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Creative Minds: Fulvio De Simoni

5 Nov

: Il mio intento è quello di semplificare le barche, oggi troppo complesse e lunghe da costruire

Quando parla la voce dell’esperienza vale sempre la pena di ascoltare. Fulvio De Simoni rappresenta un’istituzione nel mondo nautico, con oltre 3500 barche disegnate in più di 40 anni di carriera. Nato a La Spezia, è a Milano che inizia la sua professione, prima presso lo studio di Alberto Mercati, poi fondando insieme a Massimo Gregori la Yankee Delta, nel 1977. Nel 1983 nasce Italprojects, con il quale la carriera fa un grande salto, anche grazie all’incontro con Tilli Antonelli, fondatore di Pershing e Wider, per il quale disegnerà le prime imbarcazioni identitarie dei marchi e con cui collabora ancora oggi (da poco è stato varato il Pershing GTX116 ndr.). Ma oltre a questi marchi, lo yacht designer (architetto di formazione) ha lavorato con numerosi cantieri italiani e internazionali: Antago, Mochi Craft, Giannetti, Raffaelli, Aicon, Evo Marine, per citarne solo alcuni. “Nel 2015 ho deciso di creare una nuova società insieme ai mie collaboratori più stretti (Enrico Lotti e Cristiano Tonarelli, ndr.), per trasmettere il valore del marchio”, spiega.

Nasce così la Fulvio De Simoni Yacht Design, che ha base nella sua città natale. La sottile ironia e l’understatement sono due caratteristiche di De Simoni, che sicuro del fatto suo rifiuta ogni tipo di omologazione: “Sono 30 anni che non vado a visitare la barca di un concorrente, perché ritengo che quello che si respira tutti i giorni sia sufficiente a capire dove va il mondo, senza guardare come un collega lo interpreti”, racconta. “Preferisco inventare una piccola cosa ogni tanto, che copiarne dieci da chi le ha già fatte”. Per questo il suo punto di vista è originale: “Quello che provo a fare è semplificare le barche, che oggi si stanno un po’ equivocando. Ogni innovazione che avviene su un’automobile, o in qualsiasi altro settore, la vediamo riproporre sulle barche. Ma non si può riportare la vita di terra esattamente com’è su una barca. Si progettano yacht sempre più complessi e costosi e, con la scarsità di manodopera disponibile oggi, i tempi di costruzione si allungano. A mio parere questo settore sta involvendo su se stesso e anche i progettisti sono chiamati ad adattarsi a queste esigenze”. Molto innovativo e certamente complesso è uno dei suoi ultimi progetti realizzato per Rossinavi, il Sea Cat 40, in costruzione.

Lungo 42,75 metri, il catamarano è pensato per fare il giro del mondo in maniera intelligente: ha una propulsione elettrica che si ricarica con l’ampia pannellatura solare che ne ricopre ogni superficie possibile e un sistema di intelligenza artificiale che ottimizza l’utilizzo delle batterie permettendogli di fare traversate atlantiche navigando per 20 giorni a 8 nodi in elettrico. “Le abbiamo voluto dare un aspetto da navetta spaziale, con la prua rovesciata e una linea a onda, ma senza che queste forme insolite interferissero con quella che era l’essenza della barca, cioè la capacità di portare un’enorme quantità di batterie nella parte centrale tra i due scafi, che di solito non viene sfruttata”.

Dal 2021 la vasta conoscenza in campo nautico di De Simoni si è sposata con la grande capacità di progettazione di Pininfarina, nome storico del design italiano noto in tutto il mondo, dalla cui collaborazione è nato un primo progetto di catamarano a motore di 56′ del quale sta iniziando la costruzione proprio in questi giorni. Ora stanno disegnando un explorer e al prossimo Yachting Festival di Cannes 2023 sarà svelato un catamarano di più ampie dimensioni, intorno ai 40 metri. “Circa 20 anni fa Piero Ferrari, a cui avevo appena fatto una barca, mi disse che avrebbe avuto piacere di portarmi in Pininfarina, che ai tempi collaborava con la Ferrari, perché sarebbe stato interessante fare qualcosa insieme. All’epoca non si concretizzò nulla, ma questa collaborazione la considero un discorso iniziato molti anni fa e finito oggi”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 35 del 2023

Creative minds: Brunello Acampora

25 Ott

Il nostro lavoro è quello di inventare il futuro. E lo facciamo attraverso quello che definisco “total design”

