Archivio | ottobre, 2023

Creative minds: Brunello Acampora

25 Ott

Il nostro lavoro è quello di inventare il futuro. E lo facciamo attraverso quello che definisco “total design”

Eclettico, brioso, colto e appassionato. Brunello Acampora, fondatore di Victory Design, è cresciuto circondato dallo stile e dalla bellezza, che lo hanno condizionato a ricercare sempre nuove forme di eleganza, declinate in campo nautico. Entrambi i genitori si sono formati nel mondo dell’alta moda pronta italiana, sulla scia del prêt-à-porter francese. Gli amici di famiglia erano Walter Albini, il primo a essere definito “stilista”, Gianni Versace, Giorgio Armani e Mariuccia Mandelli di Krizia. “Erano persone molto attente al lato estetico e formale, non solo nel vestire”, racconta il designer. “Avevano anche case meravigliose e facevamo viaggi bellissimi. E in questo contesto c’erano anche delle belle barche, di cui mi innamorai definitivamente quando mio padre acquistò il Drago dell’Italcraft grazie al quale ho scoperto il suo progettista, Renato “Sonny” Levi, considerato il papà della motonautica, che per me è stato un mentore. A 19 anni ho lasciato Napoli per venire a studiare Yacht and Boat Design a South Hampton principalmente perché era vicina alla casa di Levi, sull’Isola di Wight. Si creò una simpatia per questo giovane napoletano che aveva letto tutti i suoi libri e conosceva tutte le sue barche. Una domenica al mese mi invitavano a pranzo per passare qualche ora con lui”.

Con le idee ben chiare, nel 1989 a soli 23 anni fonda Victory Design, che allora aveva sede a Torino, mentre oggi ha i suoi uffici a Napoli e Londra, città tra cui Acampora divide il suo tempo. Quasi 35 anni di carriera con incarichi prestigiosi per il Gruppo Rodriguez (o Rodriquez?), Azimut e Ferretti Group, per molti suoi marchi tra i quali Pershing, Bertram, Riva, Ferretti Yacht e CRN. “Non ho mai accettato di confinare Victory Design a una determinata tipologia di imbarcazioni”, spiega Acampora. Che è orgoglioso in particolare di quelle barche che hanno segnato il riposizionamento di un marchio, per esempio la prima lobster boat all’italiana per Mochi Craft (dopo che il brand fu acquisito dal Gruppo Ferretti) con il modello Mochi Dolphin, ancora oggi molto ambito nel mercato dell’usato. O di quelle progettate per Solaris, da quando ha deciso di entrare nel mondo del motore.

Come ottiene questi risultati? “Ho imparato a disegnare in maniera tradizionale, ma non sono un nostalgico. Per questo ho sempre cercato di avere accesso al massimo della tecnologia disponibile. Perché credo che il nostro lavoro sia quello di inventare il futuro. Ma tutto questo dev’essere bilanciato da una dote importantissima: l’intuito. La tecnologia è solo uno strumento di verifica. Il total design è il mio metodo: non puoi mettere insieme il lavoro di tanti specialisti se non hai la visione d’insieme. La barca dev’essere bella sempre, quando naviga e quando è alla fonda, avere una bella scia. Questo coincide con una carena efficiente, ben progettata. Estetica e funzionalità sono due facce della stessa medaglia. E tra queste funzionalità inserisco anche quella di rendere felice l’armatore”. Ed è dedicata agli armatori che amano l’emozione della velocità la nuova gamma inaugurata con Bolide 80 (24,90 m), attualmente in costruzione in house, e in espansione con Bolide 170 (50 m), presentato allo scorso salone di Monaco. Una gamma in numero limitato, custom, che nel design esterno è caratterizzata da curve lunghe, da poppa a prua, in omaggio alle grandi carrozzerie italiane. “Bolide vuole essere il motoscafo più veloce del mondo”, sintetizza il designer. L’80 piedi può infatti viaggiare in sicurezza fino a 55 nodi di crociera, 75 nodi con sprint speed. “Ma il consumo al miglio sarà più basso di qualunque barca da crociera planante da 80 piedi. Perché è leggerissima, ha una carena super efficiente tutta in carbonio, ed è espressione del made in Italy in ogni aspetto, dalla tecnica all’interior design, per cui ci siamo rivolti a Stefano Faggioni”, nome di prestigio nell’ambito delle barche d’epoca. Una fusione tra high tech e aspetti marinareschi e del lusso delle barche classiche destinata a far parlare di sé.  

