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Anita Porchet, la regina degli smalti

10 Feb

Un atelier con vista sulla natura di Corcelles-le-Jorat, a poca distanza dalla culla dell’orologeria svizzera di grande precisione. Un tavolo da lavoro gremito da una miriade di barattolini colorati, il cui contenuto, nelle mani sapienti della smaltatrice più rinomata dell’industria del tempo, diventa materiale prezioso che rende unici orologi già raffinati di per sé. È questo il luogo magico in cui Anita Porchet, una donna dalla voce dolce e pacata, attraverso il fuoco trasforma i suoi materiali tradizionali in meravigliosi quadranti artistici, con infinita concentrazione, pazienza e precisione. Una maestria tipica di chi ha imparato questo mestiere da bambina, che l’ha portata a vincere una serie infinita di premi ed a collaborare con le più grandi manifatture di alta orologeria. L’ultima in ordine di tempo, Audemars Piguet per la quale ha realizzato una trilogia di quadranti in smalto paillonnée “Grand Feu” per il Grande Sonnerie Carillon Supersonnerie della collezione Code 11.59 by Audemars Piguet. Un supercomplicato con Grande Soneria, una delle complicazioni più raffinate della storia dell’alta orologeria, che solo un ristretto gruppo di orologiai è in grado di realizzare, assemblare e regolare. Che qui si accompagna alla Supersonnerie, innovativa tecnologia brevettata dalla manifattura all’insegna di una performance acustica ancor più sopraffina, ed alla funzione carillon, riassunti in una complessa meccanica da ben 489 componenti.

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Proprio in omaggio ai Grande Sonnerie realizzati nella Vallée de Joux tra il XVII e il XIX secolo, che erano in smalto, la marca ha intrapreso una collaborazione con la smaltatrice svizzera, che ha decorato ogni quadrante con antichi lustrini d’oro, secondo la tecnica paillonné. “Ho iniziato a lavorare con Audemars Piguet un anno fa”, raccontata l’artista. “Di solito i brand vengono da me con delle idee ben precise. Questa volta è stato diverso. Desideravo lavorare con la tecnica paillonné, non l’avevo mai fatto prima. Hanno compreso pienamente il mio mestiere e mi hanno dato completa libertà. È davvero insieme che abbiamo creato questi pezzi unici”. Il paillonné è un’arte unica nel suo genere. Anita Porchet ha tagliato a mano foglie d’oro risalenti a oltre un secolo fa, attraverso tecniche e strumenti antichi, per dare la forma desiderata ai lustrini (paillon), poi meticolosamente incorporati sul disco smaltato del quadrante, prima di passare alla fusione nel forno. “I tre quadranti usano paillons con una struttura geometrica. Linee rette, piccoli anelli. Lavoro con gli stessi strumenti che si usavano il secolo scorso. Ho a cuore il concetto di lavorare così come mi è stato insegnato. Per me la perfezione non fa la bellezza, è piuttosto l’opposto. Anche se ricerco la perfezione, e so che la cercherò per sempre, questa simmetria imperfetta è sinonimo di vita”. Per trovare il colore desiderato che mettesse in evidenza i paillon d’oro, ha combinato cinque colori diversi. “È un processo lungo. Non si tratta solo del tempo impiegato per la creazione, ma anche del tempo di riflessione. Posiziono il materiale, lo rimuovo, lo sostituisco. La creazione del terzo quadrante, per esempio, è stata più lunga e laboriosa, perché ho utilizzato la tecnica del cloisonné, oltre al paillonné. Non a caso ho avuto un problema tecnico nella realizzazione proprio dell’ultimo pezzo della trilogia, ma sono molto contenta del risultato”. Tre orologi unici con una straordinaria unione di innovazione e tradizione, ai quali si aggiungeranno altri due esemplari per i quali i clienti potranno richiedere un quadrante personalizzato, sempre realizzato nello studio di Anita Porchet.

Audemars Piguet

Fondata nel 1875 a Le Brassus, Audemars Piguet è la più antica manifattura di alta orologeria tuttora esistente ad essere ancora guidata dalle famiglie fondatrici, Audemars e Piguet. Meccanismi con suoneria, cronografi e complicazioni astronomiche erano e sono il suo fiore all’occhiello. Legata alle sue origini artigianali, conserva savoir-faire rari ed antichissimi, che si impegna a tramandare attraverso orologi unici, sovente impreziositi da un tocco artistico.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Il crono cinema di Nolan