Eclettico, brioso, colto e appassionato. Brunello Acampora, fondatore di Victory Design, è cresciuto circondato dallo stile e dalla bellezza, che lo hanno condizionato a ricercare sempre nuove forme di eleganza, declinate in campo nautico. Entrambi i genitori si sono formati nel mondo dell’alta moda pronta italiana, sulla scia del prêt-à-porter francese. Gli amici di famiglia erano Walter Albini, il primo a essere definito “stilista”, Gianni Versace, Giorgio Armani e Mariuccia Mandelli di Krizia. “Erano persone molto attente al lato estetico e formale, non solo nel vestire”, racconta il designer. “Avevano anche case meravigliose e facevamo viaggi bellissimi. E in questo contesto c’erano anche delle belle barche, di cui mi innamorai definitivamente quando mio padre acquistò il Drago dell’Italcraft grazie al quale ho scoperto il suo progettista, Renato “Sonny” Levi, considerato il papà della motonautica, che per me è stato un mentore. A 19 anni ho lasciato Napoli per venire a studiare Yacht and Boat Design a South Hampton principalmente perché era vicina alla casa di Levi, sull’Isola di Wight. Si creò una simpatia per questo giovane napoletano che aveva letto tutti i suoi libri e conosceva tutte le sue barche. Una domenica al mese mi invitavano a pranzo per passare qualche ora con lui”.

Con le idee ben chiare, nel 1989 a soli 23 anni fonda Victory Design, che allora aveva sede a Torino, mentre oggi ha i suoi uffici a Napoli e Londra, città tra cui Acampora divide il suo tempo. Quasi 35 anni di carriera con incarichi prestigiosi per il Gruppo Rodriguez (o Rodriquez?), Azimut e Ferretti Group, per molti suoi marchi tra i quali Pershing, Bertram, Riva, Ferretti Yacht e CRN. “Non ho mai accettato di confinare Victory Design a una determinata tipologia di imbarcazioni”, spiega Acampora. Che è orgoglioso in particolare di quelle barche che hanno segnato il riposizionamento di un marchio, per esempio la prima lobster boat all’italiana per Mochi Craft (dopo che il brand fu acquisito dal Gruppo Ferretti) con il modello Mochi Dolphin, ancora oggi molto ambito nel mercato dell’usato. O di quelle progettate per Solaris, da quando ha deciso di entrare nel mondo del motore.

Come ottiene questi risultati? “Ho imparato a disegnare in maniera tradizionale, ma non sono un nostalgico. Per questo ho sempre cercato di avere accesso al massimo della tecnologia disponibile. Perché credo che il nostro lavoro sia quello di inventare il futuro. Ma tutto questo dev’essere bilanciato da una dote importantissima: l’intuito. La tecnologia è solo uno strumento di verifica. Il total design è il mio metodo: non puoi mettere insieme il lavoro di tanti specialisti se non hai la visione d’insieme. La barca dev’essere bella sempre, quando naviga e quando è alla fonda, avere una bella scia. Questo coincide con una carena efficiente, ben progettata. Estetica e funzionalità sono due facce della stessa medaglia. E tra queste funzionalità inserisco anche quella di rendere felice l’armatore”. Ed è dedicata agli armatori che amano l’emozione della velocità la nuova gamma inaugurata con Bolide 80 (24,90 m), attualmente in costruzione in house, e in espansione con Bolide 170 (50 m), presentato allo scorso salone di Monaco. Una gamma in numero limitato, custom, che nel design esterno è caratterizzata da curve lunghe, da poppa a prua, in omaggio alle grandi carrozzerie italiane. “Bolide vuole essere il motoscafo più veloce del mondo”, sintetizza il designer. L’80 piedi può infatti viaggiare in sicurezza fino a 55 nodi di crociera, 75 nodi con sprint speed. “Ma il consumo al miglio sarà più basso di qualunque barca da crociera planante da 80 piedi. Perché è leggerissima, ha una carena super efficiente tutta in carbonio, ed è espressione del made in Italy in ogni aspetto, dalla tecnica all’interior design, per cui ci siamo rivolti a Stefano Faggioni”, nome di prestigio nell’ambito delle barche d’epoca. Una fusione tra high tech e aspetti marinareschi e del lusso delle barche classiche destinata a far parlare di sé.  

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 33 del 2023

Creative minds: Igor Lobanov

15 Ott

La carriera di Igor Lobanov inizia grazie alla sua passione per le automobili e il mondo dell’aviazione. Plurilaureato, in matematica prima, poi in car design a Torino e Coventry, seguiti da master in transport design, inizia a lavorare proprio nel campo automobilistico prima che l’incontro con il proprietario di un superyacht nel 2003 gli faccia cambiare traiettoria verso lo yacht design. Che non è il suo primo amore, considerato che essendo nato a Ufa, una popolosa città 1,350 km a est di Mosca e a 2000 km dal Mar Nero, la prima volta che ha visto il mare aveva due anni e la seconda era già un uomo, e di anni ne aveva 24. “Nel 1998 ho fatto il mio primo viaggio in Europa e ho capito che volevo ancora studiare. Ho scritto un’email a Bertone, Pininfarina e altre aziende leader del settore chiedendo dove potevo formarmi. Alla fine ho scelto lo Ied di Torino”, racconta il progettista. Che nel 2007 fonda lo studio Lobanov Design (dal 2016 a Barcellona, dove risiede) insieme a sua moglie Yulia, artista, che alimenta l’amore per il bello di Lobanov, il cui stile è particolarmente moderno e scultoreo. Anche grazie a questo background diversificato, che prende ispirazione dai trasporti, dall’arte, dall’interior e dall’architettura.

