperimentazione è invece ancora in corso in quanto ancora non consente di raggiungere le trasparenze e le cromie che la creatività del brand richiede. Ulteriore novità, tutti gli Swatch avranno inoltre un packaging realizzato in PaperFoam, derivante da una miscela di amido di patate e tapioca, biodegradabile e riciclabile nella carta o compostabile a casa propria. Una nuova produzione in linea con i diciassette obiettivi per lo sviluppo sostenibile Onu, da raggiungere entro il 2030, che una marca etica come Swatch ha ben presenti. “La vision è quella di arrivare a realizzare con queste plastiche tutti i nostri modelli, conclude Giordanetti. “Quello su cui Swatch però non può e non vuole trovare compromessi è l’influenza sul potenziale creativo”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Anita Porchet, la regina degli smalti

10 Feb

Un atelier con vista sulla natura di Corcelles-le-Jorat, a poca distanza dalla culla dell’orologeria svizzera di grande precisione. Un tavolo da lavoro gremito da una miriade di barattolini colorati, il cui contenuto, nelle mani sapienti della smaltatrice più rinomata dell’industria del tempo, diventa materiale prezioso che rende unici orologi già raffinati di per sé. È questo il luogo magico in cui Anita Porchet, una donna dalla voce dolce e pacata, attraverso il fuoco trasforma i suoi materiali tradizionali in meravigliosi quadranti artistici, con infinita concentrazione, pazienza e precisione. Una maestria tipica di chi ha imparato questo mestiere da bambina, che l’ha portata a vincere una serie infinita di premi ed a collaborare con le più grandi manifatture di alta orologeria. L’ultima in ordine di tempo, Audemars Piguet per la quale ha realizzato una trilogia di quadranti in smalto paillonnée “Grand Feu” per il Grande Sonnerie Carillon Supersonnerie della collezione Code 11.59 by Audemars Piguet. Un supercomplicato con Grande Soneria, una delle complicazioni più raffinate della storia dell’alta orologeria, che solo un ristretto gruppo di orologiai è in grado di realizzare, assemblare e regolare. Che qui si accompagna alla Supersonnerie, innovativa tecnologia brevettata dalla manifattura all’insegna di una performance acustica ancor più sopraffina, ed alla funzione carillon, riassunti in una complessa meccanica da ben 489 componenti.

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Proprio in omaggio ai Grande Sonnerie realizzati nella Vallée de Joux tra il XVII e il XIX secolo, che erano in smalto, la marca ha intrapreso una collaborazione con la smaltatrice svizzera, che ha decorato ogni quadrante con antichi lustrini d’oro, secondo la tecnica paillonné. “Ho iniziato a lavorare con Audemars Piguet un anno fa”, raccontata l’artista. “Di solito i brand vengono da me con delle idee ben precise. Questa volta è stato diverso. Desideravo lavorare con la tecnica paillonné, non l’avevo mai fatto prima. Hanno compreso pienamente il mio mestiere e mi hanno dato completa libertà. È davvero insieme che abbiamo creato questi pezzi unici”. Il paillonné è un’arte unica nel suo genere. Anita Porchet ha tagliato a mano foglie d’oro risalenti a oltre un secolo fa, attraverso tecniche e strumenti antichi, per dare la forma desiderata ai lustrini (paillon), poi meticolosamente incorporati sul disco smaltato del quadrante, prima di passare alla fusione nel forno. “I tre quadranti usano paillons con una struttura geometrica. Linee rette, piccoli anelli. Lavoro con gli stessi strumenti che si usavano il secolo scorso. Ho a cuore il concetto di lavorare così come mi è stato insegnato. Per me la perfezione non fa la bellezza, è piuttosto l’opposto. Anche se ricerco la perfezione, e so che la cercherò per sempre, questa simmetria imperfetta è sinonimo di vita”. Per trovare il colore desiderato che mettesse in evidenza i paillon d’oro, ha combinato cinque colori diversi. “È un processo lungo. Non si tratta solo del tempo impiegato per la creazione, ma anche del tempo di riflessione. Posiziono il materiale, lo rimuovo, lo sostituisco. La creazione del terzo quadrante, per esempio, è stata più lunga e laboriosa, perché ho utilizzato la tecnica del cloisonné, oltre al paillonné. Non a caso ho avuto un problema tecnico nella realizzazione proprio dell’ultimo pezzo della trilogia, ma sono molto contenta del risultato”. Tre orologi unici con una straordinaria unione di innovazione e tradizione, ai quali si aggiungeranno altri due esemplari per i quali i clienti potranno richiedere un quadrante personalizzato, sempre realizzato nello studio di Anita Porchet.

Audemars Piguet

Fondata nel 1875 a Le Brassus, Audemars Piguet è la più antica manifattura di alta orologeria tuttora esistente ad essere ancora guidata dalle famiglie fondatrici, Audemars e Piguet. Meccanismi con suoneria, cronografi e complicazioni astronomiche erano e sono il suo fiore all’occhiello. Legata alle sue origini artigianali, conserva savoir-faire rari ed antichissimi, che si impegna a tramandare attraverso orologi unici, sovente impreziositi da un tocco artistico.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Cos’è e come si svolgono le posizioni yoga del Saluto al Sole

29 Gen

Che cos’è

Il Saluto al Sole è la sequenza di posizioni yoga in assoluto più famosa. Se si pensa allo Yoga di solito ci si immagina una persona seduta in una posizione a gambe incrociate che intona l’”Om”, tendenzialmente ferma, intenta a respirare ricercando il rilassamento di corpo e mente. Ma se dobbiamo pensare a una serie di movimenti, a cui lo yoga più moderno ci ha abituati, allora il Saluto a Sole è il re delle sequenze.