28 Gen

Se c’è un regista che ha fatto del tempo un elemento cardine della sua cinematografia, quello è certamente Christopher Nolan, visionario autore di film che hanno segnato la storia del cinema, come Memento, Inception e Interstellar, nonché la trilogia del Cavaliere Oscuro, alias Batman. Un regista che è andato oltre gli avanti e indietro narrativi, tipici del cinema post moderno, come accade per esempio in Pulp Fiction di Tarantino, in cui lo spettatore deve ricostruire il filo narrativo. Nelle sue pellicole i piani temporali si intrecciano: in Memento partiamo dalla fine e ricostruiamo gli eventi a ritroso. In altri si viaggia avanti e indietro in un tempo che diventa elemento fluido, in cui lo spettatore a volte perde l’orientamento, anche per volontà del regista stesso. Come succede nel suo ultimo enigmatico film Tenet, che Andrea Chimento, ideatore e direttore responsabile del sito Longtake.it, docente di Istituzioni di Storia del Cinema presso l’Università Cattolica di Milano, ci aiuta a decifrare: “Tenet è l’undicesimo film di Nolan. Undici è un numero palindromo, letto in senso inverso mantiene immutato il significato. Anche Tenet è un titolo palindromo. È un film che va avanti nel tempo, poi a un certo punto torna indietro. Ci si smarrisce facilmente, ma Nolan ci invita anche un po’ a perderci. C’è una frase nel film in cui si dice ‘non cercare di comprenderlo. Vivilo, sentilo (feel it)’”. Ed è in questo lungometraggio che la classica battuta ‘sincronizziamo gli orologi’ assume un significato potenziato. Qui i segnatempo hanno infatti un ruolo narrativo: circa mezzora prima della fine i personaggi vanno a sincronizzarli ed è come se sincronizzassero le loro menti. In un caos temporale in cui si risale solo attraverso l’amore, l’altro grande tema del cinema di Nolan, sotteso in quasi tutti i suoi film, anche quelli di fantascienza. Gli orologi attraverso cui ricostruiamo meglio la trama sono modelli realizzati da Hamilton. Non orologi preesistenti che appaiono nelle scene, bensì segnatempo creati apposta all’interno della divisione di Swatch Group dedicata al mondo del cinema, in un processo di sviluppo tecnico, test di qualità e produzione durato quasi due anni.

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Quello tra il brand e Hollywood è un legame consolidato: dal lontano 1932, quando il primo orologio compare nel grande classico Shanghai Express, con Marlene Dietrich, sono passati oltre 80 anni, con più di 500 apparizioni (tra cui 2001 Odissea nello spazio, The Martian, Independence day – Rigenerazione e Man in Black). Nel corso del tempo si è passati da un semplice product placement a un vero e proprio ruolo all’interno della storia narrata. Anche grazie all’impegno del marchio che, conservando il suo spirito americano, ma con la precisione svizzera, collabora fianco a fianco degli scenografi e dei registi per realizzare orologi unici. Come nel caso di Christopher Nolan e del suo capo scenografo Nathan Crowley, con i quali Hamilton aveva già collaborato su un precedente film, Interstellar (2014), che rappresenta il punto di svolta per il ruolo dei segnatempo nel cinema. È qui che per la prima volta gli orologi hanno un significato narrativo all’interno della trama. I due protagonisti, l’astronauta-padre Matthew McConaughey e la figlia dodicenne, Murph, promessa della matematica, comunicano attraverso due orologi identici, con cui il padre, dallo spazio, manda un messaggio in morse attraverso la lancetta dei secondi alla figlia, sulla Terra. E se “Nolan è il regista più importante nell’ambito del cinema contemporaneo per quanto riguarda la modellazione temporale”, come sottolinea Andrea Chimento, attraverso Tenet e il suo regista Nolan, Hamilton consolida il suo ruolo di “the movie brand”.

Christopher Nolan

Nato a Londra nel 1970, Christopher Nolan è un regista, sceneggiatore e produttore britannico ricercato, uno dei più apprezzati da critica e pubblico. Il suo primo film, Following, è del 1998, ma è con Memento, nel 2000, a budget molto basso ma rilievo molto alto, che la sua carriera si impenna. Arriva a dirigere Al Pacino nel successivo Insomnia e, tre anni più tardi, una trilogia importante, quella del Cavaliere Oscuro, che lo porterà ad avere incassi da record. Ama temi psicologici come la natura della memoria, l’identità personale, il confine tra la realtà e la sua percezione individuale, e lo fa attraverso sceneggiature studiate per anni e una narrazione non lineare, in cui le alternanze temporali sono sempre centrali, come in Inception, Interstellar e nell’ultimo nato, Tenet.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Chopard e le miniere che brillano di giustizia