I primi progetti importanti si focalizzano sull’exterior design, anche se oggi abbracciano ogni aspetto. Tra i suoi yacht più famosi, certamente quelli realizzati con Oceanco, tutti di grandi dimensioni, il primo consegnato nel 2013 (l’85 metri St.Princess Olga) e il secondo nel 2017, Jubilee, 110 metri di charme, vincitore di numerosi premi che hanno portato Lobanov nel gotha degli yacht designer internazionali. “Mi piace giocare con la relatività delle sensazioni. Con Jubilee siamo riusciti a dare la percezione di 6 ponti, quando in realtà sono solo tre. Per far sembrare una barca di 110 metri come se fosse di 140 metri, da distante”. Lo stesso effetto ottico centrato anche per i nuovi Mangusta di Overmarine, di cui per la prima volta ha disegnato anche gli interni, le cui dimensioni più contenute sono paragonabili a quelle dell’ultimo progetto realizzato con Arcadia Yachts, l’A96, lungo oltre 29 metri con immensi volumi (oltre 400 mq) che abbraccia un nuovo concetto di benessere che passa attraverso un legame autentico con la natura, ottenuto grazie a vari stratagemmi, primo fra tutti le enormi pareti di vetro scorrevoli, grazie alle quali interni ed esterni diventano un tutt’uno.

“Entrambi i marchi hanno un proprio linguaggio molto forte. Per Mangusta è stato impegnativo dare una nuova vita ai vecchi progetti di questa leggenda italiana. Con Mangusta 165 siamo riusciti a dare uno spazio interno che nessuno si aspettava. Spero siamo riusciti ad arrivare allo stesso effetto anche con Arcadia, con cui ho sempre voluto lavorare. Dalla loro prima barca ho pensato che avessero trovato un concetto rivoluzionario, capace di dare il doppio dello spazio nelle stesse misure”. Nel lower deck dell’A96, per esempio, due delle quattro cabine twin diventano quasi delle vip grazie alla capacità di massimizzare ogni spazio disponibile, girando i letti verso l’enorme finestra.

“Abbiamo creato un interior un po’ più complicato per il cantiere da produrre, con forme ovali o ellittiche e materiali naturali, per dare la sensazione di una barca più ricca, ma in maniera diversa, di un lusso non volgare ma ricercato”. Linee curve che sono un tratto distintivo dei suoi progetti. “Fluidità e continuità sono una cosa naturale di ogni imbarcazione. Per me le barche devono essere simili agli animali che vivono nel mare, come le orche, che hanno linee tonde e naturali”. Uno yacht pensato per entrare in pianta stabile nel mercato fuori dal Mediterraneo, Stati Uniti in primis, che sarà presentato a Cannes 2023.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 33 del 2023

Creative minds: Luca Dini

5 Ott

Cambio di prospettiva. Dal mare alla terra e ritorno. Il nostro approccio rimane lo stesso, sempre più fuori dagli schemi.

Ogni imbarcazione progettata da Luca Dini sotto qualche aspetto rompe gli schemi a cui si era abituati. Perché è proprio questo l’intento dirompente con cui il designer e i collaboratori di Luca Dini Design & Architecture approcciano ogni progetto. Con sede nel cuore di Firenze, lo studio fondato nel 1996 dall’architetto fiorentino ha lasciato segni indelebili nel design nautico (si pensi a Tribù del 2007, o al Sea Force One del 2008), ma ha anche una divisione dedicata a progetti di design residenziale, di cui alcuni avveniristici nel Mar Rosso. “La decisione di quattro anni fa di dedicare una parte dello Studio al residenziale fu una scommessa, oggi, posso dire, ampiamente vinta”, spiega Dini. “Per quanto riguarda la nautica, nel mio studio si passa dalla linea Gentleman, barche retrò, a imbarcazioni tipo il Cetacean, futuristiche e all’avanguardia. È la curiosità che ci spinge verso un design sempre diverso che ci possa divertire, in modo tale da realizzare qualcosa di unico per i nostri clienti”.

Dini è una guida determinata ed eclettica che si circonda di collaboratori ben selezionati: “Abbiamo cercato professionisti, giovani e pieni di idee, che non avessero solo esperienza nautica, ma un po’ di tutte le estrazioni, proprio perché vogliamo avere sempre un’idea fuori dal coro”, continua. Ne è un esempio l’evoluzione del Cetacean: Widercat92, il catamarano attualmente in costruzione presso i cantieri Wider, lungo 28 metri, con un ponte principale di oltre 100 mq, di cui circa la metà dedicati alla cabina armatoriale: “L’idea è quella di un catamarano, che di per se è sempre stato appannaggio dei velisti, ma che adesso si spinge verso nuovi orizzonti e modi di navigare”, continua Dini. “Con una sovrastruttura sportiva ed elegante (con design ad angolo sottolineato dalla linea arancione tipica di Wider, n.d.r.) ma che di profilo sembrasse uno yacht contemporaneo, per cui siamo andati a stravolgere quelle che erano le linee comuni del catamarano con degli inserti, delle pieghe, delle linee più simili allo yachting. Abbiamo aggiunto le terrazze abbattibili a poppa, come vogliono le ultime tendenze e da richiesta degli armatori, per avere un contatto con l’acqua ancora più forte”.