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 33 del 2023

Creative minds: Igor Lobanov

15 Ott

La carriera di Igor Lobanov inizia grazie alla sua passione per le automobili e il mondo dell’aviazione. Plurilaureato, in matematica prima, poi in car design a Torino e Coventry, seguiti da master in transport design, inizia a lavorare proprio nel campo automobilistico prima che l’incontro con il proprietario di un superyacht nel 2003 gli faccia cambiare traiettoria verso lo yacht design. Che non è il suo primo amore, considerato che essendo nato a Ufa, una popolosa città 1,350 km a est di Mosca e a 2000 km dal Mar Nero, la prima volta che ha visto il mare aveva due anni e la seconda era già un uomo, e di anni ne aveva 24. “Nel 1998 ho fatto il mio primo viaggio in Europa e ho capito che volevo ancora studiare. Ho scritto un’email a Bertone, Pininfarina e altre aziende leader del settore chiedendo dove potevo formarmi. Alla fine ho scelto lo Ied di Torino”, racconta il progettista. Che nel 2007 fonda lo studio Lobanov Design (dal 2016 a Barcellona, dove risiede) insieme a sua moglie Yulia, artista, che alimenta l’amore per il bello di Lobanov, il cui stile è particolarmente moderno e scultoreo. Anche grazie a questo background diversificato, che prende ispirazione dai trasporti, dall’arte, dall’interior e dall’architettura.

I primi progetti importanti si focalizzano sull’exterior design, anche se oggi abbracciano ogni aspetto. Tra i suoi yacht più famosi, certamente quelli realizzati con Oceanco, tutti di grandi dimensioni, il primo consegnato nel 2013 (l’85 metri St.Princess Olga) e il secondo nel 2017, Jubilee, 110 metri di charme, vincitore di numerosi premi che hanno portato Lobanov nel gotha degli yacht designer internazionali. “Mi piace giocare con la relatività delle sensazioni. Con Jubilee siamo riusciti a dare la percezione di 6 ponti, quando in realtà sono solo tre. Per far sembrare una barca di 110 metri come se fosse di 140 metri, da distante”. Lo stesso effetto ottico centrato anche per i nuovi Mangusta di Overmarine, di cui per la prima volta ha disegnato anche gli interni, le cui dimensioni più contenute sono paragonabili a quelle dell’ultimo progetto realizzato con Arcadia Yachts, l’A96, lungo oltre 29 metri con immensi volumi (oltre 400 mq) che abbraccia un nuovo concetto di benessere che passa attraverso un legame autentico con la natura, ottenuto grazie a vari stratagemmi, primo fra tutti le enormi pareti di vetro scorrevoli, grazie alle quali interni ed esterni diventano un tutt’uno.

“Entrambi i marchi hanno un proprio linguaggio molto forte. Per Mangusta è stato impegnativo dare una nuova vita ai vecchi progetti di questa leggenda italiana. Con Mangusta 165 siamo riusciti a dare uno spazio interno che nessuno si aspettava. Spero siamo riusciti ad arrivare allo stesso effetto anche con Arcadia, con cui ho sempre voluto lavorare. Dalla loro prima barca ho pensato che avessero trovato un concetto rivoluzionario, capace di dare il doppio dello spazio nelle stesse misure”. Nel lower deck dell’A96, per esempio, due delle quattro cabine twin diventano quasi delle vip grazie alla capacità di massimizzare ogni spazio disponibile, girando i letti verso l’enorme finestra.

“Abbiamo creato un interior un po’ più complicato per il cantiere da produrre, con forme ovali o ellittiche e materiali naturali, per dare la sensazione di una barca più ricca, ma in maniera diversa, di un lusso non volgare ma ricercato”. Linee curve che sono un tratto distintivo dei suoi progetti. “Fluidità e continuità sono una cosa naturale di ogni imbarcazione. Per me le barche devono essere simili agli animali che vivono nel mare, come le orche, che hanno linee tonde e naturali”. Uno yacht pensato per entrare in pianta stabile nel mercato fuori dal Mediterraneo, Stati Uniti in primis, che sarà presentato a Cannes 2023.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design n. 33 del 2023

Creative minds: Luca Dini

5 Ott

Cambio di prospettiva. Dal mare alla terra e ritorno. Il nostro approccio rimane lo stesso, sempre più fuori dagli schemi.