Significato e origine

In sanscrito si chiama Surya Namaskar: surya è il sole e namaskar è il saluto ossequioso. Il sole è sempre stato venerato nelle culture più antiche di tutto il mondo, compresa quella indiana, quindi verrebbe spontaneo pensare agli antichi praticanti di yoga intenti a compiere le posizioni che oggi conosciamo. In realtà nei testi antichi come i Veda (di datazione ancora dibattuta, ma indicativamente risalenti al 2000/1500 a.C., nei libri più antichi) si parla di un saluto del sole, che però è una formula verbale, eseguita attraverso dei versi, ma non v’è traccia di posizioni, che sono quasi certamente di origine molto più recente. Né se ne parla in altri testi classici dello Yoga, come Yoga Sutra di Patanjali o il più recente Hatha Yoga Pradipika, di Svatmarama.

Nell’interessante libro The Yoga body di Mark Singleton si afferma che il Saluto al Sole fisico sarebbe nato molto più tardi, addirittura nel XX secolo, dal Raja Bhavanarao Pant Pratinidhim (1868-1951), Raja di Aundh, che aveva studiato la cultura fisica non solo indiana, ma anche occidentale, e infine codificato una sua personale sequenza ginnica di allungamento e rafforzamento dei muscoli e delle articolazioni, con finalità di mantenersi in salute, che sarebbe proprio il Saluto al Sole. Fu da questo Raja che, intorno agli anni Trenta, prese probabilmente ispirazione Krishnamacharya, maestro dei più famosi maestri di Yoga del Novecento, da S.K. Pattabhi Jois, padre dell’Ashtanga Yoga, a B.K.S. Iyengar. Con il suo gruppo di specialissimi allievi, nella città di Mysore, diffuse e fece diventare oggi diremmo virale la sequenza del Saluto al Sole, nelle sue infinite varianti.PUBBLICITÀ

Tradizione dell’Hatha Yoga

Esistono molte varianti di Saluto al Sole, ma quella di cui parleremo qui è considerata la variante classica, codificata da Swami Sivananda (1887 – 1963), composta da 12 posizioni, una per ogni ora dell’orologio, molto simile a quella del Raja di Aundh, che ne aveva 10. Le posizioni alternano inarcamenti della schiena e flessioni in avanti, che vanno coordinate ad inspirazione ed espirazione, in una sequenza ben precisa.

Il Saluto al sole fa parte della pratica di Hatha Yoga, il più diffuso yoga che si trova nelle scuole oggi, con piccole varianti rispetto a quello classico, a seconda degli insegnanti. Ma ne esistono di più intense sul piano fisico, come il Surya namaskar A e B dell’Ashtanga Yoga, il saluto al sole del Jivamukti Yoga, oppure le numerose varianti praticate nel Vinyasa. Anche l’Iyengar yoga ha i suoi saluti al sole.

Come si esegue

La sequenza classica del Saluto al Sole si compone di 12 posizioni e può essere ripetuta per molte volte, compatibilmente con il proprio grado di allenamento. La cosa più importante è però coordinare bene il respiro e non eseguire le posizioni in apnea o sbagliando.

Anche se è una sequenza molto conosciuta, non è però così banale come si può pensare. È quindi sempre bene impararla sotto la guida di un insegnante esperto, perché alcuni movimenti potrebbero nuocere alla colonna vertebrale, se non correttamente eseguiti.

  1. Pranamasana: la prima posizione è in piedi, a gambe unite, con le mani a preghiera davanti al petto, in namasté.
  2. Hasta Uttanasana: si sollevano ora le braccia tese in alto sopra la testa, inarcando leggermente la schiena (non troppo, se hai dolori lombari). Questa posizione allunga la parte anteriore del corpo, i pettorali, gli addominali, i flessori dell’anca. E innalza il livello dell’energia nel corpo. Inspira.
  3. Padahastasana: piegati ora in avanti con le gambe tese, con le mani a terra, se ci arrivi, se no piegando leggermente le ginocchia, cercando di portare il mento verso le gambe. Questa flessione in avanti del busto va a massaggiare gli organi addominali e allunga la catena muscolare posteriore. Espira.
  4. Ashwa Sanchalanasana: la posizione equestre. Dalla posizione precedente, porta indietro la gamba destra in un affondo, piega il ginocchio e appoggialo a terra. Contemporaneamente il busto, prima piegato in avanti, si allunga ora in direzione opposta, estendendosi verso l’alto e inarcandosi leggermente, ricercando spazio nella zona toracica per accogliere l’inspirazione. Ora maggiormente si allungano i muscoli della catena muscolare anteriore. È importante in questa fase mantenere il basso addome attivo e risucchiato un po’ in dentro, per proteggere la zona lombare da possibili schiacciamenti dolorosi. Inspira.
  5. Dandasana: questo passaggio si fa trattenendo il respiro. Dalla posizione equestre, porta in dietro la gamba destra e vai nella posizione del bastone, come si traduce letteralmente danda, nota anche come plank nel mondo fitness. In appoggio su mani e piedi, il corpo assume una forma a linea retta. Trattieni il respiro.
  6. Ashtanga namaskara: il saluto ossequioso (namaskara) su otto (ashtau) appoggi (anga). Dal bastone precedente, piega le ginocchia e le braccia contemporaneamente, andando ad appoggiare a terra questi otto appoggi: i due piedi, le due ginocchia, le due mani, il petto e il mento. La pancia è sollevata da terra. Espira.
  7. Bhujangasana: la posizione del cobra. Dalla posizione sugli otto appoggi scivola a terra, prono. Le mani sono all’altezza del petto, gira il dorso dei piedi a terra e, inspirando, solleva le spalle e il petto da terra, con l’aiuto delle mani, ma mantenendo i gomiti piegati, a meno che tu non sia un praticante molto avanzato. Attiva bene i muscoli della schiena e mantieni il basso addome in dentro per salvaguardare la colonna vertebrale lombare. Inspira.
  8. Parvatasana (o Adho Mukha svanasana): il cane a faccia in giù. Dal cobra, torna a pancia a terra, gira i piedi con le punte appoggiate a terra e, spingendo sulle mani, porta in alto il bacino assumendo una posizione a montagna, il cui vertice è il bacino. Espira.
  9. Ashwa Sanchalanasana: a questo punto le posizioni si ripetono a ritroso. Si torna alla posizione equestre, la numero 4 di questo elenco, però portando avanti la gamba destra. Inspira.
  10. Padahastasana: riporta in avanti la gamba sinistra e vai nella posizione numero 2. Espira.
  11. Hasta Uttanasana: torna in piedi con la schiena dritta o leggermente inarcata e con le braccia in alto. Posizione numero 2. Inspira.
  12. Pranamasana: si termina la sequenza tornando con la schiena dritta e le mani a preghiera davanti al petto, come la posizione 1. Espira.