All’interno appare come un loft dai grandi spazi aperti, con vetrate e illuminazione naturale a profusione e con dettagli in ebano lucido e teak. Il ponte inferiore prevede due cabine vip con accesso diretto alla beach club, più una terza cabina ospiti, mentre gli spazi per l’equipaggio si trovano a prua. Grazie alla propulsione ibrida, simbolo di sostenibilità, permette una navigazione silenziosa assai piacevole. Perché andare per mare è soprattutto una passione legata alla ricerca di tranquillità e pace, a differenza di quella per le auto, in cui il rombo del motore fa parte del piacere di guidare certi modelli sportivi. A quando un full-electric, dunque? “La sensazione più bella di viaggiare su un catamarano a propulsione elettrica sarà sicuramente la tranquillità. Ascoltare le onde del mare nel silenzio totale. In questo senso però sostengo che il mondo della nautica sia in ritardo. In Italia abbiamo problemi con le colonnine elettriche per le automobili, figuriamoci per le imbarcazioni. Credo che in futuro viaggeremo con mezzi meno inquinanti e più silenziosi, ma di sicuro c’è bisogno di un’attrezzatura e un supporto adeguato, che attualmente non ci sono”. E per il futuro, lo studio cerca non solo di seguire le tendenze dal punto di vista del design, ma di capire come gli armatori vogliono vivere: “Dopo due anni di pandemia il mondo è cambiato in tanti aspetti e noi cerchiamo di intercettare questa nuova filosofia adattandoci al continuo cambiamento”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Kevlar issue del 2022

Louis Vuitton e il teatro in miniatura

20 Giu

Sono rimasti pochissimi gli artisti che conoscono il Bian Lan, l’”arte di cambiare volto” che va in scena all’Opera di Sichuan, in Cina. In costume tradizionale e con il volto coperto da maschere di seta coloratissima, la performance consiste nel cambiare anche venti maschere nell’arco di in una frazione di secondo, con un gesto del capo, della mano o con un rapido movimento del ventaglio. Una conoscenza che passa di generazione in generazione e che esprime il carattere mutevole di pensieri ed emozioni e, allargando il concetto, anche l’inesorabile passare del tempo. Al Bian Lian si ispira il Tambour Opera Automata (con cassa in oro rosa da 46,8 mm), ultima espressione di alta orologeria di Louis Vuitton combinata con l’arte delle animazioni, che diventa così un teatro in miniatura. “Abbiamo fatto sì che il Tambour Opera Automata riflettesse la spettacolare armonia e i movimenti espressivi del Bian Lian”, ha spiegato Michel Navas, maestro orologiaio de La Fabrique du Temps, creatore del movimento dell’orologio insieme a Enrico Barbasini. “Quest’arte molto difficoltosa resta un segreto, esattamente come i meccanismi degli automi che richiedono una perfetta conoscenza delle fini competenze tradizionali dell’orologeria”. E come gli automi realizzati per battere le ore sulle campane delle chiese, chiamati jacquemart, anche l’animazione del calibro LV 525 a carica manuale ha sia la funzione di mostrare l’ora, sia una più strettamente decorativa. L’ora si può leggere infatti solo premendo il pulsante raffigurante il drago inciso a mano a ore 2, che attiva l’animazione di 16 secondi con cui la testa del drago si muove e mostra le ore saltanti impresse sulla fronte della maschera in smalto cloisonnée mentre la sua coda con un’oscillazione indica i minuti retrogradi sul ventaglio, la cui profondità si deve alla tecnica di smalto champlevé, ottenuta tramite l’asportazione di materiale. E mentre l’animazione mostra l’ora, la maschera cambia espressione: l’occhio sinistro abbassa la palpebra, il destro si trasforma nel fiore Monogram simbolo del marchio e la bocca si apre e si chiude. Un meccanismo molto complicato, titolare di diversi brevetti e con una riserva di carica di 100 ore, che ha richiesto oltre due anni per essere sviluppato. Frutto di una matematica progettazione che si trasforma in qualcosa di straordinariamente artistico grazie alle decorazioni affidate alle mani più esperte in ogni campo: Anita Porchet, maestra smaltatrice della maschera, del ventaglio, oltre che del quadrante e della corona; e Dick Steenman, maestro incisore svizzero che ha creato il drago in oro rosa, squama per squama incisa e sabbiata, con il suo occhio di rubino, e la zucca calabash che protegge dagli spiriti maligni. Entrambi sempre correndo il rischio che un singolo errore facesse ricominciare tutto da capo.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera – Dorso Orologi di giugno 2023

Chanel e il suo orologio “puntaspilli”