Ogni imbarcazione progettata da Luca Dini sotto qualche aspetto rompe gli schemi a cui si era abituati. Perché è proprio questo l’intento dirompente con cui il designer e i collaboratori di Luca Dini Design & Architecture approcciano ogni progetto. Con sede nel cuore di Firenze, lo studio fondato nel 1996 dall’architetto fiorentino ha lasciato segni indelebili nel design nautico (si pensi a Tribù del 2007, o al Sea Force One del 2008), ma ha anche una divisione dedicata a progetti di design residenziale, di cui alcuni avveniristici nel Mar Rosso. “La decisione di quattro anni fa di dedicare una parte dello Studio al residenziale fu una scommessa, oggi, posso dire, ampiamente vinta”, spiega Dini. “Per quanto riguarda la nautica, nel mio studio si passa dalla linea Gentleman, barche retrò, a imbarcazioni tipo il Cetacean, futuristiche e all’avanguardia. È la curiosità che ci spinge verso un design sempre diverso che ci possa divertire, in modo tale da realizzare qualcosa di unico per i nostri clienti”.

Dini è una guida determinata ed eclettica che si circonda di collaboratori ben selezionati: “Abbiamo cercato professionisti, giovani e pieni di idee, che non avessero solo esperienza nautica, ma un po’ di tutte le estrazioni, proprio perché vogliamo avere sempre un’idea fuori dal coro”, continua. Ne è un esempio l’evoluzione del Cetacean: Widercat92, il catamarano attualmente in costruzione presso i cantieri Wider, lungo 28 metri, con un ponte principale di oltre 100 mq, di cui circa la metà dedicati alla cabina armatoriale: “L’idea è quella di un catamarano, che di per se è sempre stato appannaggio dei velisti, ma che adesso si spinge verso nuovi orizzonti e modi di navigare”, continua Dini. “Con una sovrastruttura sportiva ed elegante (con design ad angolo sottolineato dalla linea arancione tipica di Wider, n.d.r.) ma che di profilo sembrasse uno yacht contemporaneo, per cui siamo andati a stravolgere quelle che erano le linee comuni del catamarano con degli inserti, delle pieghe, delle linee più simili allo yachting. Abbiamo aggiunto le terrazze abbattibili a poppa, come vogliono le ultime tendenze e da richiesta degli armatori, per avere un contatto con l’acqua ancora più forte”.

All’interno appare come un loft dai grandi spazi aperti, con vetrate e illuminazione naturale a profusione e con dettagli in ebano lucido e teak. Il ponte inferiore prevede due cabine vip con accesso diretto alla beach club, più una terza cabina ospiti, mentre gli spazi per l’equipaggio si trovano a prua. Grazie alla propulsione ibrida, simbolo di sostenibilità, permette una navigazione silenziosa assai piacevole. Perché andare per mare è soprattutto una passione legata alla ricerca di tranquillità e pace, a differenza di quella per le auto, in cui il rombo del motore fa parte del piacere di guidare certi modelli sportivi. A quando un full-electric, dunque? “La sensazione più bella di viaggiare su un catamarano a propulsione elettrica sarà sicuramente la tranquillità. Ascoltare le onde del mare nel silenzio totale. In questo senso però sostengo che il mondo della nautica sia in ritardo. In Italia abbiamo problemi con le colonnine elettriche per le automobili, figuriamoci per le imbarcazioni. Credo che in futuro viaggeremo con mezzi meno inquinanti e più silenziosi, ma di sicuro c’è bisogno di un’attrezzatura e un supporto adeguato, che attualmente non ci sono”. E per il futuro, lo studio cerca non solo di seguire le tendenze dal punto di vista del design, ma di capire come gli armatori vogliono vivere: “Dopo due anni di pandemia il mondo è cambiato in tanti aspetti e noi cerchiamo di intercettare questa nuova filosofia adattandoci al continuo cambiamento”.

Articolo scritto da: Samuela Urbini

L’articolo è stato pubblicato su THE ONE – Yacht and Design Kevlar issue del 2022