Quante volte ripeterlo

Un ciclo di Saluto al Sole consiste nell’eseguire due volte la sequenza da 1 a 12, alternando la gamba che va dietro e torna avanti nelle posizioni 4 e 9, prima la destra e poi la sinistra. Un ciclo si compone dunque di 24 posizioni. Swami Sivananda consigliava di iniziare con 4 cicli, controllando bene la corretta coordinazione dei movimenti con il respiro. Poi si può progressivamente aumentare fino a 12 cicli.

Essendo brevi hanno il vantaggio di poter essere svolti ogni giorno, così come il corpo richiede, perché si possono facilmente adattare alle proprie routine: quando si hanno 10 minuti se ne eseguono 5/6 cicli e, in base al tempo che si ha a disposizione, si aumentano le ripetizioni.

Esistono oggi alcune pratiche di 108 saluti al sole, che richiedono molta concentrazione e allenamento e sono assolutamente sconsigliate ai principianti.

Quando va fatto

Come suggerisce il suo nome, va praticato idealmente al mattino, rivolti verso est, dove sorge il sole, ed è una pratica energizzante che risveglia un po’ tutto il corpo, tonificando ed elasticizzando muscoli ed articolazioni. Può essere considerata una pratica a sé stante, o anche il riscaldamento per le posizioni yoga successive. Innalzando il livello energetico del corpo, non è indicato la sera, perché potrebbe ostacolare il riposo notturno.

Benefici

La notorietà di questa sequenza è dovuta al fatto che contiene movimenti che alternano inarcamenti e flessioni della colonna vertebrale, un ottimo modo per risvegliare l’energia del corpo al mattino e di mantenersi giovani e in forma, trattandosi di una sequenza dinamica che richiede dunque anche un certo grado di forza muscolare. I Saluti al Sole:

  • donano elasticità ai muscoli del corpo e alle principali articolazioni;
  • favoriscono la digestione e i movimenti intestinali;
  • rafforzano le ossa;
  • aiutano la mente a concentrarsi attraverso l’attenzione che bisogna riporre sul respiro;
  • respirare in maniera più lunga e profonda favorisce l’ossigenazione del corpo;
  • riequilibrano il sistema nervoso, dando beneficio a chi soffre di stress;
  • aumenta l’energia, dando una sensazione di benessere per tutta la giornata.

Le sequenze dinamiche, come i Saluti al Sole, sono l’ideale porta di ingresso nel mondo dello Yoga per quelle persone che fanno fatica a stare ferme a lungo in una posizione.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato sul portale DiLei – Take Care – Italiaonline

Il crono cinema di Nolan

28 Gen

Se c’è un regista che ha fatto del tempo un elemento cardine della sua cinematografia, quello è certamente Christopher Nolan, visionario autore di film che hanno segnato la storia del cinema, come Memento, Inception e Interstellar, nonché la trilogia del Cavaliere Oscuro, alias Batman. Un regista che è andato oltre gli avanti e indietro narrativi, tipici del cinema post moderno, come accade per esempio in Pulp Fiction di Tarantino, in cui lo spettatore deve ricostruire il filo narrativo. Nelle sue pellicole i piani temporali si intrecciano: in Memento partiamo dalla fine e ricostruiamo gli eventi a ritroso. In altri si viaggia avanti e indietro in un tempo che diventa elemento fluido, in cui lo spettatore a volte perde l’orientamento, anche per volontà del regista stesso. Come succede nel suo ultimo enigmatico film Tenet, che Andrea Chimento, ideatore e direttore responsabile del sito Longtake.it, docente di Istituzioni di Storia del Cinema presso l’Università Cattolica di Milano, ci aiuta a decifrare: “Tenet è l’undicesimo film di Nolan. Undici è un numero palindromo, letto in senso inverso mantiene immutato il significato. Anche Tenet è un titolo palindromo. È un film che va avanti nel tempo, poi a un certo punto torna indietro. Ci si smarrisce facilmente, ma Nolan ci invita anche un po’ a perderci. C’è una frase nel film in cui si dice ‘non cercare di comprenderlo. Vivilo, sentilo (feel it)’”. Ed è in questo lungometraggio che la classica battuta ‘sincronizziamo gli orologi’ assume un significato potenziato. Qui i segnatempo hanno infatti un ruolo narrativo: circa mezzora prima della fine i personaggi vanno a sincronizzarli ed è come se sincronizzassero le loro menti. In un caos temporale in cui si risale solo attraverso l’amore, l’altro grande tema del cinema di Nolan, sotteso in quasi tutti i suoi film, anche quelli di fantascienza. Gli orologi attraverso cui ricostruiamo meglio la trama sono modelli realizzati da Hamilton. Non orologi preesistenti che appaiono nelle scene, bensì segnatempo creati apposta all’interno della divisione di Swatch Group dedicata al mondo del cinema, in un processo di sviluppo tecnico, test di qualità e produzione durato quasi due anni.