20 Giu

L’universo di Gabrielle “Coco” Chanel è l’inesauribile fonte di ispirazione per le creazioni di alta orologeria dell’omonimo marchio, cui la manifattura situata a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, dà forma e sostanza grazie a un’incredibile savoir-faire degli oltre sessanta mestieri d’arte che sono racchiusi al suo interno. Capaci di esprimere la propria maestria in un numero quasi infinito di possibilità, come dimostra la collezione Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles: cinque modelli a tiratura limitata a soli 20 esemplari ciascuno, ispirati al puntaspilli – “pique-aguilles” in francese – che ogni sarta porta al polso durante il suo lavoro, e che anche Mademoiselle Coco indossava. Che del puntaspilli mantengono le dimensioni importanti, ovvero 55 mm di diametro per 16,65 mm di spessore, riproponendo la forma del cuscinetto grazie al vetro zaffiro bombato. Come tutti i modelli Mademoiselle Privé, anche questi sono un compendio di riferimenti a tessuti, lavorazioni e accessori preferiti da una tra le figure più influenti della moda e della cultura del 20esimo secolo, che si ritrovano sui loro quadranti artistici. Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Embroidery Motif, per esempio, è un’ode ai diamanti, sue pietre preferite, qui nella lavorazione a fiocco di neve in cui la manifattura Chanel eccelle. E se i diamanti erano le sue gemme predilette, la camelia era invece il suo fiore adorato, onnipresente nelle sue creazioni e motivo del Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Lace Motif, per il quale la Maison si è affidata a Les Cadraniers de Genève, azienda di FP Journe compartecipata da Chanel, creatori di quadranti d’eccezione. In questo caso il quadrante in oro giallo ha avuto bisogno di 12 ore di lavoro per incidervi una moltitudine di piccoli tagli, in modo che lo smalto andasse a finire nelle incisioni per creare il motivo tipo nido d’ape del pizzo, utilizzando la tecnica Grand Feu. Dopo di che, diversi strati di decalcomanie hanno creato l’effetto del “pizzo Chantilly” delle camelie, il più pregiato. Frutto sempre dell’atelier Les Cadraniers de Genève è anche il quadrante di Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Tweed Motif, con l’iconica giacca Chanel solo imbastita disegnata su una base a effetto tweed con 92 diamanti, con i bottoni realizzati con perle circondate da minuscoli fili d’oro e gli strumenti indispensabili della sarta appoggiati sopra: le forbici, il metro a nastro e il ditale. Miniature incise a mano nell’oro che hanno richiesto 12 ore di lavoro ciascuno. Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Pearls Motif onora gli accessori preferiti da Gabrielle, le collane di perle e l’iconica catena utilizzata come tracolla per le sue borse, qui scolpite a mano con 50 ore di lavoro ciascuna. E per finire, Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Quilted Motif celebra la più famosa delle borse Chanel creata nel 1955, la 2.55. Di fronte alla ricchezza di queste lavorazioni passa forse in secondo piano il riferimento al movimento – al quarzo ad alta precisione –, e al materiale della cassa, in titanio rivestito in Pvd nero, più leggero al polso date le dimensioni, ma con fondello in oro giallo.  

 

La creatività nasce a Parigi 

Se gli orologi prendono forma nella manifattura svizzera, è nella centralissima Place Vendôme a Parigi che nascono le idee per la Haute Horlogerie di Chanel, all’interno del Watch Creation Studio diretto da dieci anni esatti da Arnaud Chastaingt, creatore di modelli di successo come il Boy.Friend, Code Coco e di varie versioni del Première e del J12. E padre anche della collezione Mademoiselle Privé, che attinge all’universo professionale e privato di Gabrielle Chanel come linfa vitale per nuovi spunti creativi. Ed è proprio così che sono nati anche i Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles: nei suoi atelier di rue Cambon Mademoiselle Coco teneva sempre a portata di mano due strumenti: un paio di forbici appese al collo con un nastro e un puntaspilli al polso. La forma di quest’ultimo è stato lo spunto per disegnare i nuovi orologi, come lo stesso Chantaingt racconta: “Sono sempre stato affascinato dagli oggetti la cui struttura è il prodotto di un’esigenza pratica e amo l’audacia e la semplicità del puntaspilli. L’ampia superficie del cuscino e la disposizione casuale degli spilli che lo punteggiano ne fanno uno spazio ideale per l’espressione. Ho sognato questa creazione come una tela bianca per i più audaci Métiers d’art”, continua. Ciascuno di questi orologi racconta una storia unica, da andare a scoprire osservando da vicino ogni singolo dettaglio. “Un orologio in un formato tanto sorprendente, quanto armonioso, che scandisce il vocabolario della couture secondo Gabrielle Chanel e che allo stesso tempo dà voce ai migliori artisti in campo orologiero. Che hanno trovato soluzioni tecniche folgoranti ad autentiche sfide creative”. Nel Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Quilted Motif, per esempio, la sagoma della borsa 2.55 è disegnata con catene di sottilissimi fili d’oro su di un disco di madreperla ricoperto da una vernice nera opaca e inciso con il motivo trapuntato, mentre la chiusura ottagonale è ottenuta con un diamante a taglio baguette. “Alla fine, che sia nell’alta moda o nell’alta orologeria, la magia è la stessa!”, conclude Chastaingt.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera – Dorso Orologi di giugno 2023