28 Gen

Un minatore che lavora ancora con tecniche di estrazione mineraria alluvionale, con il classico setaccio in mano per vagliare la sabbia aurifera. Un’immagine d’inizio Novecento che ricorda i primi estrattori del Klondike, quelli della famosa corsa all’oro di cui hanno raccontato scrittori e registi, tra cui Charlie Chaplin nel film La febbre dell’oro, capolavoro di poesia in cui un nullatenente che non ha altro cibo se non una zuppa fatta con le sue stesse scarpe, diventa milionario proprio grazie all’oro. Ma è proprio così che lavorano ancora oggi alcuni minatori artigianali in Colombia che Chopard, per una scelta etica, ha deciso di sostenere acquistandone il 100% della produzione. Parliamo della regione di El Chocò, una delle più ricche d’oro, ma anche delle più povere del Paese, in cui la manodopera, al 46% femminile, si avvale di tecniche di raccolta manuale e metodi privi di utilizzo di mercurio, a salvaguardia della biodiversità del territorio. Un metodo certamente non competitivo, ma ecosostenibile, che il brand sostenta ormai da anni e di cui questo è solo l’ultimo tassello in ordine di tempo. Proprio nel 2020 la manifattura svizzera ha stretto una nuova collaborazione con la Swiss Better Gold Association, grazie alla quale acquisterà l’oro dei Barequeros colombiani, i minatori d’oro artigianali, ai quali viene assicurato un prezzo di vendita competitivo e, in più, un premio da reinvestire nelle loro comunità, per migliorare condizioni di vita e di lavoro. Stessa cosa che accade già con altri piccole realtà della Bolivia, per promuovere i minatori d’oro responsabili che lavorano su piccola scala. In questo campo, Chopard è il primo produttore di gioielli e orologi di lusso al mondo ad aiutare le comunità minerarie a ottenere la certificazione Fairmined, che garantisce che l’oro sia estratto in maniera etica, rispettando i lavoratori e l’ambiente, e a fornire loro formazione, assistenza sociale e ambientale.

Una scelta possibile perché Chopard è una delle pochissime realtà che, nella manifattura di Ginevra, ha una fonderia interna. Al piano interrato si trova infatti questo luogo simile al laboratorio di un alchimista dove Paulo, l’artigiano specializzato nella fusione che lavora in azienda da quasi vent’anni, può creare le sfumature di colore desiderate. Voluta da Karl Scheufele, padre di Caroline e Karl Friedrich Scheufele, gli attuali Co-presidenti di Chopard, la fonderia fu creata nel 1978 per integrare e verticalizzare la produzione, a partire dalla fusione dell’oro. Questo ha consentito inoltre di controllare la filiera di approvvigionamento della materia prima, per anni difficilmente tracciabile. Una materia prima che, come le pietre preziose, è spesso legata a criminalità, illegalità e sfruttamento. Elemento che strideva con l’etica e la responsabilità della famiglia Scheufele, che da sette anni ha deciso di muoversi a passo deciso verso un lusso sostenibile.

Si chiama infatti The Journey to Sustainable Luxury il progetto pluriennale intrapreso nel 2013, in collaborazione con Eco-Age e la sua direttrice creativa Livia Firth, con i primi gioielli della Green Carpet Collection realizzati con oro fairmined e diamanti che rispettano la condotta del Responsible Jewellery Council, indossati la prima volta da una sfavillante Marion Cotillard sul red carpet di Cannes. Dal 2014 anche la Palma d’Oro di Cannes, by Chopard, è realizzata in oro fairmined, mentre nel 2014 a Basilea è stato presentato il primo segnatempo d’Alta Orologeria in oro responsabile al mondo, il L.U.C. Tourbillon QF Fairmined. Un anno più tardi, attraverso la partnership con la raffineria d’oro svizzera PX Précinox Sa, anche l’esportazione e la raffinazione dell’oro vengono sottoposte a rigidi controlli e hanno piena tracciabilità. Si arriva poi al 2018, l’anno del traguardo più importante: da allora tutta la filiera Chopard è al 100% in oro etico. “La sostenibilità è un obiettivo in movimento, è un viaggio che non finisce mai”, afferma Caroline Scheufele, co-presidente e direttrice artistica della manifattura. “Oggi più che mai deve rappresentare una priorità per proteggere le persone sul campo che, con il loro lavoro, rendono possibile la nostra attività”. Un approccio da pionieri che aiuta le comunità più povere del mondo e allo stesso tempo conferisce alla Maison una significativa differenziazione rispetto ai competitor. La coscienza ha un prezzo e Chopard è felice di pagarlo.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

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