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Quello tra il brand e Hollywood è un legame consolidato: dal lontano 1932, quando il primo orologio compare nel grande classico Shanghai Express, con Marlene Dietrich, sono passati oltre 80 anni, con più di 500 apparizioni (tra cui 2001 Odissea nello spazio, The Martian, Independence day – Rigenerazione e Man in Black). Nel corso del tempo si è passati da un semplice product placement a un vero e proprio ruolo all’interno della storia narrata. Anche grazie all’impegno del marchio che, conservando il suo spirito americano, ma con la precisione svizzera, collabora fianco a fianco degli scenografi e dei registi per realizzare orologi unici. Come nel caso di Christopher Nolan e del suo capo scenografo Nathan Crowley, con i quali Hamilton aveva già collaborato su un precedente film, Interstellar (2014), che rappresenta il punto di svolta per il ruolo dei segnatempo nel cinema. È qui che per la prima volta gli orologi hanno un significato narrativo all’interno della trama. I due protagonisti, l’astronauta-padre Matthew McConaughey e la figlia dodicenne, Murph, promessa della matematica, comunicano attraverso due orologi identici, con cui il padre, dallo spazio, manda un messaggio in morse attraverso la lancetta dei secondi alla figlia, sulla Terra. E se “Nolan è il regista più importante nell’ambito del cinema contemporaneo per quanto riguarda la modellazione temporale”, come sottolinea Andrea Chimento, attraverso Tenet e il suo regista Nolan, Hamilton consolida il suo ruolo di “the movie brand”.

Christopher Nolan

Nato a Londra nel 1970, Christopher Nolan è un regista, sceneggiatore e produttore britannico ricercato, uno dei più apprezzati da critica e pubblico. Il suo primo film, Following, è del 1998, ma è con Memento, nel 2000, a budget molto basso ma rilievo molto alto, che la sua carriera si impenna. Arriva a dirigere Al Pacino nel successivo Insomnia e, tre anni più tardi, una trilogia importante, quella del Cavaliere Oscuro, che lo porterà ad avere incassi da record. Ama temi psicologici come la natura della memoria, l’identità personale, il confine tra la realtà e la sua percezione individuale, e lo fa attraverso sceneggiature studiate per anni e una narrazione non lineare, in cui le alternanze temporali sono sempre centrali, come in Inception, Interstellar e nell’ultimo nato, Tenet.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Chopard e le miniere che brillano di giustizia

28 Gen

Un minatore che lavora ancora con tecniche di estrazione mineraria alluvionale, con il classico setaccio in mano per vagliare la sabbia aurifera. Un’immagine d’inizio Novecento che ricorda i primi estrattori del Klondike, quelli della famosa corsa all’oro di cui hanno raccontato scrittori e registi, tra cui Charlie Chaplin nel film La febbre dell’oro, capolavoro di poesia in cui un nullatenente che non ha altro cibo se non una zuppa fatta con le sue stesse scarpe, diventa milionario proprio grazie all’oro. Ma è proprio così che lavorano ancora oggi alcuni minatori artigianali in Colombia che Chopard, per una scelta etica, ha deciso di sostenere acquistandone il 100% della produzione. Parliamo della regione di El Chocò, una delle più ricche d’oro, ma anche delle più povere del Paese, in cui la manodopera, al 46% femminile, si avvale di tecniche di raccolta manuale e metodi privi di utilizzo di mercurio, a salvaguardia della biodiversità del territorio. Un metodo certamente non competitivo, ma ecosostenibile, che il brand sostenta ormai da anni e di cui questo è solo l’ultimo tassello in ordine di tempo. Proprio nel 2020 la manifattura svizzera ha stretto una nuova collaborazione con la Swiss Better Gold Association, grazie alla quale acquisterà l’oro dei Barequeros colombiani, i minatori d’oro artigianali, ai quali viene assicurato un prezzo di vendita competitivo e, in più, un premio da reinvestire nelle loro comunità, per migliorare condizioni di vita e di lavoro. Stessa cosa che accade già con altri piccole realtà della Bolivia, per promuovere i minatori d’oro responsabili che lavorano su piccola scala. In questo campo, Chopard è il primo produttore di gioielli e orologi di lusso al mondo ad aiutare le comunità minerarie a ottenere la certificazione Fairmined, che garantisce che l’oro sia estratto in maniera etica, rispettando i lavoratori e l’ambiente, e a fornire loro formazione, assistenza sociale e ambientale.