Creative Minds: The Italian Sea Group

21 Mag

Profondamente legato alla maestria e al buon gusto Made in Italy, The Italian Sea Group in un decennio è riuscito a diventare il primo produttore in Italia di megayacht sopra i 50 metri, con un’ascesa che non accenna a fermarsi. Operatore globale della nautica di lusso, dal 2021 è anche quotato in borsa su Euronext Milan e la sua storia è puntellata di acquisizioni di importanti marchi della nautica italiana. Primo in ordine di tempo, Tecnomar nel 2009, seguito da Admiral nel 2011, rilevati da Giovanni Costantino, fondatore e Ceo del gruppo, che nel 2012 acquisisce ancheNuovi Cantieri Apuania di Marina di Carrara. Nel 2020 viene ufficialmente fondato The Italian Sea Group a cui, nel 2021, si sono aggiunti altri due grandi nomi: Perini Navi, leader nella produzione di yacht a vela di grandi dimensioni, e Picchiotti, un cantiere che per oltre quattro secoli ha segnato la storia della marineria militare, commerciale, da diporto e sportiva. Di cui Costantino va particolarmente orgoglioso: “Picchiotti è un brand nato nel 1575 con una storia che parte dai Medici di Firenze, che ha acceso il mio interesse, oltre al mio entusiasmo. Ho deciso di investire molto nella rinascita di questo meraviglioso nome, parallelamente a quello di Perini Navi”.

Il progetto di rilancio di Picchiotti prevede una flotta di quattro motoryacht da 24 a 55 metri denominata Gentleman, dal design elegante ispirato ai panfili americani degli anni ’60 realizzato insieme a Luca Dini Design & Architecture e con la partecipazione di Kurt Lehman e la sua Yacht Moments Consultant. Il cui principale mercato saranno le Americhe, come evidenziano anche alcuni dettagli estetici: “Abbiamo scelto di rivestire la tuga e l’interno delle falchette in mogano, materiale che nasce con la cultura americana”, spiega Costantino. “Le culle, le case, i bar in America sono in mogano. I dettagli di interior e di exterior, oltre alla linea dei nostri motoryacht, sono tutti Usa”. Un mercato fondamentale per lo sviluppo commerciale internazionale del brand, coerente anche con l’inaugurazione del primo flagship store statunitense a East Hampton, Long Island, avvenuta lo scorso 8 agosto.

Con questo progetto The Italian Sea Group entra per la prima volta nel campo della produzione in serie, pur mantenendo un posizionamento alto rispetto ai competitor: “Nella serialità, ciò che differenzia Gentleman Picchiotti dagli altri brand italiani è una produzione estremamente raffinata a livello di dettaglio qualitativo, sia interno che esterno, e la scelta dei materiali: noi non lavoriamo la vetroresina anche per una policy aziendale di sostenibilità, quindi anche il 24 metri sarà in alluminio”, specifica il Ceo. “Inoltre, non abbiamo una capacità produttiva infinita. Questo progetto punta, come tutto il resto, ad assoluta eccellenza. Potremo arrivare a 10 consegne l’anno, non di più. È, e resterà, un prodotto altissimo di gamma e di nicchia”.

Un’apertura alla produzione in serie che coinvolge anche il marchio Admiral con il progetto Panorama, nato in collaborazione con lo studio Piredda & Partners: un superyacht di 50 metri in acciaio con sovrastruttura in alluminio, ricercato anche nei materiali degli interni, naturali e pregiati, come il legno chiaro, le pietre e i metalli ruvidi, e con una cabina armatoriale panoramica posta a prua dell’upperdeck, con affaccio sul ponte privato. “La produzione seriale ci consentirà di ampliare le vendite evitando il coinvolgimento della capacità progettuale del gruppo impegnata verso i grandi yacht custom made”, che rappresentano sempre il core business aziendale.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Titanium issue del 2022

Hermès, orologi per viaggiare con la fantasia

17 Giu

Non lavorate con i designer di orologi. Quando nel 1978 Jean-Louis Dumas fondò a Bienne, in Svizzera, La Montre Hermès, aveva una visione ben chiara. Una frase pronunciata in tono umoristico, che significava che gli altri brand svolgevano egregiamente il loro mestiere da secoli e che se Hermès entrava in questo settore era per fare qualcosa di diverso, portando la propria firma, legata al mondo della fantasia e dell’immaginazione, in grado di far sognare i propri estimatori. Puntando comunque su una solida tecnica, altrettanto importante, con movimenti di manifattura che negli anni si sarebbero raffinati, come di fatto è avvenuto in quasi 45 anni di storia. Le complicazioni in casa Hermès sono dunque pensate al servizio della leggerezza e della poesia, sono il mezzo per comunicare un’idea, e non un obiettivo fine a se stesso. Così è stato per alcuni modelli recenti, come Arceau L’heure de la Lune del 2019, che ha rivoluzionato il modo di concepire le fasi lunari, e così è per l’ultimo in ordine di tempo, l’Arceau Le Temps Voyageur, l’interpretazione del marchio della funzione “ore del mondo”. Che prende vita dal polivalente calibro automatico di manifattura H1837 realizzato in collaborazione con Vaucher sul quale, tramite un sofisticato modulo aggiuntivo, è stata allestita una complicazione perfettamente in linea con la filosofia del brand.

Di orologi world timer sul mercato ne esistono infatti già tanti. Questo però sortisce un effetto sorpresa perché non è il classico anello delle città a girare, bensì il piccolo quadrante di ore e minuti dedicato all’ora locale che, come un satellite, orbita al centro del disco perimetrale, spostandosi di un’ora avanti a ogni pressione del pulsante a ore nove in modo da indicare con la freccetta rossa la città di riferimento del fuso orario. Oltre a chi indossa l’orologio, dunque, anche il tempo stesso è il viaggiatore, da cui il nome del modello, che nel concept iniziale del team creativo diretto da Philippe Delhotal era rivolto sia a chi prende aerei tutte le settimane, sia a chi un viaggio lo compie anche leggendo un libro, o sognando con la fantasia. Per evocare questo mondo surreale, la mappa finemente decorata sul quadrante, ispirata a un’installazione di Jérôme Colliard, ha mari e continenti fittizi con nomi legati al mondo equestre, caro alla maison. Un tocco di follia che rende l’Arceau Le Temps Voyageur ancora più originale. A ore 12 inoltre, una finestrella indica l’ora di casa, parte di quel modulo di 122 componenti, riuniti in soli 4,4 mm di spessore, che un meticoloso lavoro di armonizzazione durato tre anni ha racchiuso in una cassa in platino da 41 mm o in acciaio da 38 mm. Il cui design è ancora quello originario creato da Henri d’Origny nel 1978, con le sue anse asimmetriche.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera – Dorso Orologi di maggio 2022

Swatch e la bioplastica

20 Feb

In un mondo sempre più inquinato e avvelenato dalla presenza antropica, parole come “ecosostenibilità”, “bio” e “naturale” sono diventate centrali all’interno delle aziende più innovative, sempre alla ricerca di nuovi materiali in grado di ridurre al minimo l’impatto della produzione sul Pianeta. Anche di quelle che sulla plastica hanno costruito le proprie fortune. Esempio calzante, quello di Swatch, non a caso alle prese quest’anno con l’ennesima rivoluzione di questo materiale con il progetto Bioreloaded. Non che il colorato orologio del brand sia mai stato visto come un oggetto inquinante, ma anche le materie plastiche, in quasi 40 anni, hanno fatto passi da gigante. E dal momento che quando si parla di innovazione in casa Hayek non si è mai lesinato, in Swatch hanno lavorato per due anni e mezzo per mettere a punto una plastica innovativa introdotta con la nuova collezione “1983”. Bio-sourced, ossia di origine vegetale perché a base di estratti di semi di ricino.

La collezione si chiama così perché reinterpreta gli Swatch usciti proprio in quell’anno ed è la prima nella quale un produttore di orologi riesce a sostituire tutti i materiali plastici convenzionali con altri di origine biologica in una produzione di larga serie. “La materia prima da cui partiamo arriva dalla Francia”, spiega Carlo Giordanetti, Ceo The Swatch Art Peace Hotel. “Ma Swatch ama verticalizzare, quindi la produzione rimane nostra. La prima volta che ci proposero una plastica alternativa è stato 25 anni fa e veniva dal mais. Ma era troppo morbida e non si riusciva a lavorare. Avere oggi una materia prima bio generata con la trasparenza e la resistenza del suo equivalente tradizionale è davvero straordinario”. Un lungo processo di sperimentazione si è reso necessario per mettere a punto una formula soddisfacente per il reparto creativo, senza compromessi sul lato dei colori e delle trasparenze, cifra stilistica del marchio, e della produzione. “Dato che il nostro processo produttivo si basa su di un sistema di micro iniezione, non si può adattare a qualsiasi tipo di plastica. È la plastica che si deve adattare alla costruzione”, specifica Giordanetti.