Una scelta possibile perché Chopard è una delle pochissime realtà che, nella manifattura di Ginevra, ha una fonderia interna. Al piano interrato si trova infatti questo luogo simile al laboratorio di un alchimista dove Paulo, l’artigiano specializzato nella fusione che lavora in azienda da quasi vent’anni, può creare le sfumature di colore desiderate. Voluta da Karl Scheufele, padre di Caroline e Karl Friedrich Scheufele, gli attuali Co-presidenti di Chopard, la fonderia fu creata nel 1978 per integrare e verticalizzare la produzione, a partire dalla fusione dell’oro. Questo ha consentito inoltre di controllare la filiera di approvvigionamento della materia prima, per anni difficilmente tracciabile. Una materia prima che, come le pietre preziose, è spesso legata a criminalità, illegalità e sfruttamento. Elemento che strideva con l’etica e la responsabilità della famiglia Scheufele, che da sette anni ha deciso di muoversi a passo deciso verso un lusso sostenibile.

Si chiama infatti The Journey to Sustainable Luxury il progetto pluriennale intrapreso nel 2013, in collaborazione con Eco-Age e la sua direttrice creativa Livia Firth, con i primi gioielli della Green Carpet Collection realizzati con oro fairmined e diamanti che rispettano la condotta del Responsible Jewellery Council, indossati la prima volta da una sfavillante Marion Cotillard sul red carpet di Cannes. Dal 2014 anche la Palma d’Oro di Cannes, by Chopard, è realizzata in oro fairmined, mentre nel 2014 a Basilea è stato presentato il primo segnatempo d’Alta Orologeria in oro responsabile al mondo, il L.U.C. Tourbillon QF Fairmined. Un anno più tardi, attraverso la partnership con la raffineria d’oro svizzera PX Précinox Sa, anche l’esportazione e la raffinazione dell’oro vengono sottoposte a rigidi controlli e hanno piena tracciabilità. Si arriva poi al 2018, l’anno del traguardo più importante: da allora tutta la filiera Chopard è al 100% in oro etico. “La sostenibilità è un obiettivo in movimento, è un viaggio che non finisce mai”, afferma Caroline Scheufele, co-presidente e direttrice artistica della manifattura. “Oggi più che mai deve rappresentare una priorità per proteggere le persone sul campo che, con il loro lavoro, rendono possibile la nostra attività”. Un approccio da pionieri che aiuta le comunità più povere del mondo e allo stesso tempo conferisce alla Maison una significativa differenziazione rispetto ai competitor. La coscienza ha un prezzo e Chopard è felice di pagarlo.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Il design non è solo l’aspetto e la percezione: il design è come funziona

3 Dic

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“La mia idea di design? È un rapporto di sintesi e perfetto equilibrio, tra forma e funzione”, spiega l’architetto Bernardo Zuccon che, insieme alla sorella Martina, guida lo studio Zuccon International Project, fondato a Roma nel 1976 dai genitori, Gianni Zuccon e la moglie Paola Galeazzi. Attivo in ambiti diversi, è però nel settore della nautica che si distingue anche a livello internazionale, collaborando in modo costante con alcuni dei più importanti cantieri navali italiani, tra cui Ferretti Yachts, Custom Line, CRN e Picchiotti. “Ancora prima di iniziare a parlare di design, però, bisogna partire da quello che è il punto di partenza primordiale per qualsiasi esperienza progettuale: l’uomo. L’uomo è la creatura che vive fisicamente lo spazio e gli oggetti che noi designer creiamo e, al contempo, è anche il riferimento proporzionale ed ergonomico per garantire un equilibrio funzionale, fondamentale per parlare poi di design”.

Tiene fede

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a questo principio di base Heritage, il 45 metri che inaugura la collaborazione dello studio con Picchiotti Yachts, che “nasce dalla volontà di creare un ecosistema marino dove l’uomo è in grado d

i svolgere quell’attività che è l’obiettivo finale che ogni yacht designer deve avere chiaro in mente: vivere il mare”. Heritage infatti ha volumi interni generosi, si pensi che su tutto il ponte di coperta l’altezza è di tre metri, enfatizzati da un ampio uso del vetro che crea continuità tra gli interni e il mare. “A bordo il rapporto tra forma e funzione si sposta più verso la funzionalità”, aggiunge Zuccon. “Perché mantiene e approfondisce alcuni parametri della scansione volumetrica, staccandosi però dall’interpretazione in cui è la forma a comandare. Heritage non è un bellissimo involu

cro che impone i suoi limiti all’uomo, proprio perché siamo partiti dal concetto che è l’uomo a creare l’architettura della barca”. Heritage è un omaggio al più importante designer che ha lavorato con Picchiotti, Gerhard Gilgenast, e ne ripropone lo stile tipico, reinterpretato in chiave moderna. La sua peculiarità è la capacità di trasportare molti toys, due tender (una barca a vela e una a motore, di nove metri ciascuna) e due moto d’acqua, proprio come chiedono oggi molti armatori.