Ma la strada è ancora lunga, e tortuosa. Perché in realtà i nuovi materiali sono due, con la stessa origine ma differente composizione: uno per la cassa, che ha una sua rigidità e che soddisfa già i requisiti del brand, può essere colorata e addirittura resa trasparente (lo dimostra il “vetro” dell’orologio, del medesimo materiale). E uno per il cinturino, sul quale la sperimentazione è invece ancora in corso in quanto ancora non consente di raggiungere le trasparenze e le cromie che la creatività del brand richiede. Ulteriore novità, tutti gli Swatch avranno inoltre un packaging realizzato in PaperFoam, derivante da una miscela di amido di patate e tapioca, biodegradabile e riciclabile nella carta o compostabile a casa propria. Una nuova produzione in linea con i diciassette obiettivi per lo sviluppo sostenibile Onu, da raggiungere entro il 2030, che una marca etica come Swatch ha ben presenti. “La vision è quella di arrivare a realizzare con queste plastiche tutti i nostri modelli, conclude Giordanetti. “Quello su cui Swatch però non può e non vuole trovare compromessi è l’influenza sul potenziale creativo”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020

Anita Porchet, la regina degli smalti

10 Feb

Un atelier con vista sulla natura di Corcelles-le-Jorat, a poca distanza dalla culla dell’orologeria svizzera di grande precisione. Un tavolo da lavoro gremito da una miriade di barattolini colorati, il cui contenuto, nelle mani sapienti della smaltatrice più rinomata dell’industria del tempo, diventa materiale prezioso che rende unici orologi già raffinati di per sé. È questo il luogo magico in cui Anita Porchet, una donna dalla voce dolce e pacata, attraverso il fuoco trasforma i suoi materiali tradizionali in meravigliosi quadranti artistici, con infinita concentrazione, pazienza e precisione. Una maestria tipica di chi ha imparato questo mestiere da bambina, che l’ha portata a vincere una serie infinita di premi ed a collaborare con le più grandi manifatture di alta orologeria. L’ultima in ordine di tempo, Audemars Piguet per la quale ha realizzato una trilogia di quadranti in smalto paillonnée “Grand Feu” per il Grande Sonnerie Carillon Supersonnerie della collezione Code 11.59 by Audemars Piguet. Un supercomplicato con Grande Soneria, una delle complicazioni più raffinate della storia dell’alta orologeria, che solo un ristretto gruppo di orologiai è in grado di realizzare, assemblare e regolare. Che qui si accompagna alla Supersonnerie, innovativa tecnologia brevettata dalla manifattura all’insegna di una performance acustica ancor più sopraffina, ed alla funzione carillon, riassunti in una complessa meccanica da ben 489 componenti.

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Proprio in omaggio ai Grande Sonnerie realizzati nella Vallée de Joux tra il XVII e il XIX secolo, che erano in smalto, la marca ha intrapreso una collaborazione con la smaltatrice svizzera, che ha decorato ogni quadrante con antichi lustrini d’oro, secondo la tecnica paillonné. “Ho iniziato a lavorare con Audemars Piguet un anno fa”, raccontata l’artista. “Di solito i brand vengono da me con delle idee ben precise. Questa volta è stato diverso. Desideravo lavorare con la tecnica paillonné, non l’avevo mai fatto prima. Hanno compreso pienamente il mio mestiere e mi hanno dato completa libertà. È davvero insieme che abbiamo creato questi pezzi unici”. Il paillonné è un’arte unica nel suo genere. Anita Porchet ha tagliato a mano foglie d’oro risalenti a oltre un secolo fa, attraverso tecniche e strumenti antichi, per dare la forma desiderata ai lustrini (paillon), poi meticolosamente incorporati sul disco smaltato del quadrante, prima di passare alla fusione nel forno. “I tre quadranti usano paillons con una struttura geometrica. Linee rette, piccoli anelli. Lavoro con gli stessi strumenti che si usavano il secolo scorso. Ho a cuore il concetto di lavorare così come mi è stato insegnato. Per me la perfezione non fa la bellezza, è piuttosto l’opposto. Anche se ricerco la perfezione, e so che la cercherò per sempre, questa simmetria imperfetta è sinonimo di vita”. Per trovare il colore desiderato che mettesse in evidenza i paillon d’oro, ha combinato cinque colori diversi. “È un processo lungo. Non si tratta solo del tempo impiegato per la creazione, ma anche del tempo di riflessione. Posiziono il materiale, lo rimuovo, lo sostituisco. La creazione del terzo quadrante, per esempio, è stata più lunga e laboriosa, perché ho utilizzato la tecnica del cloisonné, oltre al paillonné. Non a caso ho avuto un problema tecnico nella realizzazione proprio dell’ultimo pezzo della trilogia, ma sono molto contenta del risultato”. Tre orologi unici con una straordinaria unione di innovazione e tradizione, ai quali si aggiungeranno altri due esemplari per i quali i clienti potranno richiedere un quadrante personalizzato, sempre realizzato nello studio di Anita Porchet.

Audemars Piguet

Fondata nel 1875 a Le Brassus, Audemars Piguet è la più antica manifattura di alta orologeria tuttora esistente ad essere ancora guidata dalle famiglie fondatrici, Audemars e Piguet. Meccanismi con suoneria, cronografi e complicazioni astronomiche erano e sono il suo fiore all’occhiello. Legata alle sue origini artigianali, conserva savoir-faire rari ed antichissimi, che si impegna a tramandare attraverso orologi unici, sovente impreziositi da un tocco artistico.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera – Orologi del dicembre 2020