Guardando al passato, Zuccon ricorda con affetto ed emozione Custom Line Navetta 37, ilprimo progetto nato da una sua intuizione personale, la prima vera barca completamente figlia sua e di sua sorella Martina. Nel suo stile di design è affascinato dal concetto di ibridazione tipologica, che gli permette di lavorare su contaminazioni stilistiche e funzionali trasversali, che attingono non solo dal mondo della nautica, ma anche del design, dell’architettura e dell’automotive. “Sono convinto però che i progetti più belli siano quelli che ci aspettano domani. Per me e lo studio questo è un momento significativo, con l’avvio di nuove collaborazioni con Perini e Sanlorenzo. Ci troviamo come all’inizio di una nuova storia d’amore, quando tutto è meraviglioso e c’è grandissimo entusiasmo. Per Sanlorenzo progetteremo dalle imbarcazioni piccole in vetroresina a quelle più grandi in metallo; con Perini invece proporremo prodotti di grandi dimensioni, estremamente customizzati”. Uno sguardo al futuro in cui non mancherà mai il lavoro di ricerca, presenza appassionata e costante nel lavoro dell’architetto.

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Teak issue del 2018

Creative minds: Francesco Paszkowski

12 Nov

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Sensibilità e capacità di ascolto dei bisogni del cliente, uniti a una profonda conoscenza di tutti i processi che contribuiscono alla nascita di uno yacht, sono alla base del successo di Francesco Paszkowski Design, lo studio fondato a Firenze nel 1990 dall’omonimo designer, che ha lavorato con i maggiori cantieri italiani e internazionali, tra cui le collaborazioni storiche con Baglietto, Heesen Yachts e Sanlorenzo. “In un contesto in rapida evoluzione, come quello della nautica, la propria esperienza non basta mai”, spiega Paszkowski. “La storia del cantiere, il lavoro di coloro che sono coinvolti nella costruzione della barca, dall’ordine al varo, una stretta comunicazione tra il reparto tecnico del costruttore, il proprietario e lo studio di design sono fondamentali nel processo di progettazione”.

Inizia a lavorare col padre, Giovanni, e con Pierluigi Spadolini, uno dei grandi maestri dell’architettura moderna e del design italiano e “nel 1986, quando ebbi l’opportunità di disegnare barche, il desiderio di esprimere me stesso era più forte di qualunque altra cosa”, ricorda il designer, nato a Milano, ma ormai radicato a Firenze. Da allora ha realizzato yacht plananti e disolocanti di serie, custom, in vetroresina e in alluminio, inizialmente solo come design esterno, ma già dal 1996 anche per gli interni, viste le crescenti richieste di progetti che includessero ogni aspetto.

Incarna questa filosofia progettuale a tutto tondo Custom Line 120, il primo yacht planante ideato per Custom Line, i cui principi guida richiesti dal cantiere erano due: creare un restyling della linea, mantenendo la continuità del marchio, e aumentare il contatto con il mare.

“Abbiamo voluto dare un profilo filante e potente allo scafo: linee tese corrono da poppa a prua dando vita a un’emozionante alternanza materica e cromatica di superfici strutturali chiare e vetrate scure”, dice il designer. “Un’innovazione sostanziale è la sovrastruttura rialzata rispetto alla coperta. Le finestrature laterali, cielo-terra, trasformano il salone in una terrazza panoramica che offre una vista ineguagliabile”, continua. “Le finestre laterali, leggermente ricurve, la scelta di eliminare la falchetta davanti al salone e nella suite armatoriale a prua enfatizzano la sensazione di essere ancora più vicini e a stretto contatto con l’acqua”.

Per gli interni, realizzati in collaborazione con Margherita Casprini, il layout si ispira ai codici dell’arredamento domestico di lusso: ne sono un esempio le colonne di sostegno, che includono sistemi d’illuminazione, audio e aria condizionata; o l’unico open space arricchito da tendaggi che dividono, senza separare in modo netto. Una grande vetrata separa il salone dal pozzetto, suddivisa in due sezioni che si aprono anche a ribalta, così da creare una grande area esterno-interno, concepita come una lounge rivestita in teak e arredata in stile con gli interni. Ed è stata data anche un’attenzione particolare alle aree esterne, da sempre un tratto peculiare del marchio. Sull’upper deck, l’area relax con vasca idromassaggio può essere riparata dal sole grazie a un bimini a scomparsa nell’hard top, sostenuto a poppa da due pali integrati alla sovrastruttura.

Ecco dunque che le nuove soluzioni tecniche e l’intero progetto delle linee esterne e interne sono strettamente legati fra loro come parti di un unico impianto architettonico, in cui forma e funzione sono perfettamente bilanciati. In puro stile Francesco Paszkowski Design.

 

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Amethist issue – del 2017

Horacio Bosso: Truly unique

5 Nov

Argentino di nascita, ma di origini italiane, Horacio Bozzo è un designer e ingegnere navale cosmopolita che ha studiato a Buenos Aires, ha iniziato la sua carriera a Roma, per poi trasferirsi in uno studio di alto profilo a Fort Lauderdale, negli Usa. Dopo qualche anno, è proprio qui, nel 1996, che fonda il suo studio di ingegneria navale, Axis Group Yacht Design, che attualmente impiega 16 persone. Nel 2000 è poi tornato in Italia e qui ha dato vita a Horacio Bozzo Design, il suo brand che si occupa esclusivamente di design di esterni e interior layout di superyacht.

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“Mi piace che i miei yacht abbiano una forte personalità, ma che siano rappresentabili con poche linee, minimalisti”, sintetizza Bozzo. Nei modi gentili e pacati con cui ci racconta dei suoi progetti, si percepiscono una grande passione per il suo lavoro e una forte determinazione, che è il motore della sua brillante carriera che l’ha portato a lavorare con i più grandi cantieri internazionali, tra cui Lurssen, Fincantieri, Perini Navi, Benetti e Azimut, con progetti che vanno dai 40 ai 140 metri. “Fin da piccolo, quando ho capito che avrei voluto fare questo mestiere, ho pensato che l’unica maniera sarebbe stata prima studiare le barche, capire come sono fatti uno scafo, la struttura, gli impianti, per poi poter progettare le mie, innovando. Senza conoscere in profondità come è fatto uno yacht, non avrei avuto gli elementi per poter innovare, ma solo per emulare”.

Questa esigenza di creare progetti davvero unici lo ha portato ad avere uno stile personale che si distingue e che è evidente in uno dei suoi concept più recenti, Private Bay, un mega yacht di 123 metri realizzato insieme a Fincantieri Yachts. Con più di 1300 mq di spazi interni ed esterni, dislocati su sei ponti, in grado di accogliere 18 passeggeri e 31 persone d’equipaggio, Private Bay ha sia zone di privacy assoluta, come richiedono gli armatori di yacht come questi, sia spazi a diretto contatto con l’acqua e dedicati al divertimento, caratteristica molto più rara. “La poppa è unica: è un Open beach club di 160 mq, con piscina a livello del mare, pensata per un armatore magari con figli piccoli, che ha voglia di vivere il mare in maniera più informale, insieme agli amici. L’idea mi è venuta pensando a come vorrei io una barca così grande e insieme a Fincantieri Yachts abbiamo trovato la maniera di renderlo possibile”. Già, perché strutturalmente una poppa di questo tipo, molto larga, poneva dei problemi di stabilità importanti, che però la grande esperienza Fincantieri ha permesso di superare. “È come progettare una Formula 1: non è che sia impossibile da costruire, però devi andare dalla casa automobilistica in grado di saperlo fare”. Originale anche la veranda a poppa del ponte principale, che ricorda una conchiglia, protetta da vetri e molto riservata, visto che le scale per salire su questo ponte sono spostate nella parte anteriore a questa zona.

Visto l’interesse suscitato da Private Bay, è stata pensata anche una versione da 140 metri di questo megayacht e, nel frattempo, Bozzo e il suo team stanno lavorando su concept di grandi metrature, un 100 metri per cantieri del Nord Europa, su cui vige ancora riserbo, e un 50 metri per Benetti.

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Jade Issue – del 2017

Creative Minds: Margherita Casprini

27 Ott

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Cresciuta respirando aria di architettura nello studio del padre, architetto a Firenze, quasi inevitabilmente Margherita Casprini sceglie la matita come prima amica e compagna di vita. Che non ha mai tradito, ma scelto e riscelto a ogni bivio che le si è presentato, superando il destino di figlia d’arte e abbracciando la libera professione “per seguire quello che desideravo veramente”, dopo aver insegnato per un breve periodo architettura d’interni a La Spezia.

Determinante è l’incontro con Francesco Paszkowski nel 2006. “Ho cominciato a collaborare con lo studio Paszkowski per gli interni, dando il mio contributo per la ricerca di nuovi materiali, una componente fondamentale nei progetti. Con il tempo il lavoro dello studio è aumentato e mi sono fatta coinvolgere. Con Paszkowski ho imparato a considerare il progetto come un corpo unico, anche se ho continuato a lavorare solo agli interni sotto la guida di Francesco”. Questo significa anche il décor, l’illuminazione, la progettazione di mobili e lampade custom, l’allestimento completo della barca “anche per oggetti di uso quotidiano a bordo, come piatti e asciugamani, bicchieri e cuscini, per mantenere anche in questo la coerenza del progetto”. La sfera d’intervento di Casprini si amplia giorno dopo giorno e i confini del mondo della nautica, il core business dello studio, vengono oltrepassati. Nascono oggetti e progetti di case. “A bordo di Papi du Papi, 50 metri costruito da Isa nel 2011, il décor creato era fondato su due sole essenze, unito a vetro e pelle, materiali che facevano da “contenitore” ai mobili custom e agli oggetti personali che l’armatore possedeva e desiderava avere a bordo. Dopo aver realizzato la sua barca, l’armatore ha affidato allo studio anche il progetto della sua casa. L’approccio è stato simile. Per il progetto della sua dimora, abbiamo lavorato su scelte architettoniche e definizione degli spazi, dove quinte in arredo creano i diversi ambienti senza separazioni nette. Come a bordo, la luce ha giocato un ruolo importante, mirato a esaltare il contrasto luci-ombre, creato dai materiali”. Anche in questo caso i mobili progettati per l’esterno “ricordano la forma di quelli all’interno per coerenza progettuale, come facciamo anche nelle barche quando ci occupiamo di interni ed esterni”. Nel suo lavoro Casprini é supportata dallo staff dello studio dove oggi lavorano designer di diverse nazionalità. “È stimolante lavorare in un ambiente così eterogeneo e so di essere una persona fortunata perché ho avuto l’opportunità di fare il lavoro che mi piace. Il contatto con il cliente e il controllo della produzione sono necessari per ottenere un risultato che esprima equilibrio e armonia, qualunque sia il gusto – classico, contemporaneo o minimalista – del committente. A volte può essere molto impegnativo, ma fondamentale. Lavorando con Paszkowski, che vanta una lunga esperienza, ho cercato di proporre le mie idee, ma anche di “rubargli il mestiere” e ho imparato che ascoltare e osservare sono indispensabili per affrontare un progetto che possa soddisfare i desideri del cliente. Abbiamo un confronto quotidiano costruttivo, soprattutto quando partiamo da posizioni diverse”. Sono numerosi i progetti affidati allo studio Paszkowski da privati e da cantieri, nella nautica e nel residenziale, ai quali Margherita Caprini collabora attualmente. Non ci sarà da stupirsi se lo studio dovesse un giorno pensare di creare una nuova struttura per lo sviluppo di prodotti di design destinati anche ad altri settori.

 

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Amber issue – del 2017

Fincantieri Yachts

1 Mar

Non solo navi da crociera, offshore o militari. Forte dell’eccellenza tecnologica espressa in molti ambiti delle costruzioni navali, Fincantieri nel 2005 ha fondato una nuova business unit che si occupa specificamente della produzione di mega yacht dai 70 metri in su. Si chiama Fincantieri Yachts e ha l’obiettivo di affermarsi come leader tecnologico anche in questo segmento. “Fincantieri ha una storia molto importante di leadership tecnologica, presente in molte delle 7000 navi costruite, con un dna unico che combina eccellenza nella tecnologia, nell’ingegneria e nella capacità produttiva”, afferma Marco Francesco Mazzù, Head of Origination Strategies and Market Development di Fincantieri Yachts, che con passione ci fa entrare nel mondo di questi superyacht.

Il primo a essere costruito è stato Serene, lungo 134 metri e consegnato nel 2011: allora era il nono megayacht più grande del mondo e nel 2012 fu anche giudicato il migliore della sua categoria, vincendo il World Superyacht Award. Nel 2014 è stato varato il secondo, Ocean Victory, ancora più imponente, che con i suoi 140 metri è il più grande yacht mai costruito in Italia e, ad oggi, il nono più grande del mondo.

“Ci siamo posizionati da subito per competere con i migliori del segmento”, spiega Mazzù. “Per fare questo abbiamo messo insieme le competenze specifiche dello yachting, quelle tecnologiche e di gestione del luxury, facendo leva sulle migliori capacità presenti in azienda (per esempio i vari centri di eccellenza Fincantieri), e sul mercato”. La produzione dei MegaYacht avviene nella location storica di Muggiano, vicino a La Spezia, dove nascono tutti i prodotti a più alta complessità, come anche le navi militari più all’avanguardia: le fregate, i sottomarini, le portaerei.

La modalità principale con cui Fincantieri Yachts si propone sul mercato è di creare prodotti unici che rispondano a esigenze e richieste specifiche di armatori, che vogliono vedere realizzati i propri sogni.

A questa modalità, da qualche anno, Fincantieri Yachts ha affiancato uno scrupoloso processo di sviluppo di nuovi concept che fa sì che i megayacht che poi saranno proposti sul mercato non siano voli pindarici di puro design, ma yacht realizzabili, basati su tecnologia avanzata che serve per creare un luxury lifestyle unico e che consente di ottenere prodotti di bellezza assoluta, che vadano oltre la provocazione di design del momento.

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“Nella metodologia di product development, insieme al designer andiamo a immaginare lo stile di vita a bordo dei potenziali clienti. Una volta compreso questo, si sviluppa il concept: una combinazione di linee estetiche e di piano generale che riflette il lifestyle individuato. A questo uniamo un altro tassello fondamentale per noi, cioè gli elementi unici di tecnologia che fanno sempre parte dei nostri progetti”, continua Mazzù.

Il nuovissimo Sundance, per esempio, un 90 metri sviluppato da Steve Gresham (come Exterior Designer) e da Fiona Diamond (come Interior Designer), risponde all’esigenza di clienti che hanno un forte desiderio di vivere gli spazi all’aperto. Ecco dunque nascere una sorta di grande open, con un ampio sun deck all’interno del quale ci sono sia la piscina sia tutti gli altri elementi per dare il migliore livello di esperienza open air all’armatore.

Per clienti che invece amano spostarsi ed esplorare, Fc Swath 75, nato dalla matita di Andrea Vallicelli, è un concept di 75 metri di inizio 2015 ideato anche per chi soffre il mal di mare: ha una struttura tecnologica particolare che permette di avere lo yacht stabile anche in condizione di mare abbastanza mosso e può essere combinato con una propulsione con fuel cell, completamente green, tecnologia che Fincantieri utilizza già da 20 anni su alcuni sottomarini.

Nell’Ottantacinque, sviluppato con Pininfarina, il lifestyle è invece quello di un understated luxury, per persone che non hanno bisogno di dimostrare niente, perché già sono, con il desiderio di godersi la barca con famiglia e amici: ecco quindi la presenza di molti accessi al mare, una profusione di luce naturale e molta flessibilità nell’utilizzo degli spazi interni ed esterni.

“Sempre lo scorso settembre”, aggiunge Mazzù, “con lo studio H2 abbiamo realizzato il nostro entry point – Aura – un concept di 75 metri. L’idea alla base è semplice, ma difficile da realizzare. Dare all’interno di uno spazio limitato una serie di elementi che permettono una vivibilità tipica di barche di taglia superiore, da 80/90 metri. Molto ricca a livello di contenuti, ha un eliporto touch and go, terrazza e palestra panoramica, un’area dell’armatore molto ampia, sei cabine per ospiti, può portare un equipaggio di circa 20 persone e ha un tender garage che può ospitare un Aquariva, o piccoli sottomarini”. Tutti i concept delineano un’idea generale della struttura dello yacht, ma sono poi interamente personalizzabili dagli armatori, anche grazie alla capacità unica del team di ingegneria e dei partner di cui si avvale Fincantieri Yachts.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design – Silver issue

 

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